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LA SOLITUDINE DEI FINANCE BOYS

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 13 giu 2025
  • Tempo di lettura: 5 min

Eccoli lì, fedeli solo alla Patagonia, al loro personal trainer e al loro capo, i finance boys, fenomeno che si è diffuso su TikTok dal 2020 e che ha conquistato la Generazione Z, persa nel sogno di un tipo di uomo preciso, che lavora nel settore della finanza e dell’investiment banking, alternandosi tra sale riunione e sushi bar costosi. Perché i finance boys esistono veramente, nuova classe di una società multipla come i micro-trend che ci spopolano, e si aggirano nella giungla urbana come uomini in divisa, cravatta, completo (rigorosamente blu) e airpods.


Nel mondo della finanza, l’etichetta di finance boy rappresenta molto più di un semplice trend. L’annoso compito di coprire il ruolo di finance boy è sostenuto da uomini che hanno uno specifico stile di vita che si estende ben oltre l’orario di lavoro e penetra profondamente nella sfera personale e psicologica: la palestra, la dieta equilibrata, il fisico scolpito, la camicia stirata, il paddle, il calcio, tutto ciò che attribuisce wealthness status è pane per i denti dei finance boys.


In questa vetrina di perfezionismo e super produttività, il finance boy risponde a logiche di iper-performatività in ogni aspetto della sua vita: il lavoro, la palestra, le relazioni personali, la famiglia. Ogni attività è svolta per il miglior risultato possibile, attraverso una strategia da battaglia, utilizzando pillole per la concentrazione e polveri proteiche: ogni mossa è misurata, ogni successo è quantificato e ogni errore è amplificato. Una degli aspetti più salienti della vita di un finance boy è l’incessante spinta verso l’iper-performance e il perfezionismo maniacale. In un settore dove il tempo è denaro e ogni secondo conta, la pressione a eccellere è immensa. Si crea così un ambiente di lavoro iper-competitivo e con standard performativi eccessivamente elevati, da raggiungere su base annuale e basati su tassi di crescita settati più su performance robotiche che umane.


Le relazioni, poi, diventano un modo per affermare il proprio ego, non per condividere la propria interiorità: in un mondo dove si è quello che si ha, il partner perfetto è l’ennesimo gadget da possedere per rientrare nella “To have list” del 21° secolo; un partner bidimensionale che sembra più un elenco di qualità da mettere a curriculum che una persona vera e propria con zone di luce e ombra (chissà perché, poi, delle coraggiose finance girls non si parla mai).


La costante necessità di dimostrare il proprio valore in un ambiente iper-competitivo può portare, però, a livelli elevati di stress e ansia. La paura di fallire, di non essere all’altezza, diventa un compagno costante. Le persone possono misurare il proprio valore personale esclusivamente in termini di successo professionale, perdendo di vista il loro benessere emotivo e mentale. Inoltre, la vita è spesso caratterizzata da una solitudine profonda e da un’incapacità di creare legami significativi. Il lavoro permea l’intero arco della giornata, conquistando spazi sempre più personali della vita di ogni persona, che, prima di andare a letto, controlla le e-mail. Quella che viene scambiata come dedizione alla carriera - e che talvolta sembra più una nuova forma di schiavismo tutta personale - lascia poco spazio per costruire e mantenere relazioni personali. Gli amici e la famiglia vengono spesso messi in secondo piano rispetto alle esigenze del lavoro, portando a isolamento sociale. Questo isolamento non è solo fisico, ma anche emotivo. Passare ore seduti davanti a un computer è estraniante, e anche se il problema è stato subito rilevato nelle esperienze aziendali e si siano sviluppati programmi di team building o eventi di networking, la solitudine è fortemente percepita dai lavoratori. Le conversazioni e le interazioni sono spesso superficiali, centrate su argomenti lavorativi e privi di genuina connessione emotiva.


La pressione a mantenere un’immagine di successo e competenza può impedire alle persone di mostrare vulnerabilità, rendendo difficile formare relazioni autentiche e profonde anche all’esterno dell’ambiente di lavoro. Si realizza, insomma, un senso di apatia, in una quotidianità sempre uguale, fatta di piccoli rituali individuali, soddisfacenti solo per l’ego e incondivisibili con altri, anche per gli orari impossibili per una logica di condivisione del tempo e dei momenti.


In un ambiente dove l’errore non è tollerato e il successo è l’unica opzione, l’iper-perfezionismo diventa un tratto caratteristico della vita di un finance boy. La ricerca della perfezione non si limita al lavoro, ma si estende a tutti gli aspetti della vita. Questo atteggiamento può portare a comportamenti maniacali e ossessivi, dove nulla è mai abbastanza e la soddisfazione sembra sempre fuori portata. L’iper-perfezionismo ha conseguenze gravi sulla salute mentale. La paura di commettere errori può paralizzare, impedendo di prendere decisioni e assumere rischi. La costante insoddisfazione può portare a un senso di inutilità e disperazione, alimentando un ciclo di auto-critica e demotivazione. Inoltre, il bisogno di controllo può infiltrarsi nelle relazioni personali, rendendo difficile accettare le imperfezioni degli altri e creando tensioni e conflitti.


Che si stia assistendo a quella che in America ha già preso il nome di male loneliness epidemic, è ormai palese. Uomini che si sentono soli, che faticano a pensare a qualcuno che ci tenga veramente a loro, che sperimentano sentimenti depressivi. Gli uomini si allontanano sempre più dalla sfera genitoriale e da quella relazionale, dismettendo il ruolo di padre, di marito, di amico, forse perché desensibilizzati come tutti dalle luci blu degli schermi, forse perché a disagio nel rischiare in qualcosa priva di un’analisi di rischiosità o di dati prospettici a copertura dell’investimento.


Il risultato è spendere la quotidianità anestetizzati, prima dal lavoro, poi, una volta tornati a casa, dalla musica, i reels, le piattaforme di streaming, lo shopping, in mancanza di qualsiasi altro strumento che invece di distrarre la mente permetta di prendere realmente coscienza della realtà in cui si vive. E no, andare alle feste non basta. Nonostante le apparenze di successo, la vita di un finance boy è spesso insostenibile e inattendibile. L’equilibrio tra vita professionale e personale è gravemente compromesso, e il costo da sostenere per mantenere un’immagine di perfezione è alto. Questo stile di vita può portare facilmente a burn-out, esaurimento nervoso, dipendenze e problemi di salute fisica e mentale.


Vivere in una società iper-formativa, dove si celebra il successo economico e professionale senza considerare il prezzo pagato per ottenerlo, fissando come obiettivi basilari degli standard già di sé di sovra-produttività, fa percepire un senso di inadeguatezza e fallimento prima ancora di iniziare. Serve una pausa per ragionare su quanto sia necessario promuovere una cultura che valorizzi il benessere emotivo e mentale e che riconosca l’importanza di un equilibrio tra vita professionale e personale, di modo da smettere di dover vivere per lavorare, e accumulare. E chissà che forse i finance boys trovino la loro strada per non sentirsi solo capi ma appartenenti a questo mondo come tutti gli altri.


Fonti:






 
 
 

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