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La crisi del 2008 fu il nostro primo trauma sociale? La Grande Recessione, vista dai ragazzi di allora, a quasi vent’anni di distanza.

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 1 ott 2025
  • Tempo di lettura: 9 min

 

Di @mariaalessandrapanzera

 

Il 15 settembre 2008, quando fallì la grande banca d’investimento Lehman Brothers, dando il via a quella che avremmo chiamato in seguito la Grande Recessione, avevo compiuto 9 anni da poco.

 

Quella sera, mio padre tornò a casa dal lavoro verso le otto di sera, come ogni sera. Rimase a lungo in piedi, dietro alla sedia del suo posto a tavola in cucina, discutendo con mia madre a bassa voce. Se adesso gli chiedessi cosa gli passò per la mente accendendo la televisione o, persino, come fosse vestito, saprebbe rispondermi con la precisione di un esperto sarto di abiti. Io, invece, non ricordo quasi nulla, se non un dettaglio: l’atmosfera in casa era più tesa del solito. Lo percepivo, come se ci fosse stato un sottile ma pungente odore di bruciato nella stanza. In qualche modo, compresi che a essere andati in fumo quel giorno fossero stati proprio i soldi: quelli di milioni di persone in tutto il mondo.

 

Nei tempi successivi, il termine più ricorrente divenne “crisi”, il cui uso quotidiano si fece via via più intenso. Venne votata dai lettori di Repubblica come parola dell’anno nel 2009, mentre Year in Search di Google mostra categorie come “lavoro”, “casa” e “finanza” tra le principali, sui picchi di ricerca in rete.

 

Quando ho cominciato a scrivere questo saggio pensavo che fosse solo un piccolo pezzo della mia storia.

 

Crescendo, ho convissuto con la paura che potesse succedere qualcosa di catastrofico, seppur il lavoro dei miei genitori non fu mai direttamente colpito e la mia famiglia non si trovò improvvisamente in difficoltà finanziaria come tante altre, soprattutto nel Nord America. Tuttavia, avevo come l’impressione che dietro a ogni angolo potesse nascondersi qualcuno pronto a portarmi via non solo la borsa, ma anche scarpe, armadio, e cesto della biancheria. Come se avessi interiorizzato un senso di precarietà strisciante, una paura che tutto potesse crollare.

 

A quanto pare, però, questa non è stato solo la mia storia.

Soltanto nell’anno passato, il 2024, l’Italia ha raggiunto i livelli economici che aveva prima della crisi. Nell’immediato, il colpo più duro del crack finanziario arrivò dove l’economia era più esposta: manifattura orientata all’export e piccole imprese dipendenti dal credito bancario. Col collasso di una banca d’affari con oltre 150 anni di storia come quella dei Lehman, la sfiducia prosciugò la liquidità nei mercati monetari. Si innescò un’impennata degli spread interbancari in Europa, con una stretta creditizia e scarsità di fondi senza precedenti. Il crollo del commercio mondiale, per un Paese con una manifattura a forte vocazione all’export come il nostro, fu il colpo più duro (OCSE Studi Economici: Italia, 2009).

 

Gli effetti economici della crisi del 2008, gli eventi che li hanno causati e i loro lasciti negli anni seguenti sono stati ampiamente documentati, nel cinema, nella musica, negli studi scientifici e nelle riviste accademiche. Indici di borsa, mutui, Lehman Brothers: questa narrazione è quella che è appartenuta agli adulti.

Ma i ragazzi di allora della Generazione Z (nati dopo il 1997), ne hanno vissuto gli strascichi nelle loro vite, attraverso esperienze che, senza il vocabolario dell’economia, insegnano lo stesso la grammatica dell’instabilità. Per noi, fu quello il primo trauma condiviso. La troppa tempestiva fine dell’innocenza economica.

 

Parlandone con alcuni amici coetanei - che non costituiscono un campione rappresentativo, ma comunque persone della Gen Z - ho ritrovato nei loro ricordi tracce simili che hanno lasciato segni sparsi e diffusi. Su Reddit esiste un thread in cui un utente americano chiedeva, “Gen Z, cosa ricordate della recessione del 2008?”. Sono emerse testimonianze dell’infanzia e dell’adolescenza, segnate da piccoli e grandi traumi. Di seguito, qualche esempio: 

“Avevo 8 anni e ricordo che alcune maestre non sono più tornate a scuola. Sentivo anche alcuni compagni dire con ingenua allegria che la mamma o il papà potevano “stare a casa più a lungo” dal lavoro.”

“Smettemmo di andare a mangiare fuori. Tagliarono perfino la TV via cavo e Internet per un lungo periodo. Senza cartoni né giochi online, finii per passare molto più tempo fuori a giocare con gli amici... finché molti di loro dovettero trasferirsi. In quel periodo persi tantissimi amici stretti.”

Mio padre all’improvviso era a casa tutti i giorni: aveva perso il lavoro. Smettemmo di fare viaggi e anche le attività sportive extra. I miei cercavano di nasconderci le difficoltà, ma l’angoscia trapelava.”

“In casa i miei genitori litigavano più spesso per i soldi e il Natale fu molto più “tirato” del solito. Iniziammo a rientrare nella fascia per la mensa scolastica a prezzo ridotto.”

“Avevo 9 anni nel 2008. La mia famiglia era già povera da prima, quindi ai miei occhi non cambiò nulla. L’unica differenza fu vedere mia madre (single) e i miei nonni ancora più stressati e sfiniti dal tentativo di tirare avanti.”


Fatta eccezione per l’ultimo racconto da cui si evince che, per chi era già in difficoltà economica, la crisi finanziaria andò soltanto a peggiorare una situazione già precaria, colpisce come molte di queste testimonianze, traccino una linea di confine. Per tanti bambini di allora, negli Stati Uniti ci fu “un prima e un dopo”  fatto di rinunce improvvise: da quelle più semplici, come niente più uscite al ristorante o vacanze cancellate, a quelle più lesive, come genitori in depressione, costretti alla disoccupazione, crisi domestiche e traslochi forzati.


Gli aneddoti personali su come la famiglia media americana fu messa alla prova sono confermati: milioni di persone persero la casa come conseguenza della crisi dei mutui. Le dinamiche familiari cambiarono significativamente, con alcuni genitori, sopraffatti dallo stress finanziario, che scivolarono nella depressione, e con un aumento dei divorzi causati dai problemi economici. Per la Generazione Z, ciò significa che all’epoca molti dovettero lasciare l’abitazione e abbandonare il posto in cui erano cresciuti, scuola e punti di riferimento, provando spesso un senso di insicurezza e vergogna.


Insomma, sebbene la narrazione dominante della Grande Recessione riguardi soprattutto gli adulti che perdevano casa e lavoro, adesso è interessante chiedersi come noi della Generazione Z ne fummo indirettamente colpiti, attraverso i nostri genitori o fratelli maggiori. Elaborando la questione, a quasi vent’anni di distanza, è possibile arrivare a comprendere l’impatto che ha avuto tale evento - non soltanto sulla situazione economica che abbiamo ereditato - ma anche sulla nostra evoluzione sociale e culturale.


Figli delle stelle, nella scia di sogni spenti

Anche in Europa e maggiormente in Italia chi è entrato nel mercato del lavoro negli anni successivi alla crisi del 2008 ha trovato fenomeni come un alto tasso di disoccupazione giovanile, salari stagnanti, e contratti precari (Matteo Antonaci, 2020). I Millennial, che nel 2008 erano al liceo o all’università e, quindi, più consapevoli di quello che stava accadendo e in grado di elaborarlo meglio, hanno subito l’urto in pieno, con un avvio di carriera tagliato sul nascere. Tuttora, i trentenni di oggi guadagnano meno dei coetanei della Generazione X di ieri e l’indipendenza economica è raggiunta mediamente intorno ai 30 anni (Matteo Antonaci, 2020).

Su di loro, il risultato sociale è stato un prolungamento della dipendenza dalla famiglia d’origine per un vincolo economico che ha prodotto il fenomeno delle cosiddette “vite rimandate” (Chiara Saraceno, 2017). Andare a vivere da soli, formare una famiglia, completare gli studi con serenità, sono stati  traguardi spostati più avanti nel tempo, rispetto a quella che era l’aspettativa pre-crisi. Aspettativa con cui i Millennial, a differenza della nostra generazione, hanno avuto una certa familiarità: tratteggiata nel periodo di rinascimento economico degli anni Ottanta e nella lunga saga del benessere che ha preceduto il crollo, si distingue per un immaginario comune ricco di vitalità, entusiasmo e ottimismo. La crisi, invece, inaugurò un nuovo capitolo della democrazia occidentale, segnato dal contrasto tra chi è riuscito a mantenere stabilità e chi è stato colpito dagli effetti della globalizzazione e del tracollo finanziario. Da questo evento epocale, fino all’attuale ripresa - seppur ancora fragile e controversa - hanno prevalso le disuguaglianze sociali, le difficoltà a migliorare la propria condizione e la paura di scendere nella scala sociale, creando le basi materiali e psicologiche di una società caratterizzata da un immaginario collettivo regressivo, chiuso e malato. 

 

La Gen Z ha guardato in controluce, ma pur sempre con abbastanza chiarezza. Osservando indirettamente non soltanto i propri genitori, ma anche i propri fratelli Millennial tornare a vivere con loro a causa della mancanza di opportunità. E, naturalmente, ne ha subito le conseguenze, che se ne rendesse conto o meno in quel momento.

 

Una recente ricerca dell’Osservatorio Hr Innovation Practice del Politecnico di Milano dipinge il ritratto di una generazione complessa. Cresciuta in un mondo in cui le torri gemelle erano cadute da poco, ma senza averle mai viste in piedi. Facendo invece da osservatrice consapevole della conseguente guerra al terrorismo attraverso i video macabri sullo schermo del proprio smartphone. Una serie di criticità periodiche, ma costanti, ha fatto poi da sfondo alla nostra vita: la recessione del 2012, la pandemia di Covid-19, l’inflazione più alta degli ultimi 40 anni; ma anche il prospetto della crisi climatica, dei conflitti internazionali e delle crisi geopolitiche. In questo quadro la crisi è stata solo il primo momento di un ciclo di difficoltà che hanno accompagnato la Generazione Z nel raggiungimento dell’età adulta.

Tale elenco di vicende difficili e aspetti dolorosi, non vuole essere un mero esempio di trauma dumping - ma offrire un momento di riflessione aperto al confronto e alla ricerca di senso, per intrecciare esperienze e costruire un terreno empatico e solidale.

Infatti, dentro queste ferite, potrebbero essersi formate alcune risposte. A differenza dei Millennial, molto concentrati sul presente, la Gen Z guarda al futuro. Questo spiega come in una buona parte di noi è possibile notare una prudenza a risparmiare appena si può, coltivare competenze trasferibili, tenersi un piano B. Le promesse infrante ci hanno reso più cinici. Molte delle responsabilità diffuse della crisi sono state affrontate in maniera poco trasparente e i suoi principali fautori - banchieri, top manager, politici, membri dei consigli d’amministrazione -  sono riusciti a evitare ogni processo di accountability, nonostante le conseguenze condivise.

Anche la stabilità sembra essere diventata un obiettivo che supera status e successo.


Nel lavoro, un nuovo paradigma è sempre più evidente, frutto di questa rivoluzione: la professione smette di essere un feticcio identitario, perché conta il proprio equilibrio, il senso, il benessere - sempre più in alto nella gerarchia dei valori. Per noi è più difficile credere a retoriche politiche o aziendali, mentre è più facile orientarsi a valutare ciò che un’istituzione fa, piuttosto che ciò che dice. Non è un caso che la fiducia dei lavoratori verso le aziende e le istituzioni sia ai minimi storici. Questo si traduce però in attenzione a condizioni reali, come retribuzione adeguata, benessere, tempo. Se il posto fisso a condizioni dignitose non esiste più, si negozia la qualità dell’esperienza nel presente, non in un futuro nebuloso. Le scelte si sono spostate dalla prospettiva di carriera e prestigio professionale verso altri valori: equilibrio vita-lavoro, flessibilità e indipendenza.


La crisi ha generato una visione del mondo del lavoro significativamente diversa rispetto alle generazioni precedenti.

 

Per di più, la maggior parte di noi è determinata e persevera quando si presentano opportunità con il giusto rapporto rischio-rendimento. E proprio il nostro rapporto col rischio è particolarmente degno di nota, poiché emerge che la Generazione Z sia molto più parsimoniosa con i soldi, rispetto ai Millennial. Su questo aspetto, appare infatti assomigliare maggiormente alla generazione dei suoi nonni.

Ricerche mostrano, per esempio, che negli Stati Uniti molti Gen Z destinano già in media il 14% del proprio stipendio a piani pensionistici, superando quanto facevano i Millennial alla stessa età (BlackRock, cit. in CNBC). Questa prudenza nasce anche da un diffuso senso di precarietà: il 59% dei Gen Z dichiara di sentirsi ansioso riguardo al denaro, contro il 29% dei baby boomer. Sapendo che il duro lavoro di oggi non garantisce un domani sicuro, in molti iniziano già a costruire dei risparmi come barriera contro le incertezze future.

 

Conclusioni:

 

Non viviamo più nella recessione del 2008; questo accadimento è ormai quasi maggiorenne (sì, lo so, i 2008 hanno 17 anni - ti senti già vecchio?). Il mondo è andato avanti. Tuttavia, i suoi effetti - non soltanto materiali, ma specialmente sociali - di quella prima scossa, non li avevo mai davvero elaborati come un vissuto condiviso.

A nove anni non capivo titoli garantiti da ipoteche, né i derivati. Non sapevo nemmeno che cosa fossero i soldi. Nessuno me lo aveva mai spiegato, né mi venne spiegato che cosa stesse accadendo nel mondo a me attorno - forse, perché non ce n’era così bisogno. Mi rendevo però conto che gli adulti erano preoccupati, che la televisione diceva parole nuove con tono grave, che qualcosa di grande poteva rompersi in piccoli pezzi senza che io potessi farci niente. Oggi so che quella sensazione non era un dettaglio del mio passato, ma la didascalia di un’epoca.

 

Qualche settimana fa ho visto su Instagram un’infografica che ricordava i quasi vent’anni dal fallimento di Lehman Brothers. L’intento del post era probabilmente commemorativo, come se quella ferita fosse ormai un evento appartenente alla storia, da spiegare sui libri. La mia percezione è diversa, perché per chi appartiene alla Generazione Z o alla generazione che l’ha preceduta, credo che l’ombra della crisi sia ancora ben presente, nei suoi retaggi e ricadute di vita quotidiana.

 

La domanda che mi porto dietro è, quindi: come si ricostruisce una fiducia collettiva quando si è cresciuti con la certezza che tutto può crollare da un giorno all’altro? Con questa domanda, risponderei anche a coloro che spesso si chiedono il perché delle nostre istanze e rivendicazioni, spesso considerate troppo radicali. Stiamo ricostruendo su un terreno bruciato e di cui abbiamo continuato a sentire l’odore penetrante nel corso delle nostre vite.

 
 
 

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