LIMINAL di Pierre Huyghe e il Berghain
- tentativo2ls
- 15 feb
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Una donna senza volto si muove su una superficie infinita, circondata di solo vuoto. Le sue mani toccano il terreno, cercano una connessione, una certezza, un’identità. Prova a scavare dei buchi con le dita, si accascia al suolo, si arrende, continua a cercare, si lascia penetrare dalla terra stessa. È un corpo asettico in un ambiente altrettanto sterile, eppure per cinquantacinque minuti all’interno di una sala enorme, gelida e buia come l’Halle am Berghain, è difficile non ritrovare una certa connessione emotiva – quanto meno empatica – rispetto a questo corpo femminile in pena.
Da sempre interessato al rapporto tra umano e non-umano, Pierre Huyghe concepisce le proprie opere come finzioni speculative capaci di generare altre forme di vita possibili. La soggettività diviene così un perenne processo di trasformazione e ibridazione e Liminals, realizzata su commissione di LAS Art Foundation, è innanzitutto questo: la descrizione di uno stato di indeterminazione, di incertezza dell’essere. È la condizione transitoria di una forma umana spogliata di tutto – senza volto, senza mondo, senza storia o esistenza, priva di qualsiasi specificazione identitaria. Allo stesso tempo, si tratta di un esperimento quantistico, di un viaggio mitologico, di una visione terrificante scandita da vibrazioni e ronzii all’interno di un luogo che rende difficile distinguere ciò che accade sullo schermo da ciò che accade nello spazio espositivo.
Un’opera come Liminals potrebbe essere presentata ovunque – di fatto anche nella quiete della laguna veneziana, dove nel 2024, presso gli spazi della Pinault Collection, si trattava di una simulazione i cui movimenti della figura variavano in tempo reale, reagendo a dati ambientali quali luce, temperatura e presenza dei visitatori –, ma è solo in un luogo come l’Halle am Berghain che la condizione errante dell’essere evocata da Huyghe risuona nella sua piena potenza percettiva. Qui la liminalità diviene chiave concettuale condivisa: corpo, assenza di luce, architettura, materia grezza ed acustica divengono agenti necessari l’uno all’altro per permettere all’esperimento quantistico commissionato di funzionare.
Il viaggio mitologico renderizzato dall’artista francese è una prospettiva terrificante non solo a livello visuale – perché questa donna permette ad una terra completamente sterile di penetrarla? A cosa allude la sua cicatrice da cesareo? Il suo volto è cavo o semplicemente buio? –, bensì a livello sonoro. La collaborazione con il fisico Tommaso Calarco, Direttore dell’Insitute for Quantum Control PGI-8 al Forschungszentrum Jülich, ha permesso di utilizzare un computer quantistico a 100-qubit Pasqual come vero e proprio strumento musicale. In questo modo il simulatore quantistico crea vibrazioni e ronzii che sembrano provenire dal cosmo, da una dimensione altra intenta a fagocitare ipso facto la nostra realtà condivisa. Allo stesso tempo, le teorie del filosofo Tobias Rees, insieme alla fisica quantistica e al Postumanesimo convergono in possibilità multiple le quali esistono contemporaneamente privando Liminals di qualsiasi esito previsto. Si codifica una connessione speciale tra la sofisticata poetica del post-umano di Huyghe e una Ermöglichungsmaschine come Berghain, la “macchina abilitante” descritta da Christine Rüb e Anh-Linh-Ngo: entrambi destabilizzano le strutture dell’essere, distruggono concezioni univoche, propongono esperienze collettive di trasformazione al limite del corporeo. In tal senso risulta calzante l’osservazione di Adrian Searle: una mostra come Liminals riflette il movimento di quei corpi che nel resto dell’edificio danzano, desiderano, bramano, perdendosi nella musica e nel sesso, creando un dialogo proficuo pur sotterraneo tra opera e luogo. Halle am Berghain è la soglia perfetta, il luogo in cui l’arte di Huyghe trova la sua risonanza più autentica accorpando sperimentazione estetica, architettura, filosofia del divenire.
Ed è soprattutto l’architettura a divenire necessaria alla trascrizione logica dell’opera. La centrale elettrica costruita tra 1952 e 1955 per fornire energia alla vicina Stalinalle – oggi Karl-Marx-Allee – è una categoria architettonica che per le sue qualità intrinseche sembra adattarsi tanto al concetto di Ermöglichungsmaschine, quanto al Fun Palace di Cedric Price nella sua concezione di anti-edificio flessibile, trasformato dalla continua interazione del pubblico. Berghain, il portmanteu geografico famoso a livello globale per la sua rigida door policy e la techno industriale priva di compromessi, è innanzitutto un’opera d’arte totale. Qui suono, architettura, design, scultura, performance convergono creando un’esperienza totalizzante. All’interno di ciò un tempo era la maschinenhaus, ora l’architettura dello spazio espositivo diviene co-creatrice di esperienza fungendo da amplificatore concettuale: la verticalità, la materia grezza volutamente mantenuta nel corso del restauro ad opera di Studio Karhard corrispondono ad una monumentalità spirituale in grado di amplificare le vibrazioni fisiche del suono, restituendo al pubblico un’esperienza corporeo-metafisica che sfugge alla mediazione commerciale.
Certo la trasformazione di Berghain da tempio subculturale a istituzione culturale contemporanea è stata progressiva: nato nel 2004 dalla metamorfosi radicale del precedente Ostgut, nel 2016 ha conquistato il riconoscimento di istituzione culturale dal tribunale fiscale di Berlino-Brandeburgo, beneficiando così di un’aliquota IVA agevolata al 7% – la medesima riservata a musei, teatri e sale da concerto – anziché di quella standard del 19%.
Nel corso degli ultimi vent’anni il club berlinese si è confermato punto di riferimento estetico, codificando un sound preciso, una techno rigorosa e vissuta come pratica culturale comunitaria; non si tratta esclusivamente di rifiuto dell’over produzione e della sintesi commerciale, bensì di una filosofia vivente di libertà estetica e coesione sociale. È in questo modo che Berghain è divenuto un’istituzione culturale multidisciplinare, spingendo la propria missione verso lo studio delle arti visive, la performance, la video arte. Diventa così, a tutti gli effetti, spazio di risonanza per lo studio della cultura visuale. Si torna dunque a questa enorme sala buia, dove i corpi si ammassano, cercano la luce dello schermo, osservano in religioso silenzio la precisione dell’intelligenza artificiale nel restituire il dolore del corpo umano. Non è un dolore specifico, è sospeso, brumoso, è un dolore privo di risposta, destinato a persistere nella ricerca di un’identità qualsiasi. La protagonista di Liminals è la protagonista perfetta di questo spazio indeterminato, dentro e fuori lo schermo.

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