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La fine dell’innocenza alternativa: Hipster, capitale e l’impossibilità di restare marginali 

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 26 gen
  • Tempo di lettura: 4 min


L’anno spartiacque dell’Internet gioioso: il 2016 e ciò che sarebbe arrivato


Dieci anni dal 2016. Dieci anni da un anno nostalgico, iconico per la produzione di meme e possibile data spartiacque tra il normie e il dank, tra contenuti che divulgavano ottimismo e battute non troppo sagaci (Superuovo, scritte “live love laugh” tra colori pastello e foto con filtro Retrica) e l’inizio di quel nonsense graficamente e musicalmente incomprensibile ma che, nella sua assurdità, riusciva a smuovere l’umorismo degli utenti (MLG, fried memes). L’approdo di contenuti che andavano a demolire o a considerare “cringe” ogni meme che avesse senso e che fosse coerente con la sua intenzione di far ridere ridefinirà la grammatica del web specialmente per la generazione Z, che dallo stesso 2016 fino al post-pandemia sarà protagonista della creazione di materiale digitale d’intrattenimento. Un addio non troppo prematuro a una forma di Internet e a una serie di mode che, fino a quel momento, avevano prosperato, ma che ora apparivano vetuste, quasi irritanti.


Gli hipster: nascita e prime criticità


Parlare di hipster nel 2026, oltre che anacronismo puro, potrebbe apparire come l’ennesimo tentativo di rivitalizzare uno stile e una cultura ormai defunta come contrappeso del presente. Nulla di tutto ciò, anche perché nuove e salde correnti estetiche contemporanee – come quelle del maschio performativo – non divergono in maniera così netta, ad ennesima dimostrazione che nulla muore, ma tutto si reinventa.


Il fenomeno hipster ha due radici: la prima risale agli anni ‘40 del Novecento, mentre la seconda alla fine degli anni ‘90 del medesimo secolo. Minimo comune denominatore fu quello dell’emulazione della cultura nera da parte di persone bianche: i vecchi hipster erano caucasici appassionati di jazz afroamericano (be-bop), che emularono questi artisti nell’abbigliamento e nello stile di vita, ribelle e anarchico, disgustato dal contemporaneo e preoccupato dal possibile incombere della guerra atomica. Una tendenza che sopravvisse fino alla fine degli anni ‘60, ma che divenne presto sinonimo di rigidità di schemi, costumi e comportamenti che finirono con il ricalcare quello stesso soffocante sistema sociale da cui presero le distanze: essere hipster era diventato, sin da subito, uno stile di vita performativo.

Analogamente, gli hipster del nuovo millennio si concentrarono sull’apparenza, sfoggiando abbigliamenti vintage, uno stile di vita ecologico dedito alla rivitalizzazione di oggettistica d’epoca, senza tuttavia abbandonare quell’atteggiamento sprezzante e distaccato dalla società conformista che, sfortunatamente, finì con l’esclusione a priori di chiunque non fosse bianco. Una sottolineatura non indifferente, alimentata inoltre dal fatto che essi non solo  appartenessero – dal punto di vista etnico – a categorie non discriminate, ma provenissero da ambienti benestanti quando non alto-borghesi.


Hipster e urbanistica: un connubio interessante ma pericoloso


Se il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, allo stesso modo le culture anticonformiste – nel momento in cui decidano di aprire le braccia al capitale – rischiano di creare un effetto domino volto a intaccare drammaticamente comunità davvero marginalizzate: tra questi effetti, quello urbanistico e della gentrificazione è da evidenziare. La natura anticonformista e dissociata dai rappresentanti del movimento hipster trovò rifugio nei quartieri operai delle grosse metropoli, contenitori di dormitori e disprezzati dai bravi e rispettosi cittadini comuni: Brooklyn, East London, la futura NoLo. Sebbene le buone intenzioni dei baldi giovani con baffi a manubrio fossero quelle di ridare ossigeno a zone urbane escluse dal divertimento e dalla vivacità cittadina, la loro condotta – e il loro pernottamento in questi luoghi – portò a quel mare di conseguenze tipico in ogni metamorfosi d’infighettamento urbano: crescita dei prezzi delle case e dei negozi di prossimità e conclusiva espulsione degli abitanti originari. Un esempio di modello di buisness, vituperato e successivamente vandalizzato dagli abitanti locali fu quello della catena Cereal Killer Breakfast, nata nel 2014 nel quartiere Shoreditch di Londra dai fratelli Alan e Gary Keery; situata in una delle aree più povere della città, i due fratelli subirono pesanti critiche riguardo il prezzo esorbitante delle loro tazze di cereali, fino ad essere oggetto della rabbia sociale dei residenti nel 2015 durante una manifestazione. Un caso che ha portato sul web alla creazione di un meme ad hoc – quello del millenial burger joint – che schernisce le innovative intuizioni imprenditoriali degli hipster nello stereotipo della steakhouse decorata con luci al neon, sgabelli di legno, prezzi esorbitanti e riferimenti sessuali nei nomi delle pietanze.


Cosa serve per sopravvivere nella giungla contemporanea delle estetiche


La dimensione economica e la presunta superiorità intellettuale hanno fatto terra bruciata attorno al giardino di casa degli hipster; nonostante ciò, la loro impronta sociale non è andata dissolvendosi, ma si è fossilizzata, concimando quella che sarà la futura ondata di sottoculture. Nell’attuale sistema economico, votato alla precarietà e alla dissacrazione dei lavori creativi, l’immagine dell’artista nascente disilluso dalle condizioni materiali presenti, costretto a ripiegare su mansioni non compatibili con la sua vocazione, ha sicuramente influito sulla necessità di evadere tramite generi musicali sconosciuti, cinema d’essay e abbigliamento non canonico. Un anticonformismo rappresentante di un’immagine sincera, forse l’unica e immediata di cosa poteva e doveva essere l’hipster, ma che rischia, ha rischiato ed è inevitabilmente confluita nella macchina dell’apparenza e dell’autoreferenzialità. Tra le nuove mode del momento, comprendere i come e i perché della loro genesi, soggetto per soggetto, è forse rimasto l’unico metodo per evitare di generalizzare.


Fonti


It’s not all coffee shops and hipsters: what we get wrong about gentrification | Leslie Kern | The Guardian



Teoria e archeologia degli Hipster


Il ritorno degli hipster: storia, stile e nuova autenticità - nss magazine

 
 
 

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