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Le grandi assenti: le donne nell’arte

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 19 giu 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

“Perché non ci sono state grandi artiste donne?” Quando Linda Nochlin pose questa domanda nel 1971, demolì con poche parole uno dei miti più radicati della cultura occidentale: quello dell’arte come territorio neutro, meritocratico, universale.


Con uno sguardo lucido e rivoluzionario, Nochlin mostrò che l’arte non è mai stata un campo neutro, bensì uno spazio storicamente regolato da criteri patriarcali, razzisti, eurocentrici e colonialisti. Un sistema che ha premiato l’uomo bianco occidentale e relegato le donne a ruoli marginali: muse, allieve, mogli, amanti. Galatea, mai Pigmalione.


Il problema, dice Nochlin, non è mai stato il talento — e non potrebbe esserlo. Il vero nodo è l’accesso: alle accademie, ai mecenati, ai circuiti espositivi, al tempo libero, allo spazio fisico e mentale per creare. Per secoli, dipingere o scolpire è stato considerato sconveniente per una donna. Esporsi significava trasgredire. Solo chi era protetta da un uomo — padre, marito, fratello — poteva azzardarsi a entrare nel mondo dell’arte, ma sempre e solo secondariamente. Artemisia Gentileschi, figlia di Orazio. Frida Kahlo, moglie di Diego Rivera. Camille Claudel, “amante” di Rodin e poi internata per volere della famiglia.


Quando il talento femminile era innegabile, la narrazione pubblica si ricollocava altrove: non arte, ma confessione, le opere diventavano sfondo. Le biografie — tragiche, tormentate, scandalose — prendevano il centro. Dora Maar fragile, Woodman suicida, Charlotte Salomon uccisa. A differenza di Van Gogh o Bacon, il dolore femminile non alimentava il mito del genio: lo spegneva. Mentre la sofferenza degli uomini diventava valore aggiunto quella delle donne era una macchia. Anche Frida Kahlo, oggi icona globale, è diventata leggibile solo attraverso una martirizzazione estetica del dolore, della disabilità, dell’identità queer. Ma se fosse stata meno pittoresca, l’avremmo celebrata lo stesso?

La verità è che le donne non sono mancate nella storia dell’arte: sono state cancellate, invisibili, marginalizzate, ridotte a note a piè di pagina. Rosalba Carriera, che portò il pastello nei ritratti di corte europei. Mary Cassatt, impressionista tra gli impressionisti. Rose Bonheur, che si travestiva da uomo per accedere agli spazi accademici. Charlotte Salomon, con la sua opera monumentale Leben? oder Theater? — vita e teatro, memoria e colore nel cuore dell’Europa tra le guerre.

Il linguaggio stesso tradisce il pregiudizio: diciamo “artiste donne”, come se “artista” fosse maschile per default. Le donne, ancora oggi, sono raccontate come eccezioni, mai semplicemente perché brave. Spesso sono accolte nel sistema solo se possono essere incasellate in categorie riconoscibili: vittime, muse, outsider.

Il talento non ha sesso, ma il sistema continua ad agire come se lo avesse.


Anche sul piano materiale, l’arte è stata a lungo inaccessibile alle donne. Come scrive Virginia Woolf, per creare è necessario avere “una stanza tutta per sé” — cioè, tempo, spazio, indipendenza economica. Condizioni negate alla maggior parte delle donne per secoli, e che ancora oggi non sono garantite. La cosiddetta “arte femminile” ha preso forme diverse, si è nutrita di materiali poveri, ha abitato la marginalità, ha inciso il silenzio. Ma c’era, e c’è.


E oggi? Molto è cambiato, ma non abbastanza. Persiste un tabù nel mondo dell’arte: una realtà rimossa, che solo negli ultimi anni ha iniziato a essere scardinata. Il sistema artistico occidentale resta per molti versi conservatore, patriarcale, ancora legato a un canone costruito da e per uomini bianchi.

I numeri lo confermano. Secondo uno studio del National Museum of Women in the Arts, tra il 2008 e il 2020 solo l’11% delle acquisizioni museali e il 14,9% delle mostre nei principali musei statunitensi riguardavano artiste donne. In Europa, la situazione non è migliore: le opere di artiste nelle collezioni permanenti si aggirano intorno al 3–5%. Nel mercato, la disparità è ancora più netta: nel 2022, solo il 9,3% del valore totale delle aste ha riguardato opere femminili. Le gallerie rappresentano meno del 14% di donne.


Qualche spiraglio si apre nelle nuove generazioni. Le artiste nate dopo il 1985, nel 2023, rappresentavano il 63% del mercato under 40. La Biennale di Venezia del 2019 ha superato per la prima volta il 50% di presenza femminile. Ma si tratta di eccezioni, e come tali vengono spesso enfatizzate: una donna deve ancora “dimostrare” di meritare lo spazio che occupa.


Oggi non basta più riscoprire le artiste dimenticate, celebrarle con mostre-risarcimento o relegarle a retrospettive isolate. Serve una riscrittura radicale della storia dell’arte, una revisione critica dei manuali, dei programmi scolastici, delle politiche museali. Una nuova educazione dello sguardo, capace di uscire dai binari del genio maschile, bianco, occidentale.


L’arte delle donne non è un’aggiunta, non è un risarcimento, non è una categoria a parte. È splendida, tecnica, sovversiva, universale. Ha decostruito linguaggi, scardinato gerarchie, inventato nuove forme. È parte integrante della nostra storia visiva. E soprattutto: esiste. È lì. Basta volerla vedere.

 
 
 

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