Intervista a ŏpĕra magazine con Valeria Bevilacqua e Lara Gaeta
- tentativo2ls
- 26 giu 2025
- Tempo di lettura: 9 min

In che modo ci si può mettere in contatto con l’arte contemporanea? Come posso supportare gli/le artisti/e emergenti?
Entrare in relazione con il mondo dell’arte contemporanea non è così complesso come può sembrare: un primo passo può essere sicuramente partecipare a inaugurazioni di mostre, fiere ed eventi del settore, occasioni preziose per incontrare le diverse figure che vi operano e iniziare a costruire una rete. Anche il contatto diretto con le/gli artistə — ad esempio attraverso studio visit — è fondamentale per approfondire la loro ricerca e il contesto in cui si sviluppa, oltre che per cogliere criticità e fragilità del sistema artistico.
Come redazione di ŏpĕra magazine ci impegniamo a farlo promuovendo e approfondendo le loro ricerche, scrivendo di loro, coinvolgendolə in mostre ed eventi, e facilitando connessioni con curatrici e curatori, direttorə di musei, galleristə e collezionistə. Un gesto concreto ed efficace è senz’altro l’acquisto di opere — non in modo ingenuo e direttamente dallo studio, pratica che spesso non tutela né le/gli artistə né chi acquista — ma attraverso canali affidabili e certificati.
Infine, in quanto curatrici, curatori e lavoratorə dell’arte, condividiamo spesso con le/gli artistə emergenti una condizione di lavoro autonoma e talvolta precaria. Per questo riteniamo fondamentale mettere in comune strumenti e competenze trasversali legate alla tutela professionale: promuovere l’uso di contratti equi, la trasparenza nei compensi e il pieno riconoscimento del lavoro culturale come lavoro vero e proprio è parte integrante del nostro modo di prenderci cura della scena artistica che abitiamo.
Quali sono i mali incurabili di questo “settore” e le sue “benedizioni”, i pro che vi spingono a lavorare con l’arte contemporanea?
Per tuttə noi di ŏpĕra, lavorare in questo settore nasce da un’esigenza profonda: è un modo per continuare a fare ricerca e sperimentazione, seguire gli andamenti e le tendenze del sistema dell’arte, ma ci aiuta anche a resistere nei nostri intenti e non perderci, rimanendo nel presente in maniera attiva e consapevole.
Guardando agli aspetti positivi — le cosiddette “benedizioni” — lavorare con l’arte è senza dubbio un privilegio: ci permette di esplorare la realtà attraverso strumenti come la creatività, la percezione e la sensibilità. Addentrarsi in una ricerca artistica significa aprire la mente e avere l’opportunità di generare nuove connessioni e chiavi di lettura su temi cruciali del dibattito contemporaneo, come l’identità, l’ambiente, i diritti sociali, le nuove tecnologie.
Un aspetto spesso sottovalutato è la possibilità, unica nel suo genere, di accedere gratuitamente alle mostre in galleria, dove — soprattutto durante le inaugurazioni — si ha spesso l’occasione di incontrare direttamente le/gli artistə. Questa forma di accessibilità andrebbe valorizzata e vissuta di più, come dicevamo anche all’inizio.
D’altra parte, però, il sistema dell’arte resta in parte chiuso, elitario e autoreferenziale. Ottenere riconoscibilità al suo interno, così come riuscire a sostenersi esclusivamente attraverso il lavoro di artistə o curatorə, non è sempre possibile. Moltə di noi, infatti, accanto alla pratica artistica o curatoriale, portano avanti altre attività lavorative esterne al settore per poter mantenere un equilibrio economico.
Altro problema importante del settore è quello di trovare fondi, risorse economiche, stakeholder che abbracciano un progetto artistico e lo finanziano.
In che stato di salute è l’ecosistema dell’arte contemporanea/indipendente rispetto a quella europea? In cosa riusciamo e in cosa no?
In Italia esiste ancora un fermento culturale vitale, alimentato da una rete di realtà indipendenti, artistiche ed editoriali che si muovono dal basso e intercettano le ricerche più radicali e sperimentali del panorama contemporaneo. Questa “sottocultura” spesso opera ai margini del sistema istituzionale, con tutte le difficoltà che ne derivano: ottenere riconoscibilità, accedere a fondi, garantire continuità al proprio lavoro sono sfide ancora molto presenti per le/gli artistə e lavoratorə culturali.
Nel contesto europeo, la situazione sembra offrire maggiori possibilità di interazione e circolazione: bandi e programmi transnazionali favoriscono la mobilità, la collaborazione tra soggettività diverse e il superamento di confini geografici e disciplinari. Allo stesso tempo, forse oggi ha sempre meno senso pensare in termini di compartimenti stagni tra “Italia” e “Europa”: il sistema dell’arte si struttura in reti fluide, connesse, che superano le appartenenze territoriali.
La nostra pratica, come curatorə e artistə, è da sempre legata alla mobilità, al viaggio, allo spostamento. Miwon Kwon, nel suo libro One Place After Another, parlava della “logica del nomadismo” come condizione ormai strutturale nel lavoro culturale contemporaneo: più viaggiamo, più sembriamo visibili, rilevanti, desideratə. Ma questa mobilità, pur necessaria, non è mai neutra: genera squilibri, esclusioni, e rafforza spesso il predominio delle grandi città occidentali come epicentri dell’arte globale.
Alcune delle esperienze più significative, però, si sviluppano proprio in contesti periferici o decentrati. In Italia, i borghi e le aree interne stanno diventando luoghi privilegiati per pratiche che si radicano nei territori, attivano comunità, e producono contenuti culturali di grande qualità, lontani dalla pressione dei riflettori e dei ritmi imposti dalle metropoli. Potremmo citare numerosi esempi virtuosi in questo senso, che dimostrano come la marginalità geografica possa tradursi in forza critica e rigenerativa.
L’arte contemporanea può ancora essere uno spazio di rottura o è diventata un’industria come le altre? Quanto conta oggi la provocazione rispetto alla commerciabilità?
È sia l’uno che l’altra, così come lo è stata anche in passato.
L’arte contemporanea continua a esprimersi come denuncia, critica, riflessione più o meno ironica del presente, e come interpretazione e rilettura del nostro tempo. Ciò che è cambiato sono i mezzi, le tecnologie e i circuiti in cui oggi opera l’arte contemporanea. Non è più possibile pensare l’arte, ad esempio, senza considerare il contesto digitale, la progressiva dematerializzazione dell’opera e l’intersezione con le nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale, la realtà virtuale e l’influenza degli algoritmi. D’altra parte, però, le opere — siano esse digitali o fisiche — devono poter essere vendute, entrare nelle grandi collezioni pubbliche o private, e soprattutto essere viste, discusse, criticate o persino contestate. La commerciabilità è una dimensione con cui ogni artistə, prima o poi, si confronta.
Le/gli artistə partecipano ancora alle grandi fiere internazionali, come Art Basel, Frieze e simili. Non sempre per convinzione, ma perché esserci è diventato quasi necessario. Eppure, il formato stesso delle fiere sta evolvendo, aprendosi sempre più a pratiche partecipative, relazionali, capaci di coinvolgere pubblici più ampi e meno specializzati.
Allo stesso tempo, però, non è raro visitare fiere diverse e trovarsi di fronte alle stesse opere e agli/le stessə artistə: molte gallerie, per ragioni economiche e di sopravvivenza, finiscono per ridurre il rischio e puntare su nomi già affermati, certificati dal mercato. Questo contribuisce a un progressivo restringimento della sperimentazione e limita le possibilità di scoprire linguaggi nuovi.
Qual è la responsabilità di un magazine indipendente nella costruzione di una comunità artistica e culturale? Vi sentite più osservatori o attivatori di un discorso?
Nel nostro caso, consideriamo ŏpĕra come uno spazio attivo di sperimentazione e di ricerca collettiva. Il magazine è uno strumento fondamentale per attivare sinergie tra artisti emergenti, curatori, realtà indipendenti, musei, istituzioni e, talvolta, aziende.
Questa scelta editoriale riflette il nostro modo di intendere la responsabilità di un magazine indipendente: creare connessioni, favorire il confronto e offrire uno spazio di espressione per voci che spesso restano ai margini. L’intento è di protrarre queste relazioni nel tempo, costruendo una rete di contatti duratura e attiva.
Nel numero 12 del magazine (dicembre 2023), su proposta di due contributors — Simona Da Pozzo e Lorenzo Xiques López — abbiamo scelto di pubblicare la lettera aperta alla comunità artistica internazionale, Open Letter from the Art Community to Cultural Organizations, in risposta allo scoppio della crisi umanitaria a Gaza. La lettera, firmata da una vasta rete di artistə, scrittorə, curatorə, filmmaker, editorə e lavoratorə culturali, chiedeva un cessate il fuoco immediato, la fine della complicità istituzionale nei crimini di guerra e un’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni culturali. Il silenzio, in momenti simili, non è mai neutrale.
A partire dal numero 13 (settembre 2024), con l’introduzione della traduzione in inglese, ci siamo apertə a un contesto europeo e internazionale, e desideriamo che questa dimensione di scambio, dialogo e interazione continui a rafforzarsi.
Ci definiamo prima osservatrici/tori e poi attivatrici/tori, ma sappiamo che ogni discorso prende forma collettivamente, attraverso tutte le realtà che animano e trasformano il sistema dell’arte.
Ogni vostro articolo approfondisce un lavoro artistico per esplorare un aspetto più ampio dell’arte contemporanea e della sua relazione con la realtà. Come viene scelta la tematica da approfondire?
ŏpĕra ha questo nome proprio perché contiene un numero di opere e progetti inediti. Ogni numero contiene sei interventi “page-specific” concepiti appositamente per la dimensione cartacea, ciascuno dei quali si sviluppa su dodici pagine, in un formato che accoglie sia la componente visiva sia quella testuale.
Non partiamo mai da un tema predefinito: il processo è inverso. Sono le ricerche di ogni coppia — selezionate dal nostro team editoriale — a generare, nel loro insieme, un terreno comune di riflessione. Una volta raccolte le opere e i testi curatoriali, è la redazione a identificare una possibile matrice condivisa e a costruire l’editoriale che ne accompagna la pubblicazione.
Questo approccio viene formalizzato nel nostro contratto di collaborazione: ogni coppia formata da artista e curatore/curatrice si impegna a sviluppare un progetto inedito a partire da una parola chiave che ispira il progetto, condivisa con la redazione. L’intervento viene elaborato in dialogo con il nostro grafico e secondo linee guida redazionali che accompagnano ogni fase del processo, dalla progettazione alla stampa.
Questo metodo ci permette di favorire una libertà reale di espressione e, allo stesso tempo, di far emergere connessioni spontanee tra visioni e pratiche diverse, che restituiscono un’immagine plurale e critica dell’arte contemporanea e del suo rapporto con la realtà.
Essere un artista emergente oggi significa spesso muoversi tra precarietà e autopromozione. Qual è il ruolo di un magazine come il vostro nel dare spazio a queste voci?
La produzione di ogni numero del magazine è anticipata da un importante periodo di brainstorming del team editoriale, fase in cui ci confrontiamo internamente, attraverso più step, per selezionare una rosa di artisti emergenti a partire dalla discussione dei loro portfolio. Sono generalmente artisti giovani, ma con alle spalle una ricerca già strutturata e coerente. Nella selezione che facciamo, scegliamo in base alla pluralità di tecniche e di linguaggi utilizzati, alle diverse provenienze – anche internazionali – di artisti e curatori, e all’equilibrio di genere. Questo processo di selezione è concepito anche per valorizzare ogni singolo artista e profilo professionale implicato nella pubblicazione: ciascuna opera viene configurata liberamente attraverso dodici pagine a disposizione. Un aspetto particolarmente interessante di questa modalità di display è che spinge l’artista — che si muove tra linguaggi diversi, come la performance, il suono, la pittura, la scultura o la ricerca concettuale — a mettersi in discussione e a rivedere il proprio approccio operativo e progettuale nel momento in cui si confronta con il medium cartaceo. Questa possibilità che si dà l’artista – e quella che ci concediamo noi curatrici e curatori nel continuare a sperimentare – è ciò che rendere davvero speciale e unico ogni intervento. L’obiettivo del magazine è di dare spazio a queste coppie di artisti-curatori, favorendo l’emergere di nuove modalità di presentazione dell’opera, capaci di sorprendere persino gli autori stessi.
In un'epoca in cui l’arte contemporanea è sempre più influenzata dalla velocità dei social media, come può un magazine indipendente offrire uno spazio di riflessione critica senza perdere il contatto con il pubblico?
Alla base del nostro progetto editoriale c’è l’idea di persistere, di ancorarci allo spazio fisico della carta. È una scelta e una presa di posizione consapevole, che vede ŏpĕra nella sua dimensione fisica e materica di magazine che può essere sfogliato, ma mai letto nello spazio digitale o in forma di e-book. Inoltre, viene pubblicato in edizione limitata, perché è inteso come magazine da collezione: uno scrigno di opere e contributi di artisti e curatori che offrono la loro personale visione dell’arte e della creatività. È una possibilità “one shot” e quando termina non può essere letto online, ma si attende l’uscita del numero seguente. Già in questa stessa modalità di produzione si percepisce una riflessione critica al sistema artistico. Il pubblico ti segue se riesci a comunicare con chiarezza e autenticità il progetto: mantenere alta l’attenzione dei lettori è per noi una sfida costante, così come far circolare il nome del magazine. Tuttavia, lavorando su più canali contemporaneamente e partecipando attivamente agli eventi di editoria indipendente, vediamo i nostri sforzi ripagati. Per fortuna esiste ancora un pubblico che sceglie di dedicare tempo alla lettura di contributi critici, sfogliando le pagine, apprezzando le varie consistenze delle carte e arricchendo con cura la propria libreria fisica.
Cosa vi ha spinto a includere gli studio visit nel vostro lavoro? Qual è il valore aggiunto di questo formato nel raccontare il processo creativo di un artista?
Entrare nello studio di una/un artista significa accedere a uno spazio insieme creativo, mentale e intimo, dove è possibile cogliere il work in progress delle opere, sia in senso concettuale che formale. È un passaggio fondamentale per chi svolge il lavoro curatoriale, perché consente di entrare nel cuore della ricerca e raccogliere degli indizi preziosi per sviluppare un contributo critico più coerente e consapevole.
Per la prima rubrica del magazine “Chiacchiere in studio” si riporta sempre l’esempio di una o più pratiche artistiche, ma partendo dall’esperienza della curatrice o curatore all’interno dello studio, a contatto diretto con l’artista e i suoi lavori. Questa rubrica si sviluppa spesso partendo da un dialogo o da un’intervista all’artista o al collettivo artistico scelto, nei loro spazi di lavoro.
Le vostre rubriche attraversano diversi livelli del sistema dell’arte, dall’intimità dello studio alla dimensione istituzionale. Qual è il luogo in cui l’arte contemporanea si gioca davvero oggi? È ancora nello studio dell’artista o si è spostata altrove?
Tutti i luoghi deputati all’arte, nelle loro specificità, svolgono un ruolo fondamentale per gli artisti. Lo studio d’artista, come si accennava prima, è un luogo chiave per comprendere da vicino lo sviluppo e la stratificazione del pensiero creativo e la generazione di idee. I musei, le gallerie e le istituzioni sono invece quegli spazi in cui l’input creativo viene restituito nel suo rigore e nella sua sintesi formale. Nella cornice del magazine, ci interessa capire come alcune realtà artistiche e istituzioni, sia nazionali che internazionali, offrano spazio a ricerche innovative, accompagnandole e sostenendole nella loro evoluzione nel tempo.

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