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La Green Economy non ci salverà

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 30 nov 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

La COP30 a Belém si è conclusa. Tutti a casa e anche quest’anno nulla di fatto.


Delusi? Sì. Ma non sorpresi.


Peccato per gli sforzi del presidente Luiz Inácio Lula da Silva e del Ministero per l’Ambiente affidato a Marina Silva, che negli ultimi anni hanno speso la loro credibilità nel rafforzamento dei controlli su territorio e deforestazione. Comunque insufficienti, anche per il fatto che un terzo della superficie forestale ricade sotto l’amministrazione di altri otto Paesi, con politiche ambientali molto meno illuminate. E a cui si aggiunge il doppio paradosso delle politiche ambientali brasiliane, dove la maggioranza parlamentare, di destra, sta smantellando decenni di legislazione per la tutela dell’ambiente.


La COP30 nasceva fin da principio come una conferenza anomala. La scelta di ospitare i lavori in una città simbolicamente rilevante alle porte dell’Amazzonia, ma palesemente inadatta a livello logistico, aveva immediatamente messo in luce le contraddizioni intrinseche (come i grandi progetti infrastrutturali della regione ) ma poteva essere occasione per mostrare ai rappresentanti l’impatto reale di estrattivismo e deforestazione sull’ecosistema amazzonico. 


Non solo: le proteste e il coinvolgimento degli attivisti indigeni nelle discussioni della conferenza promettevano di rendere questa edizione la “COP delle mobilitazioni”, secondo le intenzioni della ministra dei Popoli indigeni Sônia Guajajara. Intenzione parzialmente mantenuta con la promessa di riconoscimento di nuovi territori di proprietà indigena. Ma l’elefante nella stanza è un altro. 


Le due settimane di lavori si sono tradotte nell’ennesimo impegno vago ad accelerare la transizione energetica e stanziare fondi per i Paesi più vulnerabili. Nessuna tappa concreta, nessuna tabella di marcia per arrivarci, e perfino il rifiuto da oltre metà delle Nazioni presenti a parole che possano suggerire un riferimento esplicito ai combustibili fossili. Transizione sì, ma da cosa non può essere scritto. Persino peggio, nel tripudio di lessico diplomatico del documento finale, sono le espressioni ampiamente interpretabili come al punto 56: “Measures taken to combat climate change, including unilateral ones, should not constitute a means of arbitrary or unjustifiable discrimination or a disguised restriction on international trade”. Trenta conferenze sul clima per concludere che il mercato ha la precedenza sul clima.


Ancora una volta la COP conferma l’evidenza: la formula dell’economia verde non va da nessuna parte. Specialmente quando è minata tanto dalle industrie del fossile quanto da alcuni degli stessi Stati membri, certo. Ma il paradigma è marcio all’interno a partire dalla sua logica fondamentale: la monetizzazione della crisi climatica alla base della governance.


C’è un assunto alle fondamenta del problema. L’assunto che la politica (e specialmente la politica degli organismi sovranazionali) sia esclusivamente allocazione di risorse. Tagli da una parte, incentivi all’altra. E in questa logica, tutto ha bisogno di avere un prezzo per calcolare come pareggiare il bilancio. Incluso il clima. Così intesa, qualsiasi proposta di tutela dell’ambiente è una perdita economica che deve essere controbilanciata. 


Bene. Ma a chi spetta pagare il prezzo dell’ambiente secondo la green economy? Ce lo dice la realtà. Lo abbiamo visto nel 2018 in Francia, quando l’incremento della TICPE, la tassa sugli idrocarburi, si tradusse in un aumento del costo del diesel per gli utenti finali e le ondate di protesta dei Gilets jaunes furono tacciate di anti-ambientalismo e di non aver compreso un male necessario per la transizione. O nel 2021 in Italia, con i licenziamenti di massa nel settore automotive della GKN di Campi Bisenzio e il Sole24Ore che parlava, non senza una dose di soddisfazione, di diritti del lavoro calpestati come “effetto logico” della “narrativa buonista” di Greta Thunberg (qui l’articolo se siete in vena di hate-reading). Succede in questo momento, mentre la questione Ilva in Liguria viene infarcita di retoriche su malvagie lobby ambientaliste che vogliono impoverire gli italiani.


Nell’equazione tra crescita economica, protezione ambientale e tutela del lavoro, solo la prima è autorizzata a restare sempre, dogmaticamente, in positivo. Aumentare le tutele dell’ambiente significa quindi ridurre quelle sul lavoro, è pura logica. Il profitto ha la precedenza. A noi spetta scegliere se per garantirlo preferiamo vedere il pianeta bruciare o i nostri diritti sociali smantellati. Si perde sempre.


Sono le relazioni di potere a decidere come le conseguenze della crisi climatica ricadono sulla società. Soprattutto nel capitalismo avanzato, dove la socializzazione del rischio ambientale è fatta ricadere sulle classi subalterne. 


Quando si parla di politica ambientale del lavoro serve prima di tutto uscire da questo ricatto “o lavoro o salute”. Ne è un esempio il piano di riconversione (seria) degli impianti industriali della GKN occupata, nato dalla collaborazione diretta tra operai e scienziati. Se non si mettono in discussione i modelli di impresa e di governance, una transizione ecologica giusta, che non venga sobbarcata sulle spalle della maggioranza, resta un’illusione. 


O resta giardinaggio, come diceva Chico Mendes. Pare giusto ricordarlo dopo questa COP. Brasiliano, attivista e sindacalista che fece sue le battaglie per l’ecosistema e i popoli dell’Amazzonia. Anche lui, come tanti, ammazzato da un imprenditore estrattivista.


 
 
 

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