La laurea non serve più. Istruzione, meritocrazia e privilegio.
- tentativo2ls
- 29 giu 2025
- Tempo di lettura: 8 min
Aggiornamento: 2 lug 2025
Articolo di Mapanzera
L'odierno imprenditore spesso ripete uno stesso concetto: che per avere "successo" non servono titoli accademici prestigiosi. Ad esempio, qualche anno fa, colui che ad oggi è forse l'imprenditore più noto, Elon Musk, dichiarò che l’istruzione è sopravvalutata ed è meglio affidarsi alle proprie abilità pratiche. In un'intervista ad AutoBild, Musk sostenne che ciò che realmente serve non si impara sui banchi di scuola, ma lontano da essi, riferendosi a Bill Gates e Steve Jobs, che non finirono l’università, ma fondarono colossi del tech.
Questa retorica, che inizialmente sembrava promettere maggiore libertà, democrazia e possibilità di autodeterminazione, alimenta l’idea che l’istruzione formale abbia perso il suo ruolo di ascensore sociale, se mai l'ha avuto. Sempre più persone si chiedono se ottenere una laurea sia ancora funzionale alla mobilità economica o se, al contrario, il mondo del lavoro premi soprattutto competenze pratiche, talento individuale e qualche abilità relazionale (o, anche, qualche buona relazione).
Tali considerazioni si sono acuite quando la scuola ha cominciato a ricevere sempre più critiche per premiare chi è già privilegiato in partenza, perché, per esempio, può permettersi di studiare senza lavorare, accedere a università più costose, o beneficiare di contesti familiari favorevoli, dove magari anche i genitori sono a loro volta laureati. Ed è diventata nell’immaginario collettivo progressivamente meno inclusiva e meno efficace anche nella sua missione dichiarata di promuovere l’uguaglianza delle opportunità.
Tuttavia, dietro l’affermazione che “la laurea non serve più” si nascondono importanti implicazioni sociali. Se l’istruzione non è un livellatore, ovvero uno strumento per garantire una maggiore uguaglianza nelle condizioni di partenza, cosa ne consegue per la società?
Uno scenario in cui i titoli di studio perdono valore potrebbe, infatti, vedere riemergere con forza meccanismi di selezione informali, come conoscenze personali, nepotismo, clientelismo e capitale sociale nel senso bourdieusiano del termine.
Nel prosieguo dell’articolo esamineremo queste implicazioni e vedremo come, in assenza di un sistema educativo equo, un altro sistema che ne prevede l'assenza rischi di dipendere ancor più dai privilegi di nascita o dalle reti personali, ribaltando la narrazione per cui è vero il contrario: cioè che il modello economico attuale sia talmente aperto da rendere superflua qualsiasi intermediazione nella selezione delle persone meritevoli.
Una visione che, se portata all'estremo, suggerisce che il mercato da solo sappia riconoscere il talento, senza bisogno di strumenti di certificazione. Dunque, la domanda che viene da porsi è: che cos'è il talento?
La retorica della laurea-inutile nell’era digitale:
L’idea che “non serve la laurea” per fare carriera fa presa in un’epoca di costanti cambiamenti nel mercato del lavoro, con trasformazioni rapidissime che hanno visto come principale protagonista l’avvento di internet. Grazie ad esso, molte competenze si possono acquisire online, ma, soprattutto, il costo di produzione di un proprio asset si è abbassato drasticamente (Jeremy Rifkin, 2011). Per questo, è facile abbracciare l’ottica secondo cui il successo dipenderebbe solo dal talento individuale, piuttosto che dai titoli accademici.
È innegabile che tutto questo abbia degli aspetti positivi: valorizza l’intraprendenza, l’espressione creativa, lo spirito imprenditoriale. Allo stesso tempo, però, una lettura semplicistica di questa situazione rischia di trascurare un aspetto importante: se i titoli di studio vengono svalutati, quali criteri assoluti rimangono per selezionare e valutare le persone?
Il pericolo è che, venendo meno un parametro - imperfetto, ma formalmente impersonale - come i risultati accademici, acquistino più peso le condizioni di partenza (almeno, più di quanto non lo abbiano già). Legami familiari, savoir faire interpersonale, accesso a risorse extra-scolastiche, conoscenze giuste: meccanismi di privilegio destinati altresì a divenire sempre più centrali.
L’istruzione come ascensore sociale: lezioni dalla storia
Questa dinamica si è già vista nella storia recente.
Nelle società pre-moderne, l’accesso all’istruzione superiore era riservato alle élite. Basti pensare al Regno Unito, dove - fino alla seconda metà dell’Ottocento - le uniche università, Oxford e Cambridge, ammettevano meno di 800 studenti all’anno, provenienti quasi esclusivamente dall’aristocrazia terriera o dalle famiglie del clero anglicano (Matthaios Dimitriou, 2023). Le rette erano altissime e il curriculum incentrato sulle lingue classiche e la teologia, lontano dalle esigenze della nascente società industriale.
Poi, però, le pressioni per riformare il sistema educativo crebbero di pari passo con l’industrializzazione e le istanze democratiche. In Gran Bretagna una Commissione Reale indagò lo stato di Oxford e Cambridge, portando a leggi che, nel 1854 e 1856, iniziarono ad aprire queste istituzioni (Matthaios Dimitriou, 2023).
Significativo fu anche, nel 1854, l’introduzione dei primi concorsi pubblici basati su esami per selezionare i funzionari dell’amministrazione statale. Ciò rappresenta un evento epocale, perché, fino ad allora, essi venivano scelti principalmente sulla base delle loro relazioni e dei rapporti familiari - facendo sì che, in teoria, fosse un esame a valutare il merito di un individuo.
Parallelamente, sorsero nuove istituzioni: le cosiddette civic universities (soprannominate red brick per via dell’architettura in mattoni rossi), inizialmente nati come college locali, divennero università riconosciute e un passo significativo verso la democratizzazione dell’accesso agli studi superiori (Matthaios Dimitriou, 2023).
Eppure, la stessa riuscita scolastica non era mai totalmente distaccata dall’origine sociale. Diversi studiosi hanno notato che, man mano che l’istruzione nel corso della storia diventava più inclusiva e il mercato del lavoro più competitivo, la concorrenza si spostava su altri piani. A partire dall'esplosione della scolarità nel secondo Novecento, le condizioni socio-familiari hanno influito in misura crescente. Non tanto per le risorse economiche disponibili, quanto per il capitale culturale trasmesso.
Oggi come allora, ma soprattutto, come prima che l’accesso all’istruzione si aprisse - molte opportunità passano per reti di conoscenze informali. Un sistema educativo efficace può, almeno in parte, controbilanciare questi meccanismi. Se, invece, “la laurea non serve più”, chi non è “figlio di qualcuno” rischia di trovarsi ulteriormente svantaggiato.
“The Credential Society”(Collins, 1979) e il Mismatch Laurea-Lavoro:
La tesi anti-laurea si inserisce in un quadro ulteriormente complicato da un fenomeno che in sociologia è chiamato “credenzialismo”: l’uso sempre maggiore dei titoli di studio come principale filtro nel mercato del lavoro, anche quando quei titoli non riflettono davvero le competenze necessarie per svolgere il lavoro in questione. Un trend che avrebbe portato nel corso degli ultimi decenni alla dinamica del “mismatch”, cioè un’asimmetria tra le qualifiche di una persona e il lavoro che compie (Marco Terraneo, 2010).Tutto ciò è accompagnato da una svalutazione dei titoli di studio, dovuta anche all’eccesso di offerta di diplomati e laureati, con la conseguente “inflazione di credenziali”. Un insieme che avrebbe portato via via proprio alla disconoscenza delle credenziali stesse come mezzo di valutazione dei candidati.
Sebbene tutto questo possa essere visto come un problema residuale, considerata anche l’ancor più significativa statistica sui laureati in Italia - che si attesta intorno al 30% nella fasce d’età tra i 25 e i 34 anni, la ricerca di Marco Terraneo (2010) a riguardo specifica come nel nostro Paese per “un quarto dei neolaureati occupati a circa tre anni dal conseguimento del titolo” il possesso di una laurea si dimostra “non necessario formalmente o eccessivo per le concrete mansioni che è chiamato a svolgere”.
Ancora più rilevante per questo articolo è però la declinazione del credenzialismo descritta da Lester Thurow (1986), per cui “l’istruzione serve a segnalare background, capacità adattive o tratti di personalità, più che delle abilità tecniche”. Così, le imprese richiedono master o lauree non perché ci sia un bisogno effettivo, ma perché i titoli sono diventati una “barriera d’ingresso”. Tutto ciò infatti prevede un aumento dei costi (economici, temporali, psicologici) per pagare delle qualifiche che non promettono miglioramenti salariali o professionali, a scapito soprattutto di chi parte con risorse limitate. Lampante è come “l’istruzione di massa, lungi dal democratizzare il successo, finisce per innalzare la soglia necessaria per emergere socialmente” (Holt, 1964).
Favorendo ancora una volta chi può contare sul capitale sociale. Concetto che, per rispondere alla domanda precedente su che cosa costituisca “il talento”, e come il mercato si adoperi per riconoscerlo, diventa cruciale.
Bourdieu, Capitale Sociale: Merito e Caste nell’India Postcoloniale
Pierre Bourdieu ha dedicato importanti studi al ruolo dell’istruzione nella riproduzione delle gerarchie sociali, parlando appunto, di capitale sociale per indicare specialmente l’insieme di relazioni e contatti di cui un individuo dispone e che, in un contesto poco meritocratico, diventa moneta sonante. Secondo il sociologo francese, a scuola, le differenze di classe, invece di essere appianate, vengono conservate, a favore di coloro che vi accedono già considerevole dotati di tale capitale sociale.
Un esempio è quello studiato da Ajantha Subramanian, antropologa e autrice del saggio “The Caste of Merit” (2019), sul ruolo dell’istruzione nell’evoluzione del sistema delle caste in India. Il suo lavoro illustra come, dopo l’indipendenza (1947), l’India pose tra i suoi obiettivi la creazione di una moderna classe dirigente tecnico-scientifica che guidasse lo sviluppo nazionale. Nacquero così gli Indian Institutes of Technology (IIT), prestigiosi atenei di ingegneria progettati per essere eccellenze, il cui accesso avveniva (e avviene tuttora) tramite un durissimo test d’ingresso nazionale, il Joint Entrance Examination (JEE), identico per tutti (Narayan, 2020). Questo processo, istituito dalle nuove istituzioni repubblicane, sulla carta, sostituivano il casteismo pregresso con accesso a quest’ambito dato dall'imparzialità dell’esame (Narayn, 2020).
Eppure, la realtà si presenta come più stratificata: secondo Subramanian, gli IIT e, in particolare l’IIT Madras da lei studiato etnograficamente, si sono trasformati in roccaforti delle stesse caste che avrebbero dovuto rendere obsolete. In parte ciò è avvenuto perché le caste dominanti (bramini in primis) hanno potuto investire maggiormente nell’educazione dei figli, nell’addestramento al test e nella padronanza dell’inglese, risultando di fatto avvantaggiate nel superare il JEE, non soltanto grazie alle conoscenze specifiche richieste, ma a doti acquisite che facessero la differenza.
Inoltre, negli IIT ha preso piede la contrapposizione tra “the gifted” e “the coached” - I “dotati” (gifted) vengono tipicamente immaginati come giovani cittadini cosmopoliti, formati fin dall’infanzia in inglese e ovviamente di casta alta. Gli “addestrati” (coached) sono invece coloro che hanno dovuto colmare lacune con corsi intensivi, in molti casi studenti di ceto medio-basso o di casta subordinata che tentano di scalare la gerarchia con impegno straordinario (Narayan, 2020). Di conseguenza, il merito resta associato all’idea di un talento innato, anziché storico.
Dunque, il discorso pubblico spesso equipara il successo nell’esame alla prova di valore personale, rimuovendo però dal campo di analisi le diseguaglianze che precedono l’esame stesso. Questo porta i vincitori a credere di essersi affermati esclusivamente grazie alle proprie doti, negando i fattori che continuano a plasmare le opportunità. La lezione indiana, che Subramanian interpreta attraverso le lenti di Bourdieu, come accumulo di cultural capital su base castale in fondo, è valida ovunque.
Conclusione:
Come ricorda lo studioso Thomas Piketty, l’istruzione può essere una leva fondamentale per l’uguaglianza e la giustizia sociale, ma deve essere inserita in un contesto più ampio di equità strutturale.
Quando l’accesso al lavoro e alle posizioni di prestigio è filtrato da reti informali e privilegi relazionali, il merito viene distorto e l’istruzione rischia di diventare un simulacro di giustizia, utile a legittimare disuguaglianze già esistenti.
Il problema, dunque, non è solo nella scuola o nel curriculum, ma nel peso eccessivo che ha assunto il capitale sociale nella selezione. Nelle élite, il clientelismo si chiama networking; tra i meno economicamente abbienti, è spesso un atto di sopravvivenza. Ma in entrambi i casi, ciò che ne risulta è un sistema che premia l’accesso e non le capacità, e che perpetua, anziché correggere, le disuguaglianze.
Da un lato, è comprensibile che qualità come la fiducia, l’affidabilità o la sicurezza (attribuibili a persone con cui si ha un rapporto diretto) non siano facilmente trasmissibili attraverso un certificato, così come che la capacità di svolgere determinate mansioni richieda un riscontro diretto, umano ed esperienziale. Ma questa modalità rischia di essere escludente e capace di giustificare pratiche dove il rischio è che il merito venga svuotato di un significato comune e l’uguaglianza trasformata in una promessa disattesa.

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