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Intervista a Science for the people - Italia

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 31 mar 2025
  • Tempo di lettura: 10 min

Science for the people è un collettivo internazionale che si occupa di sostenere e lottare per un ideale di scienza etica e democratica, intesa come una scienza a disposizione degli interessi della comunità intera. La scienza non è neutrale, ma anzi rappresenta un paradigma perfetto in cui discutere di lotta politica, sociale ed economica, in quanto il suo progredire nella nostra società è dettato da ciò che genera profitto piuttosto che da ciò che è considerato necessario. Science for the people si occupa di divulgare questo ideale, lottando per trasformare i processi decisionali interni al dibattito scientifico, e rivendicando la libertà della comunità scientifica di ricercare nelle modalità preferite, e soprattutto riguardo a tematiche libere da interessi economici e politici. 

La nostra redazione ha avuto la possibilità di intervistare il gruppo di Science for the people - Italia, indagando l’ideale cardine di scienza non neutrale , l’attivismo e il ruolo del gruppo italiano all’interno del collettivo internazionale.


Oltre alle risposte alle nostre domande vi linkiamo la pagina ufficiale del manifesto di Science for People Italia: Il manifesto di SFTP Italia




  1. Cosa comporta nel vostro approccio al lavoro/ricerca la consapevolezza che anche la scienza è politica? 


In primo luogo, è necessario considerare le finalità del lavoro scientifico. Ogni persona coinvolta nella ricerca deve far fronte alla necessità di ottenere finanziamenti. In questo contesto la spinta a trovare un qualsiasi mezzo per finanziare la propria ricerca spesso ci fa scordare il vero fine del nostro lavoro. Le ipotesi di ricerca si adattano quindi agli scopi degli enti finanziatori o alla disponibilità sul mercato della tecnologia necessaria al lavoro piuttosto che seguire la curiosità scientifica di scienziate e scienziati o le necessità del territorio. Cerchiamo quindi di mantenere il più autonomo possibile lo scopo del nostro lavoro e aperto il dibattito sui fini della ricerca, soprattutto quando finalizzata a scopi militari.


In secondo luogo, è importante tenere conto del sistema di produzione scientifico. Anche se non appare immediato, il lavoro scientifico è caratterizzato da una produttività commensurabile sulla quale veniamo valutat*. Il numero di articoli, di citazioni, di brevetti, di finanziamenti e spin-off determinano se la nostra carriera accademica potrà proseguire e se riusciremo a finanziare la nostra ricerca. Il precariato è una naturale tappa nella carriera accademica dal quale solo in poch* riescono a trovare il proprio spazio. In quest’ottica agiamo cercando di evitare di rincorrere il mito della produttività scientifica e allo stesso tempo pretendiamo una accademia che dia sempre maggiori garanzie lavorative.

Da ultimo, evitiamo il ruolo di scienziat* come geni di laboratorio o, peggio, di profeti dello scientismo. Siamo lavoratrici e lavoratori della scienza e riconosciamo il nostro operato integrato nella società e potenzialmente al servizio di tutt*. La sfida di ogni giorno è lottare per una scienza democratica, capace di rispondere alle necessità delle persone in modo equo ed equilibrato con il pianeta.


  1. A quali altri movimenti, scienziati/e schierati/e politicamente vi ispirate? Scienze for the people è un network internazionale, la sezione italiana nasce solo “adesso”?


Science for the People è un organizzazione che nasce negli Stati Uniti nel 1969 durante le grandi proteste contro la guerra in Vietnam. Fin da subito si pone come organizzazione contro la scienza bellica e il dual-use delle tecnologie civili. Si occupò inoltre del controllo aziendale dell'agenda di ricerca, delle implicazioni politiche della sociobiologia e di altre teorie scientifiche, delle conseguenze ambientali della politica energetica, delle disuguaglianze nell'assistenza sanitaria, ecc. I suoi membri si opposero al razzismo, al sessismo e al classismo nella scienza e, soprattutto, cercarono di mobilitare le persone che lavoravano nei campi scientifici nel diventare attive nell'agitazione per una scienza, una tecnologia e una medicina che servano le esigenze sociali. Attraverso la ricerca, la scrittura, la protesta e l'organizzazione di base, SftP cercò di demistificare la conoscenza scientifica e incoraggiare "le persone" a prendere in mano la scienza e la tecnologia. Le numerose pubblicazioni di SftP hanno svolto un ruolo formativo nel campo degli studi scientifici e tecnologici, sfidando la concezione dominante della scienza come "neutrale" e dimostrando invece che è intrinsecamente politica. I suoi membri si sono organizzati in università e comunità, hanno pubblicato una rivista che offriva analisi politiche acute e hanno cercato uno scambio scientifico significativo a livello internazionale in Vietnam, Cina, Cuba, Nicaragua e altri paesi. Alcune delle questioni che affrontiamo oggi sono cambiate in modo importante, ma le questioni fondamentali di capitale, potere, ideologia e democrazia nella scienza rimangono.


 Dopo un periodo di fermo, nel 2016 un gruppo di giovani scienziate e scienziati hanno deciso di ricominciare l’attività di SFTP, portandola nel nuovo secolo.

 Come capitolo italiano esistiamo dal 2023 seppure con un altro nome (Scienza di Classe) ma con fin da subito l’idea chiara di diventare il nodo italiano dell’organizzazione internazionale. Alla fine del 2024, al seguito dell’intensificarsi di rapporti online e di persona (un nostro membro ha fatto parte di Science for The People New Haven per 6 mesi) abbiamo ufficialmente aderito a SFTP, e pubblicato il nostro sito (https://scienceforthepeople.it/). Ad oggi ci coordiniamo con scienziate e scienziati dagli USA, UK, Messico, Svizzera, Spagna, Sudafrica e Filippine in incontri periodici e mobilitazioni internazionali. Insieme agli altri capitoli partecipiamo alla stesura della nostra rivista trimensile(https://magazine.scienceforthepeople.org/).


  1. C’è una consapevolezza diffusa, o crescente, della non neutralità della scienza negli ambienti accademici e lavorativi? Su questo aspetto l’Italia come si posiziona?


Abbiamo dedicato al tema della non neutralità della scienza i primi due incontri online pubblici, che si sono svolti a giugno e luglio dell’anno scorso e che sono ancora disponibili sul nostro canale youtube “Scienza di Classe”. Come detto sopra, il nostro movimento parla di non neutralità della scienza pensando ai finanziamenti, al processo, al discorso che si fa sopra la scienza. Soprattutto dopo la pandemia di COVID-19, però, per non neutralità della scienza si è intesa la polarizzazione tra relativismo della conoscenza e oligarchia del sapere: come abbiamo scritto nel nostro manifesto, cioè, “scienziate e scienziati hanno raggiunto la fama delle pop-star, polarizzando il dibattito tra detrattori, che li accusano di essere proni al potere e complici di un sistema opaco che agisce nell’ombra, e apologeti acritici, che ne esaltano l’operato poiché depositari di un sapere assoluto e salvifico”.  


Come ha avuto modo di ricordare Gerardo Ienna nel secondo incontro che abbiamo dedicato a questo tema, l’Italia, a partire dal secondo dopoguerra, è stata protagonista del dibattito sulla non-neutralità della scienza ed in generale su una visione critica della stessa. Le riflessioni di scienziati e intellettuali su questo tema sono state veicolate da riviste come Sapere e dal libro L’ape e l’architetto (1976), oltre che portate sul piano reale delle lotte e delle vertenze legate alla salute nelle fabbriche e nei posti di lavoro o a disastri industriali e ambientali come quello di Seveso. Questo discorso ha subito però lo stesso destino di tante altre riflessioni radicali che si sono sviluppate negli anni ‘70 e si è perso dentro, da un lato, la cultura classista che vede la ricerca e lo studio come espressioni di un’elite che può dedicare il proprio tempo a studiare, senza necessariamente ricevere una remunerazione (visione ovviamente falsa, come abbiamo avuto modo di sottolineare, perché la ricerca tanto più negli anni si è basato sul lavoro tecnico e intellettuale di tante persone sfruttate nel loro tempo e nelle loro idee); dall’altro la continua precarizzazione del lavoro, giustificata in nome dell’ “individualismo” per cui è lo sforzo individuale che può eventualmente portare a migliorare la propria condizione lavorativa, in una continua competizione tra pari. Questo processo ha sicuramente aumentato il classismo dei luoghi della scienza e della ricerca, restringendoli a chi può permettersi di vivere con un assegno di ricerca (senza diritto alla malattia, alla maternità, con contributi previdenziali risicati) e si sente pronto a sacrifici pur di mantenere questa condizione privilegiata, di fatto poi determinata dagli interessi politici e dalle promesse di professori e professoresse ordinarie. Insomma la precarietà, la paura di perdere il rinnovo o la possibilità di essere “promossi” ad un contratto migliore e più stabile, hanno sicuramente fortemente represso e impoverito qualsiasi dibattito ci potesse essere sulle questioni politiche legate alla scienza, o la politica in senso lato. Chi fa ricerca in accademia oggi si sente un tecnico, che può sicuramente discettare dei particolari più minuziosi del proprio ambito di ricerca, ma difficilmente si sente incaricato di preoccuparsi della provenienza dei propri finanziamenti, del tipo di ricadute che potrebbe avere la propria ricerca, del discorso politico e sociale che si fa sopra al contenuto dei propri studi. Chi fa ricerca oggi difficilmente vuole interessarsi del discorso sulla non-neutralità della scienza, o perché è convinto che è giusto asservire la scienza agli interessi di multinazionali o della produzione in generale; o perché si sente sotto ricatto quando esprime delle opinioni e un pensiero che possono risultare scomodi a chi è il suo superiore.

Pensiamo però che negli ultimi due anni, due fenomeni abbiano cambiato in Italia questa tendenza: da un lato le mobilitazioni per la Palestina, che molto spesso hanno coinvolto università e industrie perché complici del genocidio in corso, come produttrici di armi o tecnologie in uso agli israeliani; dall’altro la mannaia definitiva del governo attuale italiano su qualsiasi tipo di istruzione e ricerca pubbliche, a favore delle università telematiche, con il taglio del fondo di finanziamento ordinario alle università e il tentativo di approvare una riforma dei ruoli che andrebbe ad aumentare la precarietà di chi lavora in accademia.  Del resto per chi lavora in industria e nel privato non va tanto meglio: l’Italia è tra i paesi OCSE l’unico che ha sperimentato una diminuzione dei salari dagli anni ’90, mentre sta andando incontro ad una completa deindustrializzazione senza che la classe politica si preoccupi di trovare delle soluzioni. Dunque chi lavora nell’ambito privato spesso lo fa al servizio di grandi multinazionali (capaci di offrire condizioni salariali leggermente più alte della media italiana), ma che nella maggior parte dei casi sono responsabili di controverse azioni sul piano ambientale e dei diritti: basti pensare alle italiane Eni e Leonardo. Chi lavora in questi ambiti, come già per l’accademia, o condivide le politiche di estrattivismo e guerra di queste aziende, o ha semplicemente bisogno di un lavoro e dunque fa finta di nulla. Anche in questi ambiti però l’avanzamento della crisi climatica e tragedie umane incredibili come il genocidio in Palestina possono far alzare la testa e aprire il dibattito.


  1. In che modo una società che riconosce gli effetti del capitalismo sulla scienza può migliorare? Quali meccanismi potrebbero scomparire, quali nascere? Le tendenze antiscientifiche in che modo sono alimentate dal sistema attuale?


Da sempre, e soprattutto a partire dalla Rivoluzione industriale, il capitalismo si avvale dei risultati della ricerca scientifica e delle loro applicazioni tecnologiche a fini produttivi e di profitto. E siccome il capitalismo è il sistema economico su cui le nostre società si reggono per sopravvivere, sono le sue logiche interne a dettare le priorità a tutta la società nel suo complesso. In questo, la scienza non fa certo eccezione. Basta pensare a come i fondi per la ricerca scientifica sono sproporzionatamente diretti a settori che promettono rendimenti elevati e immediati: intelligenza artificiale, energia, neuroscienze, tecnologie militari, farmacologia, biotecnologie…

 

Questa subalternità della ricerca al profitto economico finisce per determinare non solo ciò su cui si fa ricerca, ma anche il modo in cui la si fa, incentivando dinamiche aziendali, manageriali, e competitive nei laboratori, nelle università e negli istituti di ricerca. È davvero difficile credere che questo sia il modo migliore di promuovere la libera crescita del sapere e il suo utilizzo per fare fronte ai bisogni umani. Cosa succede infatti quando una grossa fetta dell’umanità necessita di tecnologie e conoscenze scientifiche che però non generano profitto economico? Così, si finisce ad esempio a investire in armamenti che decimano le popolazioni del mondo anziché in infrastrutture, salute e nutrizione che ne migliorerebbero le condizioni di vita.

 

Per questo, più che alimentare tendenze antiscientifiche, possiamo dire che il capitalismo promuove una certa idea di scienza anziché un’altra. (Le tendenze antiscientifiche che periodicamente si manifestano nella società sono semmai una reazione spontanea alla percezione diffusa che la scienza risponde a interessi precisi.) Chiaramente non si può progettare una scienza diversa a tavolino, proprio perché la scienza è parte della società nel suo complesso. Ma a noi sembra che il primo passo sia rendersi conto del rapporto che intercorre tra la scienza e gli interessi di una certa parte. Chi opera in ambito scientifico è suo malgrado parte di questo meccanismo, ma questo vuol dire anche che può avere un ruolo decisivo nell’opporsi ad esso e quindi contribuire a trasformarlo.


  1. Dal punto di vista operativo quali sono le lotte che state portando avanti attualmente? (sensibilizzazione, modifica di una legge o di un cambio di politica all’interno delle università, denuncia di finanziamenti con conflitti di interesse ecc.)


Grazie per la domanda che riteniamo estremamente interessante e cruciale proprio per questioni politiche.  Dunque, ci sono moltissimi modi di fare attivismo e si può approcciare l’attivismo da diversi punti per ottenere risultati diversi. Si può fare attivismo di piazza, si può fare attivismo per riappropriarsi di spazi per creare basi solide per mantenere una comunità. C’è inoltre un’altra maniera di fare attivismo: sensibilizzare, formare e rendere consapevoli le persone di qualcosa che forse non conoscevano, non ne avevano pienamente contezza.  Noi siamo nati circa due annetti fa principalmente online, stiamo cominciando a vivere i territori di persona solo ultimamente. Poiché la nostra principale presenza è stata online, abbiamo strutturato inizialmente il nostro attivismo in questa modalità.  Abbiamo sempre ritenuto essenziale formarci e formare, quindi possiamo dire che il nostro attivismo è perlopiù formativo. Abbiamo cominciato con una serie di formazioni sulla non neutralità della scienza, come menzionato prima. Abbiamo fatto una rassegna chiamata « Scienza, femminile plurale » per analizzare le problematiche di genere all’interno dell’ambiente scientifico. Abbiamo organizzato una formazione per analizzare lo stato di malnutrizione causata dall’invasione israeliana a Gaza.   Quindi operativamente ci muoviamo in questa maniera: formazione interna ed esterna e partecipazione a eventi per portare consapevolezza nelle persone. Ultimamente stiamo anche cominciando a vivere e organizzarci nei nostri spazi fisici,  perché l’esigenza di comunità in stato fisico si è fatta sempre più impellente. Questo ci permetterà di essere più attivi e possibilmente incisivi sui territori. Infatti recentemente abbiamo creato la sezione romana e la sezione milanese è ancora in costruzione.

Recentemente abbiamo fatto un grosso balzo in avanti a livello organizzativo e comunitario, abbiamo fondato il nodo italiano di Science for the People. E’ un collettivo internazionale ormai diventato molto capillare in tutto il mondo e nato negli USA negli anni ‘60 che si approccia alla scienza e alle sue problematicità con uno sguardo marxista e quindi anticapitalista. Dunque questi sono i nostri mezzi e cerchiamo di analizzare, formare e sensibilizzare circa la non neutralità della scienza così come la intendiamo nel nostro manifesto.


  1. Chi può partecipare al vostro progetto? Come si può dare una mano?


Per far parte del nostro progetto basta partecipare alle assemblee. O, per chi preferisce seguirci senza troppo impegno, anche solo seguire le nostre formazioni esterne. Si tratta di momenti di riflessione collettiva e orizzontale con cui ambiamo a stimolare nel pubblico l'interesse per l'epistemologia e per una concezione critica e radicale della scienza. Anche solo spingere qualcuno ad agire nel mondo con questa consapevolezza è per noi un grande risultato. Potete scriverci via mail o in chat su Instagram per mettervi in contatto con noi. Puntiamo a crescere e a territorializzarci, perciò abbiamo bisogno di molte energie e qualunque contributo è ben accetto e desiderato!

Il nostro è un progetto aperto a tutte e tutti ma, per la sua natura, ambiamo a coinvolgere principalmente chi lavora nella ricerca (sia in ambito accademico che nel settore privato) e chi studia. Tra i nostri obiettivi c'è il superamento della settorializzazione e della parcellizzazione del sapere che ormai caratterizzano la produzione scientifica, questo è frutto di una composizione che vede compagne e compagni interessarsi delle discipline più disparate: dalle STEM, alle scienze sociali, alla filosofia.

Integrare punti di vista diversi sulle questioni che cerchiamo di analizzare è fondamentale per elaborare un approccio di critica scientifica che sia radicato nella pratica di ricerca e nella società e, al contempo, in grado di mettere in discussione aspetti metodologici e paradigmatici che rimangono impliciti nell'attività scientifica di ogni giorno.

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