L’ambiguità come lingua madre: abbiamo più termini tossici che intenzioni sane (e si vede)
- tentativo2ls
- 21 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Facciamo finta, per comodità e anche un po’ per pigrizia, che una certa Diana racconti a un’amica — chiamiamola Marta — che qualcuno è sparito. Niente di grave, eh: non un caso per “Chi l’ha visto?”, ma uno di quei fantasmi digitali che sanno usare i social ma non le parole. Una sparizione quasi da manuale. Marta ascolta, annuisce con aria da mentale coach e tira fuori la diagnosi che ormai funziona su tutto: “ghosting.”
Fine. Archiviamo il caso. Nessun bisogno di retroscena, motivazioni, segnali. Basta il nome — in inglese, ovviamente — e l’episodio si sistema in un angolino della mente già etichettato. È diventato routine: viviamo una cosa, la chiamiamo con una parola giusta, la capiamo meno ma ci sentiamo molto più lucidi e intelligenti.
Partiamo da qui. Perché è comodo, ma anche abbastanza rivelatore. Ci dice che oggi il nostro vocabolario affettivo è una specie di Ikea linguistica: pieno di nomi per descrivere la confusione, pochissimi per montare qualcosa di solido.
Negli ultimi anni abbiamo collezionato termini tecnici, quasi scientifici, per raccontare tutte le versioni possibili del “non so cosa voglio ma intanto ti lascio in sospeso”. Ghosting, orbiting, breadcrumbing, haunting, benching…
Una specie di Netflix delle ambiguità sentimentali.Ogni parola, un genere diverso. Thriller, horror, dramma. Tutte categorie del “non esserci davvero, ma nemmeno del tutto no.”E il contrario? Esiste una parola per descrivere quello che non scappa, che resta? Per chi ha voglia di comunicare? Qualcosa che significhi: “Ehi, ci sono davvero” senza sembrare uscito da un film Disney?
Questa asimmetria non è un caso isolato. Si inserisce in un contesto più grande: stiamo vivendo una rivoluzione linguistica imponente, ma solo nella sfera pubblica. La discussione sulla schwa, il dibattito sui femminili professionali, la ridefinizione dei pronomi, la ripoliticizzazione della grammatica: tutto questo mostra quanto la lingua sia diventata il luogo in cui si ridefiniscono identità e diritti. È una rivoluzione che riguarda l’inclusione e la giustizia.È necessaria.
Ma mentre la lingua pubblica si evolve, quella privata — la lingua delle relazioni — rimane indietro, prigioniera di un dizionario privo di alternative. Abbiamo parole nuove per dire chi siamo nel mondo sociale, ma non ne abbiamo per dire cosa vogliamo nel mondo affettivo.
Michela Murgia, che non ho mai compreso del tutto e che forse non andava compresa, ma accolta nella sua franchezza, ripeteva con insistenza una verità che oggi si rivela ancora più nitida: il linguaggio trasforma il modo di pensare.
Non lo rappresenta soltanto — lo orienta.Gli dà un perimetro.
Applicata alla vita affettiva, la sua intuizione diventa quasi un fatto empirico: se abbiamo un lessico costruito per interpretare e nominare l’ambiguità, la nostra mente imparerà a pensare attraverso quei concetti.La lingua non è un archivio neutro: è una mappa. E noi, senza rendercene conto, la seguiamo.
E qui arriva la domanda cruciale: E se la mancanza di parole positive non fosse solo lo specchio della nostra confusione emotiva…ma una delle sue cause?
Vale a dire: e se non riusciamo a immaginare relazioni più chiare perché non abbiamo più la lingua per formularle? La lingua non è uno specchio, bensì una direzione. Ci orienta anche quando non vogliamo essere orientati.
I comportamenti ripetuti diventano abitudini, ma prima ancora diventano categorie linguistiche. Una parola rende un fenomeno pensabile.Il pensabile diventa accettabile. L’accettabile si trasforma presto in “normale”.
Se abbiamo venti parole per sparire e nessuna per restare, sparire diventa una possibilità attiva, mentre restare resta un gesto quasi anacronistico, un’eredità pre-digitale, l’equivalente emotivo della macchina da scrivere.
Per questo non si tratta di inventare nuovi termini dal suono accattivante. Non serve coniare stay-ing o clarifying o altri ibridi linguistici. Serve, piuttosto, riabilitare parole che abbiamo lasciato nel fondo del cassetto, come se appartenessero a un’epoca del sentimento che ci siamo convinti di aver superato.
Se guardiamo con attenzione, ciò che chiamiamo confusione emotiva potrebbe essere semplicemente la conseguenza di un sistema linguistico sbilanciato, dove una parte della realtà è iper-descritta e l’altra quasi tabù.Non è che non sappiamo più amare: è che non sappiamo più parlare dell’amore in modi che lo rendano praticabile.
E allora sì, oggi abbiamo più termini tossici che intenzioni sane.
Ma non perché siamo peggiorati: perché abbiamo smesso di nominare ciò che funziona, e continuiamo invece a nominare ciò che ci ferisce.
La buona notizia è che la lingua cambia — sempre. E se decide di cambiare in una direzione o nell’altra, spesso dipende da noi. Basterebbe ricominciare a dire certe parole senza sentirle antiche. Basterebbe pronunciare “ci sono”, “non sparisco”, “non giochiamo alle ipotesi” come fossero parte del presente, non reperti del passato.Perché sì, è vero: la lingua ci condiziona. Ma proprio per questo può anche salvarci.

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