Letteratura vegana e letteratura cannibale, come cambia il racconto della violenzaVeganismo e Cannibalismo, di cosa si nutre la letteratura oggi?
- tentativo2ls
- 1 dic 2025
- Tempo di lettura: 5 min
Un’opera letteraria che voglia davvero riflettere sul proprio tempo deve saperne assimilare linguaggi e convenzioni, così da mostrare – senza scadere nel didascalico – come e perché la società si riconosca in essi. Talvolta questa problematizzazione può portare a un risultato distorto, parodico
o distopico, altre volte è l’esattezza di storie con taglio più cronachistico a rubare la nostra attenzione di lettori.
In quest’ottica la lettura de La vegetariana è un’esperienza spiazzante, a tratti respingente, non si lascia afferrare. Quella di Yeong Hye è una vicenda che ci costringe ad abbandonare – senza troppe formalità – le nostre convinzioni, il nostro sistema di pensiero così ancorato alla dialettica peccato- perdono, alla possibilità di portare avanti le proprie battaglie personali in quanto atti politici,
all’idea di uno sviluppo razionale e formativo dell’eroe o dell’antieroe. E lo fa straordinariamente utilizzando, ma solo come maschera, uno dei temi più rappresentativi dell’etica contemporanea: quello del veganismo.
Nella struttura del romanzo salta subito all’occhio uno squilibrio tra le forze narrative. Alla voce della protagonista è concesso di muoversi solo in spazi narrativi strettissimi, come lampi illumina fugacemente una dimensione esclusivamente personale, traumatica e sanguinolenta. Le parole di Yeong Hye rinunciano a ogni forma di comunicazione interpersonale, ritiene sufficiente dire «ho
fatto un sogno» per render conto del proprio cambiamento. E davvero non c’è altro motivo alla base della sua ascesi, se non il peso di un inconscio forse non solo personale, il cui trauma sarà chiarito dalle parole della sorella, ma collettivo, diffuso. La narrazione sceglie invece di affidarsi allo sguardo di personaggi esterni: alterità più o meno marcate, identità che sembrano avvicinarsi sempre più a Yeong Hye senza però giungere alla comprensione, ci mostrano la durezza e l’imprevedibilità delle sue scelte, il suo corpo che cambia. Ma la trasformazione cui vorrebbe arrivare è ben più radicale. Un cammino regressivo, portato avanti in tre sezioni del romanzo che corrispondo a tre stadi – di privazione, di ibridazione, di metamorfosi – verso una completa de-umanizzazione.
A partire dal rifiuto della carne si manifesta una vera e propria pulsione di morte, il
disgusto verso il principio vitalistico-violento proprio di ogni agire umano, e lo scollamento dalla realtà degli altri personaggi si fa via via più disturbante e irreparabile, l’intera sfera del pathos è reclusa.
Questa diseguaglianza tra personaggi narratori e protagonista narrata è la forma scelta da Han Kang per rappresentare una forma sottile di violenza, la violenza sociale, elemento di tensione costante nel romanzo che esplode in momenti di improvvisa ferocia. E una specie di violenza sembra persistere anche in Yeong Hye fino alla fine, ma in forma autolesionistica, diretta sempre a sé stessa. In lei si attiva un singolare e quasi inconsapevole istinto di self-preservation, non più a difesa
dell’esistenza ferina ma per mantenere puro e incontaminato il suo percorso di metamorfosi. E la pagina si macchia di sangue.
Dunque il veganismo è, in questo romanzo, la maschera che sottende un atteggiamento di esclusione, di rifiuto, un martirio senza fede. Anche la scrittura di Han Kang, asciutta e rapida, vuole tenersi lontana da note cerimoniali; forse si abbandona solo a toni evocativi negli sguardi che si perdono lontani verso gli alberi, nell’eco che dal profondo del ricordo e del sogno arriva alla coscienza. E così riesce a raccontare, con una sensibilità letteraria ed esistenziale moderna,
un’inquietante e stratificata (verso il basso) storia di disobbedienza definitiva verso la brutalità umana, dall’approdo enigmatico.
Eppure, leggendo queste pagine, mi è venuto in mente come non troppo tempo fa, in Italia una generazione di giovani scrittori pensò di far leva su una sensibilità diametralmente opposta – cannibale – per denunciare come questa carica cruenta venisse taciuta e ignorata in una società ancora accecata dagli ultimi bagliori del mito del progresso a stelle e strisce.
Se ne La vegetariana Yeong Hye adotta una postura passiva per proteggersi e liberarsi dalla violenza che la circonda, nei racconti di Gioventù Cannibale ricorre l’idea di un soggetto che, succube degli scenari sociali in cui è immerso, perpetra (in modo parodistico e amplificato) una violenza senza movente. Al centro di
ogni racconto c’è l’esibizione di una violenza eterodiretta, manifestarsi concreto, corpulento di una devianza prodotta dai nuovi consumi. In una società che invita a fagocitare l’altro – poiché l’altro non è mai riconosciuto veramente come simile, come umano –, a seviziarlo e violentarlo, i Cannibali affermavano la necessità di una nuova letteratura (ispirata al registro pulp di Tarantino e Bret Easton Ellis, alle immagini splatter dell’horror nostrano di Bava, Fulci e Argento) che spazzasse via ogni vecchio e stantio residuo di cronaca moralista e che fondasse un nuovo e autentico immaginario del sangue.
Nel loop di efferatezze di Ammaniti e Brancaccio in Seratina si coglie perfettamente la percezione di asservimento a questa componente distruttiva e innata dell’uomo; in Diamonds are for never è messo in luce l’aspetto contagioso di questa violenza, una catena inarrestabile di cause ed effetti; la danse macabre di Cutroni con Treccine Bionde racconta l’atteggiamento tipico di questi scrittori, la
loro capacità di riconoscere la putredine e la morte nel loro tempo e la scelta di ballarci insieme; Teodorani e di Caredda, rispettivamente in E Roma piange e Giorno di paga in via Ferretto, tracciano una mappa meticolosa, gli scenari urbani in cui tutto ciò avviene.
Certo, la carica profetica di quest’antologia, su cui Luttazzi aveva al tempo calcato la mano, e la forza liberatrice e fondativa che Brolli auspicava nella bellissima introduzione non sembrano aver trovato riscontri nel tempo. Sebbene il tema del cannibalismo non sia del tutto uscito oggi dal nostro orizzonte culturale (penso a Bones and all di Guadagnino e ad Altri Cannibali di Sossai), esso è del tutto depotenziato di quel suo aspetto esibizionistico e irriverente. D’altronde, anche la fruizione dei contenuti true crime di oggi può essere indice di come siamo stati noi, coi nostri nuovissimi consumi, a fagocitare a nostra volta i Cannibali, tornando a inquadrare in parte la violenza nelle griglie dell’intrattenimento, a rifugiarci nel moralismo della narrazione sicura, quotidiana.
Credo che le parole di Trevi, nella postfazione all’edizione del 2006 (a dieci anni di distanza dalla prima pubblicazione) di Gioventù Cannibale aiutino a comprendere la vera natura di quest’opera.
Secondo Trevi, essa andrebbe analizzata in quanto libro “alla moda”, che ha provato, attraverso un lavoro di sintesi di una variegata cultura precedente, a creare innanzitutto un linguaggio «alla scoperta di una nuova dimensione, di un’ulteriore possibilità di senso, libera dai ricatti del moralismo, anarchica e nichilista fino alle sue estreme conseguenze». Non tutti i racconti possono
sicuramente dirsi riusciti alla stessa maniera, e oggi il disgusto suscitato da alcune pagine li rende davvero difficili da fruire. Ma al netto del mutamento del nostro gusto estetico di fruitori, delle nostre abitudini ad accettare racconti che parlano e mettono in discussione la morale del nostro tempo (e allora La vegetariana sarà da prendere come esempio), ciò che conta è lo sforzo di
scandalizzare la società del proprio tempo, portando alla luce la devianza che essi stessi tentavano di nascondere.

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