Le maschere del potere nel "Castello Errante di Howl"
- tentativo2ls
- 28 mag 2025
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Quando il potere è strapotere, tensione verso il divino, tentativo – sempre vano – di trascendenza dev’esser mascherato; ammantato e rivestito e incorniciato, poiché il potere senz’ordine è tragedia e flagello – catastrofe, quando furiosamente lo agisce la natura.
Più sfugge, esula da ogni categorizzazione e dimentica il reale più tende all’assoluto, più dev’esser reso riconoscibile, prevedibile, e alimentato dal racconto; perciò, spesso da un’illusione. Dev’esser nascosto.
La forma ideale di tale potere è incarnata dall’evanescente Tribunale de Il Processo di Kafka: ingranaggio invisibile che tutto muove e appiattisce; tutto spegne e ammutolisce senz’esser colto .Presente fino a esser pervasivo, eppure sempre sfocato, inafferrabile: coperto.
Nulla occulta quanto il travestimento: il non-esserci non è possibile ed è un’ammissione di colpa – l’assenza s’annuncia con tutto il suo carico di silenzio e sguardi sperduti, di domande appese lì a marcire. Il travestimento incatena all’immagine, la rende sovrana, bastevole: narrativa. Erode l’attenzione indirizzandola dai simboli ai simulacri, la manipola fino a sfibrarla d’ogni originale intento.
Il terreno di scontro – dello scontro ideologico – è una landa senza coordinate, viene sovvertita la logica e viziata la lente del senso comune: la fede è il faro che fende la nebbia – artificiosa e strategica – della discussione; il dogma la zattera sulla quale si avanza.
Tutto concorre a un camuffamento.
È l’ambizione dei fascismi: farsi scudo con un nemico che possa dipingere la guerra – civile e globale – come uno scalpello geografico o un mezzo dialettico; il sogno dei culti: far della guerra un’investitura divina, una vocazione, una necessità. In entrambi i casi, il linguaggio converge al campo semantico del Mito: teorie impastate di eroi, martiri, tradimenti ed eresie, vendette e punizioni.
Ogni passo che s’allontana dalla misura umana, quella dei limiti e del compromesso, del parziale – che contiene sempre più verità di qualsiasi presunto totale – è un passo che corrompe. Se s’afferma è perché poggia su di una chimera ben dissimulata.
È la forma d’ogni pretesa d’affermazione vile e violenta, d’ogni reazionaria utopia – persino, soprattutto, privata.
Ci appoggiamo a una fiaba, perché rappresenta quel che ci è noto sovvertendone le coordinate: spesso, attraverso una prospettiva tanto inclinata si possono scorgere più dettagli su noi e il nostro mondo, di quanto non sarebbe possibile con miriadi di articoli.
L’intera opera di Miyazaki esprime questa potenzialità, basti pensare a Porco Rosso o a La Principessa Mononoke – specchi d’un mondo sul bordo del precipizio – o a Il Mio Vicino Totoro e La Città Incantata – indagini sulla paura e sulla fantasia.
Il Castello Errante di Howl mette in scena l’ossessione per il potere e le radici di quest’oblio.
Howl è un mago che ha unito il suo cuore a una cometa, legandosi per sempre allo spirito che la possedeva. Combatte solitario la guerra che sta devastando la sua terra, rifiuta d’arruolarsi tra schiere di maghi che utilizzati in battaglia si tramutano in amorfi e scuri demoni – <<Non potranno tornare umani. Si dimenticheranno persino cosa sia il pianto>> – consumati da una sete mostruosa di dominio e trascendenza. È una brama che conosce bene, che l’ha portato a corrompere il proprio animo per accrescerne il potere, per tramutarsi in una bestia alata e distruggere gli arei carichi di bombe; per quanto nobile sia il suo intento, resta cieco di fronte al dolore che tanta follia genera intorno a sé, la sua più d’ogni altra.
Per sfiorare l’onnipotenza d’un dio vive solo, incupito, degradando la sua forma umana giorno dopo giorno: piume gli rimangono attaccate alla pelle, le forze lo abbandonano avvicinandolo alla morte.
Solo Sophie – una ragazza, anch’essa vittima di una maledizione – lo salverà mostrandogli tutta l’illusione conservata nell’immagine ch’egli ha di sé stesso. Denudando in lui il timore dell’età adulta – da cui fugge disperatamente – e la paura dell’amore, motori profondi di questo suo nascondersi e annullarsi; permettendogli finalmente di far pace con la sua fragilità, la sua preziosa finitudine.

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