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Istanbul, maggio 2025. Appunti su un’assenza

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 26 mag 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Ci sono momenti nella storia in cui il significato delle cose non si trova nelle parole dette, ma nel vuoto che rimane quando nessuno le pronuncia. Istanbul, 15 maggio 2025, è uno di quei momenti. Un tavolo apparecchiato per la pace — delegazioni, bandiere, traduttori simultanei, dichiarazioni preconfezionate. Ma la sedia di Vladimir Putin è rimasta vuota. E in quella sedia vuota, in quel silenzio ufficiale, si è aperta una crepa. Una fenditura nel tessuto stesso della comunicazione diplomatica, una conferma che oggi, più che mai, il vero campo di battaglia non è fatto di trincee, ma di narrazioni.


Il vertice, nato da una proposta dello stesso Putin, sembrava promettere un riavvicinamento. Pace duratura, cause profonde del conflitto: ecco le parole con cui Mosca ha venduto l'iniziativa. Ma non era tanto ciò che si diceva a contare. Era ciò che non si faceva. Putin non si è presentato. E la sua assenza, come un'ombra proiettata su un palcoscenico illuminato, è diventata protagonista.


Chiunque abbia seguito anche superficialmente la storia della comunicazione politica sa che l’assenza è raramente neutra. È una forma di enunciazione. Un modo di dire le cose senza doverle dire. In altri tempi, sarebbe stata letta come un’offesa o un cedimento. Oggi, è un’arma. Perché la comunicazione — lo sappiamo, lo intuiamo tutti — è diventata essa stessa la guerra.


Negli anni ’60, Marshall McLuhan ci ricordava che il medium è il messaggio: non importa cosa si comunica, ma come. A Istanbul, ciò che è accaduto ha più a che fare con una performance interrotta che con una trattativa. È come se si fosse sollevato il sipario su una rappresentazione diplomatica che non aveva più bisogno dell’attore principale. L’assenza era il messaggio. L’assenza era il potere.

Mentre le delegazioni europee e americane occupavano le poltrone, mentre le telecamere scorrevano sui sorrisi educati e sugli scambi di mani, l’eco dell’invisibile si faceva più forte. Nessuno poteva dire esattamente perché Putin avesse rinunciato alla scena. Ma tutti potevano interpretare il gesto. Ed è proprio qui che la guerra ha cambiato pelle. Non serve più combattere per vincere: basta comunicare per sopravvivere. O per dominare.


I media occidentali hanno parlato di "fallimento", di "assenza strategica". I russi hanno risposto con il lessico dell’orgoglio: "non ci pieghiamo", "non ci presentiamo alle condizioni degli altri", " Due realtà parallele. Due narrazioni che non si parlano, ma che combattono senza tregua. Un conflitto in cui ogni post, ogni omissione, ogni immagine diffusa o censurata diventa un colpo sferrato al nemico.


In questa guerra fatta di percezioni, i concetti tradizionali – pace, negoziato, mediazione – perdono spessore. Non contano i contenuti, ma i frame. Non la verità, ma la coerenza narrativa. Un leader può saltare un summit e dominare comunque l’agenda mediatica. Può sparire e farsi vedere più di chi è presente. In questo senso, Putin ha fatto di Istanbul una sua trincea invisibile. E il silenzio, il suo manifesto.

A Istanbul si è consumata una simulazione di pace. Un rituale diplomatico messo in scena per la stampa, per gli elettori, per i mercati. Non per la pace. C’erano gli attori, c’era la scenografia, ma mancava la trama. E questo non è un incidente. È il funzionamento stesso del potere contemporaneo. Un potere che non ha più bisogno di dire cosa vuole. Basta che lasci intendere, che faccia intuire. Basta che crei interpretazioni in conflitto.


Nel frattempo, la frattura tra narrazioni è diventata una voragine. I media internazionali si sono divisi in ecosistemi paralleli, dove la stessa immagine — una sedia vuota — assume significati opposti. Sui canali occidentali, è il segno di un isolamento crescente. Nei media russi, è la prova che Mosca detta le condizioni. Ma la divisione non si è fermata lì: è esplosa sulle piattaforme digitali, dove la notizia ha viaggiato a velocità virale. Su TikTok, in particolare, l’assenza di Putin è diventata trend, meme, commento politico condensato in quindici secondi. Creatori da ogni parte del mondo hanno remixato la sedia vuota, trasformandola in un simbolo da interpretare, imitare, contestare. E così, la guerra dei significati ha raggiunto anche la Generazione Z, laddove il confine tra realtà e performance è ancora più sfumato.

Sui social media, si accendevano le scintille della nuova guerra. Account pro-russi rilanciavano slogan, mettevano in discussione la legittimità dei colloqui, minavano la credibilità dei partecipanti. Non ci sono ancora riscontri ufficiali da fonti OSINT per quanto accaduto a Istanbul, ma il precedente dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 è istruttivo: in quell’occasione, centri di analisi come DFRLab e EUvsDisinfo documentarono un’impennata di attività coordinate, tra bot, campagne di disinformazione e contenuti manipolativi diffusi a ritmo virale. Ogni post, un proiettile. Ogni commento, un frammento di propaganda.


In Europa, l’assenza è stata letta come una fuga. In Russia, come una dimostrazione di forza. Nessuno sa davvero dove stia la verità. Ma tutti sono pronti a difendere la propria. È così che la comunicazione diventa una forma di guerra ibrida. Una guerra senza fine, perché non ha bisogno di armi per continuare. Le bastano le parole, o la loro mancanza.


Forse è arrivato il momento di accettare che la politica contemporanea non si gioca più nei palazzi, ma nei vuoti. Nelle ellissi. Nelle assenze. Putin lo ha capito prima di altri: non serve esserci per dominare la scena. In un mondo che misura il potere in termini di visibilità, il vero potere è l’invisibilità. È la capacità di evocare senza comparire. Di decidere senza firmare. Di distruggere la comunicazione rendendola strumento di disorientamento.


E allora, i colloqui di Istanbul non sono stati un fallimento. Sono stati un monito. Un promemoria che ci dice dove siamo finiti. In un’epoca in cui la guerra è ovunque e da nessuna parte, in cui i confini tra verità e fiction si dissolvono, in cui il silenzio è l’ultima frontiera della strategia politica.


Se qualcuno ci osservasse da fuori, forse direbbe che non stiamo più assistendo alla realtà, ma a un montaggio. Una sequenza di immagini giustapposte, ognuna con la propria colonna sonora. E tra una scena e l’altra, c’è un taglio. Un buco nero. Una sedia vuota. E dentro quella sedia vuota, tutto il senso — o il non-senso — di questo nostro tempo




-McLuhan, M. (1964). Understanding Media: The Extensions of Man.


 
 
 

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