top of page

La guerra alla droga: come perdere per mezzo secolo senza cambiare strategia

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 28 gen
  • Tempo di lettura: 4 min

Immaginate un uomo che in Italia fa una cosa che non produce slogan, non genera consenso e soprattutto non permette a nessuno di dire “tolleranza zero” con aria soddisfatta. Immaginate un medico che somministra eroina in un contesto clinico controllato come atto sanitario ripetuto ogni giorno con la stessa noiosa precisione con cui si misurano pressione e saturazione. Chiamiamolo Dottor X, non perché sia un personaggio leggendario, ma perché in Italia una figura del genere può esistere solo a patto di non diventare un simbolo.


Il Dottor X non pensa che l’eroina sia una cosa buona. Pensa, più banalmente, che una persona viva sia meglio di una persona morta. E siccome ha smesso da tempo di credere che la dipendenza risponda alla punizione, lavora come se la guerra alla droga fosse già finita. Fa turni. Compila cartelle. Riduce overdose, infezioni, marginalità. Ottiene risultati silenziosi, risultati che hanno la pessima abitudine di funzionare senza raccontare una storia eroica.


Il problema del Dottor X non è ciò che fa, ma ciò che dimostra. Perché mentre in Italia la guerra alla droga continua a essere combattuta come un rito — sequestri, arresti, linguaggio bellico importato a suo tempo da Richard Nixon e mai davvero aggiornato — altrove qualcuno ha deciso di verificare cosa succede quando smetti di combattere e inizi a curare. E i dati, come sempre, hanno rovinato la narrazione.


In Svizzera, a partire dagli anni Novanta, lo Stato ha introdotto la somministrazione controllata di eroina farmaceutica per persone con dipendenza grave che non rispondevano ad altri trattamenti. Non come gesto ideologico, ma come esperimento sanitario, così concreto da essere sottoposto a referendum. Vinto. Più volte. Da quel momento, accade qualcosa che il proibizionismo fatica ancora a digerire: le persone nei programmi smettono di morire come prima. Le overdose crollano, l’HIV e le epatiti si riducono drasticamente, la criminalità legata alla necessità quotidiana di procurarsi droga si dissolve quasi del tutto. Il consumo non esplode, il tessuto sociale non collassa, la civiltà non arretra. Semplicemente, il problema diventa più  più gestibile. In pratica una catastrofe narrativa.


La stessa sequenza si ripete in Germania e nei Paesi Bassi, dove la somministrazione di eroina entra nel sistema sanitario come opzione estrema, riservata a chi ha già fallito tutto il resto. Anche lì, le persone restano più a lungo in trattamento, riducono l’uso di eroina illegale, smettono di vivere in modalità sopravvivenza permanente e, dettaglio non trascurabile, costano meno allo Stato. Un risultato che, se non riguardasse la droga, verrebbe celebrato come buona amministrazione pubblica.


Poi c’è il Canada, che ha aggiunto a questo quadro le stanze del consumo supervisionato. Qui il dato è così semplice da sembrare provocatorio: zero morti per overdose all’interno delle strutture. Zero. Anni di attività, migliaia di accessi, nessun decesso. Un numero che, preso sul serio, renderebbe impossibile continuare a sostenere che lasciare le persone sole e clandestine sia una forma di protezione.


Nel frattempo, in Italia, il quadro rimane tragicamente stabile. Secondo l’ultima relazione al parlamento sullo stato delle tossicodipendenze nel 2024 sono morte per overdose 324 persone, principalmente per eroina, cocaina e metadone. È una media di quasi una persona ogni 27 ore, in un Paese dove la riduzione del danno resta ancora marginale. Nonostante questi numeri, oltre il 60% dei fondi pubblici dedicati alla “lotta alla droga” continua a essere investito in repressione penale,  mentre circa il  5% finanzia interventi di riduzione del danno, come unità mobili, test rapidi o supporto nei contesti di consumo. Il risultato è un sistema che non previene e spesso si limita a punire.


Alla fine del 2024, quasi un detenuto su tre (29,1%) era recluso per reati legati alla legge sugli stupefacenti. In molti casi si tratta di violazioni minori, piccoli spacciatori o persone con dipendenze mai trattate. La recidiva è alta, i percorsi di cura nelle carceri sono limitati, e molti escono più fragili di come sono entrati.


Nel frattempo, nei paesi che continuano a investire quasi esclusivamente nella repressione, accade esattamente ciò che l’economia proibizionista prevede. Le sostanze diventano più potenti. Intatti il fentanyl non arriva come un incidente, ma come la soluzione di mercato perfetta in un sistema che premia la clandestinità: piccolo, facile da trasportare, devastante. 


Ed è qui che il Dottor X smette di sembrare una stranezza italiana e diventa una figura storicamente in ritardo. Perché altrove la guerra è già stata archiviata come un errore costoso e sterile, e sostituita con qualcosa di infinitamente meno epico ma più efficace: la riduzione del danno. 


Mettendo insieme tutto — il Dottor X, la Svizzera, la Germania, i Paesi Bassi, il Canada, e i dati globali che mostrano un consumo in aumento nonostante decenni di proibizionismo — emerge una verità difficilmente digeribile: la guerra alla droga non ha ridotto il consumo, non ha reso le sostanze meno pericolose, non ha protetto i più vulnerabili. Ha prodotto carceri piene, mercati illegali sofisticati e una quantità impressionante di morti evitabili.


La droga ha vinto perché si è adattata.


Il proibizionismo ha perso perché non ha mai voluto imparare.


E in mezzo ci sono Stati che ogni giorno dimostrano, senza proclami, che smettere di fare la guerra alle persone funziona meglio che continuare a combatterle.


 
 
 

Post recenti

Mostra tutti
Fenomenologia politica di George R. R. Martin

Valar morghulis : tutti gli uomini devono morire. Nell’opera di George R.R. Martin A Knight of the Seven Kingdoms , riadattata per il piccolo schermo da Ira Parker e appena conclusa su HBO, prende for

 
 
 

Commenti


bottom of page