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La taranta: mito, corpo e trasformazione di un rito

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 25 gen
  • Tempo di lettura: 4 min

«Il tarantismo non è una malattia, ma una formazione storica determinata, un modo culturalmente definito di entrare in crisi e di uscirne.» (Ernesto de Martino, La terra del rimorso)


La taranta è uno dei miti più longevi e stratificati della cultura mediterranea che per secoli ha funzionato come spiegazione simbolica di un malessere altrimenti indicibile, come rito terapeutico collettivo e come dispositivo di gestione del dolore sociale.


Oggi, trasformata in fenomeno culturale e spettacolare, la taranta continua a esercitare una forte attrazione, pur avendo perso la sua funzione originaria. Ripercorrere la sua storia significa interrogare il rapporto tra corpo, lavoro, sofferenza e cultura, e comprendere come i miti non scompaiano, ma si configurino nel tempo.


Il tarantismo si sviluppa principalmente nel sud Italia, in particolare in Puglia e nel Salento, e viene documentato in modo sistematico a partire dall’età moderna.

La credenza popolare sosteneva che il morso di un ragno - la Lycosa tarantula - provocava uno stato di grave malessere fisico e psichico: apatia, agitazione, crisi motorie, depressione, mutismo. La persona colpita, detta “tarantata”, cadeva in una condizione di sospensione della vita ordinaria, incapace di lavorare, di parlare, di svolgere le attività quotidiane; il morso agiva così come evento scatenante simbolico, una soglia che autorizzava il crollo.


La cura del morso da applicare alla tarantata non era farmacologica, ma musicale: attraverso suoni ripetitivi, ritmi ossessivi e una danza prolungata fino allo sfinimento, il corpo veniva portato a una sorta di catarsi. Ogni tarantata reagiva a ritmi, strumenti e colori specifici e il rito coinvolgeva musicisti, familiari, vicinato, trasformando la crisi individuale in un evento collettivo. Il corpo sofferente diventava centro della scena, temporaneamente legittimato a occupare spazio e tempo, a sottrarsi alle richieste della normalità.


In questo senso, il tarantismo può essere letto come un rituale di crisi.

Ernesto de Martino, nel suo studio affrontato all’interno de La terra del rimorso (1961), interpreta il fenomeno come una risposta culturale alla “crisi della presenza”, ovvero al rischio di smarrimento dell’individuo di fronte a condizioni di vita insostenibili. La taranta non è una malattia in senso stretto, ma un linguaggio simbolico attraverso cui una società esprime e insieme contiene il dolore, evitando che esso esploda in forme incontrollabili.


Non è casuale che la maggioranza delle tarantate fossero donne, spesso contadine, povere, inserite in un sistema patriarcale rigido. Come osservano letture femministe successive, il loro corpo era un corpo sovraccarico: di lavoro agricolo, di lavoro domestico, di controllo morale e sessuale.


Il tarantismo offriva a queste donne una possibilità paradossale di parola incarnata perché il corpo che non regge più, che cade, che si agita, diventa improvvisamente leggibile e ascoltato. La danza consentiva ciò che nella vita quotidiana era proibito: movimento eccessivo, grida, pianto, cadute, esposizione del corpo, disobbedienza temporanea.


Tuttavia, questa rottura non era trasformativa: il rito, pur concedendo una sospensione dell’ordine, serviva infine a ristabilirlo. La tarantata poteva cedere, ma solo entro un perimetro rituale codificato; poteva interrompere il lavoro, ma per tornare poi al suo posto. In questo senso, come sottolineato da analisi critiche contemporanee, il tarantismo non è una forma di emancipazione, ma una zona ambigua di negoziazione: uno spazio in cui il dolore viene riconosciuto senza mettere in discussione le condizioni che lo producono.


Il tarantismo va quindi compreso come forma ambivalente: insieme espressione autentica di sofferenza e strumento di controllo sociale. La crisi viene messa in scena, ritualizzata, resa tollerabile. Il corpo può crollare, ma non può trasformare strutturalmente il mondo che lo opprime.


Con il secondo dopoguerra, questo sistema entra in crisi. L’industrializzazione, l’emigrazione, l’abbandono del lavoro agricolo, la diffusione della medicina moderna e la secolarizzazione contribuiscono alla scomparsa del tarantismo come pratica terapeutica. Il morso perde credibilità, il rito non viene più attivato e la figura della tarantata sembra appartenere definitivamente al passato, relegata a un immaginario arcaico.


Eppure, a partire dagli anni Novanta, la taranta conosce una nuova fase di vita. Attraverso festival, rassegne e politiche di valorizzazione del patrimonio culturale, la pizzica viene recuperata e rilanciata come danza identitaria. Eventi come la Notte della Taranta trasformano un rito di crisi in una festa collettiva, aperta, gioiosa, destinata a grandi numeri e la taranta diventa simbolo di appartenenza territoriale, risorsa turistica, marchio culturale esportabile.


In questo passaggio, il significato del mito muta profondamente: la dimensione del dolore, della fatica e della marginalità viene progressivamente rimossa. Il corpo non danza più per guarire, ma per celebrare, il ritmo non serve a contenere una crisi, ma a produrre intrattenimento. Il rito si fa performance, il gesto necessario diventa gesto scelto, l’eccesso si trasforma in spettacolo.


Questa trasformazione non è neutra perché se da un lato ha permesso la sopravvivenza della pizzica e la diffusione di un patrimonio musicale, dall’altro ha comportato una depoliticizzazione del tarantismo.


La taranta viene svuotata del suo legame con il lavoro, con lo sfruttamento, con il disagio sociale e di genere. Il corpo che un tempo crollava sotto il peso della vita contadina oggi appare energico, vitale, performante, perfettamente compatibile con l’economia dell’evento.


Tuttavia, la persistenza del mito suggerisce che qualcosa di irrisolto rimane. In una società segnata da nuove forme di stanchezza, precarietà e pressione alla performance, la figura della tarantata continua a esercitare un fascino particolare. Il suo corpo eccedente, improduttivo, incapace di reggere il ritmo imposto, parla ancora al presente, come un residuo che non si lascia del tutto addomesticare.

Oggi non attribuiamo più il malessere a un ragno, ma continuiamo a cercare forme rituali di scarico, spazi di perdita di controllo legittimata, momenti in cui il corpo possa sottrarsi all’efficienza. La taranta resiste come immaginario, non più rito terapeutico, ma memoria di una crisi che ritorna sotto altre forme.


La taranta non morde più, ma continua a danzare e nel suo movimento ripetuto, ossessivo, trasformato, conserva ancora la traccia di una domanda fondamentale: come dare forma al dolore quando il linguaggio ordinario non basta? Come permettere al corpo di cedere senza scomparire?


Forse è proprio questa la sua eredità più profonda: non la danza in sé, né il folklore, ma l’idea che ogni società inventi i propri miti per sopravvivere alle proprie contraddizioni, ed anche quando quei miti vengono addomesticati e messi in scena, continuino a portare con sé una memoria di crisi, una possibilità di disordine.


 
 
 

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