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La storia continua anche oggi

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 21 mag 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

La Storia è un racconto corale di vite e di dolore, sullo sfondo della guerra e dei suoi avvenimenti. Il romanzo di Elsa Morante mette in parallelo le vicende di uomini e donne diversi, abitanti di quartieri poveri di Roma, frapponendo brevi resoconti storici annuali di accordi e scontri, mosse politiche e militari, attacchi e rese. Con questa scelta di narrazione, l’autrice sembra suggerire una visione alternativa di ciò che è la Storia: essa non è il resoconto di fatti, artificiale e scarno contrapposto alla realtà, quanto più il trascorrere della giornata per chi è parte della Storia stessa, di chi sopravvive.


Le vicende dei protagonisti si svolgono nel pieno della Seconda guerra mondiale, raccontando di Ida, una maestra elementare vedova, violentata e costretta a mettere alla luce un bambino, soprannominato Useppe, senza padre, e di Nino, primo figlio di Ida, adolescente irrequieto e indomabile, prima fervente fascista, e dopo partigiano, coraggioso quanto imprudente.


Mentre la Guerra continua, i personaggi cercano di sopravvivere ogni giorno: la loro casa viene bombardata, Ida vive nel terrore di essere deportata in quanto ebrea da parte di madre, tutti lottano contro la fame e la povertà, vivendo di stenti e paura. Si accampano dove possono, cercando aiuto nella collettività. Tra gli sfollati conosciamo altri personaggi, come Giuseppe Cucchiarelli, che diventerà partigiano e morirà in combattimento, e Davide Segre, ebreo e anarchico, allontanatosi dalla propria famiglia per ripudiare l’agiatezza della borghesia. Insieme e su due fronti separati, partigiani e sfollati combattono e attendono la liberazione, e quando questa arriva, il lettore si aspetta, illusoriamente, che le cose possano migliorare. E invece la fame e l’affanno perseverano, le cose cambiano poco alla volta, ma non lasciano mai la sensazione nel lettore di aver raggiunto un equilibrio stabile. Anzi, con la liberazione ritornano al ghetto ebraico di Roma coloro che sono sopravvissuti ai campi di sterminio: “Alla fine, dei 1056 partiti in folla dalla Stazione Tiburtina, in totale 15 ne tornarono indietro vivi. E di tutti quei morti, i più fortunati furono di certo i primi 850. La camera a gas è l’unico punto di carità, nel campo di concentramento[1]. Coloro che tornano lo fanno con un tormento insostenibile, per ciò che hanno visto e subito, resi reietti, disperati, incapaci di andare avanti. C’è troppo dolore nel sopravvivere, soli tra mille.


Con questo espediente, si mostra come, con la fine dei conflitti e l’apparente pace, la sofferenza e il tormento non cessano: anche dopo la quiete della battaglia, mentre si contano i cadaveri e si cercano i dispersi, le persone continuano a subire e a morire, a lasciare dolore intorno a sé, un dolore che uccide anche chi rimane a sopravvivere.


E infatti il romanzo è corale non solo per i personaggi di cui seguiamo le vicende, ma anche nella loro morte. Tutte le figure principali del romanzo muoiono, per casualità, sfortuna, malattia, incidenti. La narrazione termina quando nessuno è sopravvissuto: l’ultima vittima è Ida, uccisa dall’oppressione insostenibile di aver perso due figli. È questa sofferenza tragica che conclude la vicenda, per cui nessuno muore per mano d’altri, perché non c’è spazio per la rabbia o la vendetta, resta una sola emozione da vivere, il dolore schiacciante di essere ancora vivi. La scelta dell’autrice di seguire un percorso costellato di avvenimenti tragici è in linea con la Storia stessa, prende forma nel finale tragico di un libro già di per sé doloroso, che ha descritto gli stenti continui di donne, uomini e bambini e non li ha premiati regalandogli finalmente la tanto desiderata pace, ma ha sottratto loro ogni speranza.


Alla fine della narrazione, compare un resoconto degli avvenimenti storici più importanti avvenuti tra il 1948 e il 1967. Guerre, deportazioni, stermini, soprusi, battaglie, giochi di potere e suddivisione di territori. Niente è davvero cambiato dalla guerra precedente, il conflitto si è solo spaccato, dilagando in regioni diverse, su terreni politici, sociali ed economici, trasformandosi in qualcos’altro ma restando essenzialmente costante.


“… e la storia continua…” è la frase conclusiva di questo lungo resoconto, e della vicenda di Ida e la sua famiglia. Quello che vuole comunicare la Morante non è soltanto l’afflizione lasciata dalla guerra, i suoi postumi sugli animi dei sopravvissuti, ma è la sofferenza generale di essere vivi, di avere una storia ed essere parte della Storia stessa. La Storia continua, perché si ripete, inesorabile, mutando forma ma portando sempre lo stesso carico di sofferenza letale, che prosegue, avanza inesorabile, si diffonde da popolo a popolo, opprimendo e distruggendo, senza vedere una fine, neppure una vaga speranza.


Se la Storia continua e si ripete uguale a sé stessa, allora i conflitti attuali, le guerre e i genocidi di oggi non sono altro che specchio del passato, sono fatti dello stesso dolore di quegli ebrei deportati nei campi di concentramento, del dolore di chi ha perso ogni cosa e per questo non si è più ritrovato. Il dolore umano è sempre lo stesso. Non cambia forma, si manifesta inesorabile in ogni epoca e situazione, cambiando oppressi e carnefici, ma mantenendo, alla fine, la stessa natura.



Fonti:

[1] Elsa Morante. La Storia (p. 377)1


 
 
 

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