La morte come arma politica: Pensiero marxista di Bhagat Singh nel carcere di Lahore
- tentativo2ls
- 23 mar
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«Ho agito come un terrorista. Ma non sono un terrorista. Sono un rivoluzionario che possiede idee ben definite di un programma a lungo termine… Permettetemi di dichiarare con tutta la forza di cui dispongo che non sono un terrorista e non lo sono mai stato, se non forse all’inizio della mia carriera rivoluzionaria. E sono convinto che non possiamo ottenere nulla attraverso questi metodi».
Siamo nel carcere di Lahore, odierno Pakistan; all’epoca nell’India britannica. Diversi giovani rivoluzionari dell’Hindustan Socialist Republic Association (HSRA) sono indagati sotto il processo ‘Second Lahore conspiracy case’ (1929-1931); tra questi ci sono Sukhdev Thapar, Shivaram Rajguru, Jatindra Nath Das e Bhagat Singh.
Indagati per l’omicidio di John Saunders, sotto ufficiale ucciso per errore al posto di James A. Scott. Quest’ultimo, capo della polizia, ordinò un pesante pestaggio durante delle proteste contro il governo Britannico. L’HSRA si vendicò della morte dell’anziano attivista Lala Lajpat, deceduto giorni dopo i colpi presi dalla violenza della polizia. In secondo luogo, ma non meno importante, il bombardamento della Delhi Assembly. Due ordigni di scarsa qualità, volti solo a spaventare e non uccidere, vennero gettati all’interno dell’assemblea legislativa fatta di persone britanniche e pochi indiani eletti. Proprio durante questo operato, Bhagat Singh e Batukeshwar Dutt si fecero arrestare per poter rivendicare i loro ideali davanti a una corte.
Bhagat Singh viene ricordato per i suoi ideali di cieco coraggio e anticolonialismo rivoluzionario, anche davanti alla morte. Consapevole della sua condanna a distanza di breve tempo, intendeva trasformare la sua morte in una risorsa di forza per i suoi compagni e i suoi connazionali indiani. Durante la prigionia ebbe uno scambio epistolare con il compagno anticolonialista Sukhdev Thapar. Thapar, timoroso di non riuscire più a sopportare a lungo il carcere, gli scrisse che stava pensando al suicidio in cella. La risposta di Singh lascia pensare molto. Considera, infatti, il suicidio da codardi; elogia l’esempio del loro compagno Jatindra Das morto in carcere per lo sciopero della fame.
Nella stessa lettera Singh ricorda quando i due compagni si misero a discutere di letteratura russa. Il realismo presente in essa. Il fascino del dolore che si prova in quei racconti pur non sentendo dentro a loro quello spirito di sofferenza. Il modo in cui si ammira la passione e la grandiosità dei personaggi, senza preoccuparsi di cercarne la ragione.
In tale modo Bhagat Singh cerca di convincere Thapar dicendo che è proprio il proposito di sopportare il dolore che produce quell’intensità e sofferenza. Ciò, a parer suo, da grande profondità e altezza alla letteratura russa.
Singh afferma che si diventa pietosi assimilando nella propria vita quello che lui chiama misticismo irragionevole, senza base concreta. “Persone come noi, che sono orgogliose di essere rivoluzionarie in ogni senso, dovrebbero essere sempre pronte ad affrontare tutte le difficoltà, le ansie, il dolore e le sofferenze che noi stessi ci attiriamo con le lotte che iniziamo e per le quali ci definiamo rivoluzionari” afferma, poi.
“Io (e anche tu) non abbiamo dato origine alle idee di socialismo e comunismo in questo paese; esse sono il risultato degli effetti del nostro tempo e delle nostre condizioni su di noi. Certo, abbiamo fatto qualcosa per diffondere queste idee e, proprio per questo, dico che, avendo già intrapreso un compito difficile, dovremmo continuare a portarlo avanti. Il popolo non sarà guidato dal nostro suicidarci per sfuggire alle difficoltà; al contrario, questo sarebbe un passo decisamente reazionario. (…) Una rivoluzione può essere raggiunta solo attraverso sforzi costanti, sofferenze e sacrifici. E sarà raggiunta. Per quanto riguarda il mio atteggiamento, posso accogliere agevolazioni e amnistia per tutti solo quando il loro effetto sarà permanente e quando, attraverso la nostra impiccagione, verranno lasciate impressioni indelebili nei cuori della gente del paese. Solo questo e nulla di più”. Conclude Singh nella lettera.
Per la psicologia odierna, queste parole di Singh giudicano e non accolgono la sofferenza di Thapar. Viene scoraggiata l’espressione della sua vulnerabilità, ma nel suo contesto possiamo vederle come coerente e addirittura ammirevole per la causa rivoluzionaria. Noi non siamo nessuno e non sappiamo cosa possa succedere nella mente di un carcerato. È importante riflettere e fare distinzione tra psicologia e un discorso etico-politico.
Il giorno prima dell’impiccagione, il capo secondino del carcere; di fede sikh - come la famiglia di Bhagat Singh - sapendo che al ventitreenne rivoluzionario mancavano poche ore, ritenne suo dovere aiutarlo per a prepararsi adeguatamente all’aldilà. Secondo la religione, il fedele stava compiendo un atto pio. Gli diede le scritture sacre per pregare. Singh rispose che avrebbe accettato volentieri la sua richiesta, ma vista che l’ora sta giungendo, pregare a Dio verrebbe visto dalla gente come se il rivoluzionario si fosse spaventato davanti alla sua sorte.
“Non ho mai pregato e ora che sento il respiro gelido della morte sul mio collo, se iniziassi a pregare, la gente mi fraintenderebbe. È meglio che io segua la mia strada. Potrei essere criticato perché sono ateo e non credo in Dio, ma nessuno dirà che Bhagat Singh è stato disonesto o che si è tirato indietro davanti alla morte”.
È il 23 marzo 1931, dopo la sentenza del tribunale; Bhagat Singh, Rajguru e Sukhdev vengono chiamati per l’esecuzione.
Quando fu chiamato a salire sul patibolo, Bhagat Singh stava leggendo un libro su Lenin. Continuò a leggere e disse: “Aspettate un momento, un rivoluzionario sta parlando con un altro rivoluzionario”.
Fonti:
The jail notebook and other writings (Bhagat Singh)
A martyr’s notebook (Bhupendra Hooja)
Biography of Bhagat Singh (M.M. Juneja)

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