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Io sono notizia

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 26 gen
  • Tempo di lettura: 4 min

Antonio Dipollina coglie nel segno definendo gli episodi diretti da Massimo Cappello e Marzia Maniscalco «una lunga spiata sul retrobottega del berlusconismo». In tal senso, la videocracy dei decenni berlusconiani viene delineata in maniera del tutto filologica, eppure non vi è l’impressione di trovarsi dinanzi ad un memoir, tutt’altro.


Nel ripercorrere le indagini, la bancarotta fraudolenta, l’harem di Lele Mora vi è la volontà di narrare un’epoca d’oro, i fantastici anni Duemila. Vi è una costante sensazione di dejavu nell’ascoltare Fabrizio Corona mentre, rapito da sé stesso, narra dell’epoca d’oro dei paparazzi, delle Letterine, delle svariate Flavia Vento costrette sotto tavoli di plexiglass.


Il fatto è che si è già detto tutto su ciò che sono realmente stati gli anni Duemila italiani, eppure se ne può parlare ancora, resuscitando il cadavere decomposto che giace inerme mentre un medico legale in occhiali Gucci ne determina la

morte per asfissia. Questo perché, parafrasando Aldo Grasso, è difficile comprendere con quale coraggio la piattaforma streaming abbia permesso di mandare in onda un lungo e brutto spot pubblicitario su un pregiudicato che

viene trasformato in uno «spregiudicato mitomane del nostro tempo». Come può sembrare una buona idea dichiarare a favore di telecamere la propria superbia dinanzi alla colpevolezza?


Come può sembrare giustificabile affermare di non aver imparato nulla dal carcere, visto che ogni volta ne usciva più ricco, più bello e più famoso di prima? Il fatto è che nel suo manifestarsi quale profeta del nulla, Fabrizio Corona incarna il modo di vivere di un’epoca.


La costante necessità di essere visto, l’ossessione per l’immagine, la difficoltà a restare nella vulnerabilità senza trasformarla in spettacolo, il rapporto sessualmente morboso con il denaro, unico reale criterio di giudizio della propria identità: tutto ciò si intreccia al gossip come forma di potere, a vite private utilizzate come semplice moneta di scambio.


È la storia di un ventennio fortemente segnato dall’impronta mediatica dei programmi Mediaset, quando televisione commerciale, pubblicità e spettacolo hanno trasformato ogni aspetto della vita pubblica in intrattenimento.


Tangentopoli ed il collasso dei partiti di massa hanno lasciano orfane intere identità collettive, riaggregatesi non più intorno a ideologie ed appartenenze, bensì intorno alla figura del leader-imprenditore, alla promessa di benessere, alla legittimazione del successo individuale. Nonostante l’assenza di giudizio – quantomeno di analisi sociale – viene spontaneo domandarsi cosa potrebbe essere stato di Fabrizio Corona se Berlusconi non fosse mai sceso in campo. Innanzitutto vi è, ancora una volta, lo scandalo Tax Credit, lo strumento fiscale adottato dal governo per incentivare gli investimenti nel settore audiovisivo. L’assenza di argini prevista da questa forma di sostegno pubblico non solo ha messo sotto i riflettori vicende sfociate nella vera e propria illegalità da cronaca nera – basti pensare al caso Kaufmann –, ma ha indisposto la pubblica opinione rispetto al superamento della eleggibilità culturale, il metro di giudizio necessario a favorire il credito d’imposta.


La docuserie, prodotta dalla Bloom Media House di Marco Chiappa, Francesca Cimolai e Alessandro Casati, su una spesa complessiva di circa 2,5 milioni di euro, ha ricevuto 783.639 euro di credito, circa il 30% dell’intero costo di produzione. Ecco dunque che un prodotto di dubbia qualità – e non si tratta della prima volta – andrà a costare ai contribuenti italiani all’incirca 800.000 euro. Oramai si tratta di farci l’abitudine. Io sono notizia è la (nuova) punta dell’iceberg di una lunga e meticolosa inchiesta su decine di film e prodotti audiovisivi di scarso o inesistente interesse pubblico, alcune mai approdate al cinema o proiettate in sale deserte.


Eppure non vi pare esserci soluzione di continuità in questo costante spreco di fondi pubblici. Ecco dunque sopraggiungere la nausea ad ascoltare Fabrizio

Corona mentre utilizza una serie infinita di superlativi assoluti per cinque ore complessive. L’elemento dell’autonarrazione è fondamentale in quanto unico metro di giudizio. Si tratta di una versione dei fatti totalmente

priva di contraddittorio, un’estenuante tendenza a minimizzare gli anni di detenzione, a ridimensionare le condanne, pur ricordando molto bene gli appelli in lacrime per richiedere la grazia, proclamando un’innocenza che non è mai

esistita. La sensazione è quella di guardare irrequieti una farsa italiana, dall’inizio alla fine. Così come i contanti incriminati nel controsoffitto, vengono nascosti aspetti apparentemente secondari della questione: la solitudine, la sofferenza, la necessità di nascondersi dietro alla ricchezza e alla fama per scappare da fragilità considerate trappole umane, in primis gli affetti familiari. Nel dipingersi come un vincente a tutti i costi Corona se la canta e se la suona da solo.


A discapito della realtà, i testimoni dei fatti narrati valgono esclusivamente quali personaggi secondari, maschere tragicomiche. È difficile mantenere una certa sanità mentale mentre Antonio Cannuccia, tuttofare di Corona da lui stesso definito incapace, si delinea come un vero e proprio tirapiedi di stampo disneyano, mentre affianca l’amatissimo capo nella sua fuga attraverso Francia e Portogallo.

Si dà libero sfogo a una versione dei fatti in cui Fabrizio Corona è, tutt’ora, «assolutamente amatissimo». Per l’appunto vi è la sensazione che il Berlusconismo non se ne sia mai andato. Au contraire, è vivo e vegeto. È legittimo narrare la

propria colpevolezza, è lecito sbeffeggiare il pubblico ministero, è ammesso narrare delle proprie avventure sessuali esprimendo la propria incapacità di vedere le donne al di fuori della loro natura sessualmente imposta. Nina Moric,

nel descrivere il rapporto di costante corruzione personale con l’ex marito, dimostra come la questione femminile interna al mondo dello spettacolo italiano non si sia mai realmente distaccata dalla realtà esposta nel video documentario di Lorella Zanardo Il corpo delle donne, apparso per la prima volta nel 2009. Vi è chi parla di un’occasione sprecata dinanzi alla possibilità di parlare a 360° di un fenomeno in grado di intrecciare morbosamente giornalismo e cultura italiana, ma la verità – e Corona lo conferma attraverso la sua ossessione per i superlativi assoluti – è che tale occasione non è mai esistita.


Fabrizio Corona non è mai stato un giornalista, tanto meno un paparazzo o un talent manager. Fabrizio Corona è, ed è sempre stato, un semplice burattinaio in un teatro di figura animato da marionette bidimensionali. Netflix ha semplicemente permesso all’ex re dei paparazzi di raccontarsi, ancora una volta, come il più

scaltro di tutti, il più intelligente e splendido profumiere d’Italia, scadendo senza soluzione di continuità nell’anticamera del ridicolo. Zanardo definì la televisione italiana un circo perenne, passibile di visione solo a favore della sospensione d’incredulità. Diciassette anni dopo la situazione è la medesima: si può guardare la serie tv su Fabrizio Corona, la si può sopportare, a patto di ingannare sé stessi fingendo si tratti di un pessimo spettacolo di varietà.

 
 
 

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