Cosa significa per noi il 25 Aprile
- tentativo2ls
- 25 apr 2025
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 27 apr 2025
È L'EPOCA DELLA POST-MEMORIA
Quella che stiamo vivendo nel nostro Paese è una cesura netta nella storia italiana. La memoria della Resistenza, da sempre fondamento centrale nella costruzione della Repubblica e dell'identità italiana del secondo dopoguerra, con la scomparsa degli ultimi partigiani e testimoni diretti, entra ufficialmente nella sua fase di "post-memoria".
Eppure, ciò che sembra emergere negli ultimi anni non è un riassorbimento delle divisioni, figlie della brutalità e della violenza della seconda guerra mondiale, bensì un moltiplicarsi di "punti di vista" e racconti tramandati che minano quella che è stata sino ad oggi la narrazione ufficiale della Resistenza, mettendo sul piatto, invece che una memoria condivisa, una “contro-memoria”.
Il termine “post-memoria” è stato utilizzato per la prima volta dalla ricercatrice rumena, naturalizzata statunitense, Marianne Hirsch, la quale l’ha definita come la dinamica che spiega come nel passare delle generazioni, e nel suo tramandarsi negli anni, la memoria e la percezione di fatti traumatici, personali o collettivi, delle generazioni attuali muti, spesso profondamente, rispetto alle precedenti che li hanno vissuto direttamente.
Un nuovo tipo di narrazione, sempre più diffuso, che, partendo dalle memorie personali di nonni e genitori, decontestualizza sistematicamente il racconto della guerra di liberazione, guardando agli eventi di ottant'anni fa con gli occhi del cittadino del 2025. Come si può affrontare lo studio della Resistenza senza comprendere il clima in cui si inserisce, fatto di violenza totale e barbarie in una scala, fortunatamente, mai più vista. Finché non riusciremo a superare "l'inviolabilità" della memoria familiare nei confronti della storia, non riusciremo mai a raggiungere la tanto agognata memoria condivisa dell'antifascismo.
Il 25 aprile è una libera interpretazione.
Quella del 25 aprile non è una manifestazione come le altre; forse non la è per nulla. È profondamente eterogenea, al limite della contraddizione. Bandiere dai colori opposti si mescolano nel vento; idoli e simboli – sgualciti e ormai vuoti – svettano in tutto il loro anacronismo sopra una folla che urla contro le forme di un presente che fa spavento; cori di dolore che s’elevano da contingenti di comunità marginalizzate s’alternano alla musica, ai balli, al tintinnio delle birre vendute in carretti zeppi di ghiaccio. Uniti sotto l’ombrello di un’unica rivendicazione – la difesa, la pretesa della libertà, in tutte le sue declinazioni, fisiche e di pensiero – si cammina portando sulle spalle la propria personale prospettiva, il proprio sguardo, critico o colmo di speranza, dolente o solo stanco; nulla è codificato bensì viene sublimato quel privato-politico che solo nella sua espressione acquista forza e libertà. È uno degli ultimi, potenti atti politici attivi che ci sono rimasti – in questo stretto senso, mi pare assimilabile solo al voto – poiché ci permette di muovere dal personale al collettivo senza mediazione alcuna.
IL 25 Aprile è contesa, atto di coraggio
Il 25 aprile è una data che danza tra memoria e oblio, tra celebrazione e contesa.
È curioso pensare che molti italiani conoscono bene questa data, sanno che è festa, magari partecipano anche a cortei o postano frasi commemorative sui social. Eppure, se si chiedesse loro quando è stato unificato il Regno d’Italia, risponderebbero incerti, confondendo forse il 1861 con altre tappe storiche. Questo paradosso racconta molto di noi, perché la memoria, come la storia, è selettiva. E questo giorno, nato per ricordare la Liberazione dal nazifascismo, rischia spesso di diventare un simbolo svuotato, o peggio, conteso.
È una data luminosa, una festa che parla di libertà, ma che la politica spesso usa come specchio, riflettendo solo ciò che conviene. C’è chi la diserta, chi la piega, chi la riscrive. E così la Resistenza diventa pretesto, o silenzio. Ma il 25 aprile non è neutro: è nato da un grido, da un popolo che si è rialzato tra le rovine per dire no alla paura, no all’oppressione.
Ricordarlo deve essere un atto di coraggio, non un’abitudine. È scegliere ogni anno da che parte stare.
I miei studenti e il 25 Aprile
Ho chiesto ai miei studenti come avrebbero passato il 25 Aprile: sarebbero andati in manifestazione? Ne avevano per caso parlato in famiglia? Ho ricevuto risposte un po’ impigrite dal torpore delle vacanze pasquali, che quest’anno sono più lunghe del solito, e la ricorrenza del 25 Aprile si mescola a giorni di compiti, uscite con gli amici e pranzi di famiglia. Non ne hanno parlato a casa, ma ho suggerito loro che il pranzo domenicale poteva essere l’occasione giusta per chiedere a genitori e nonni che cosa si dovrebbe fare ogni anno il 25 Aprile. La mia risposta è che ogni anno bisognerebbe ricordare la liberazione e le lotte partigiane, ciò che ci ha permesso di uscire da un periodo buio, con degli ideali su cui poi è stata fondata una nuova Repubblica, e la sua Costituzione: gli ideali antifascisti, che in questi ultimi anni tremano, vittime di un terremoto non politico, ma ideologico, che ha messo in discussione ciò su cui si è fondato il nostro paese negli ultimi anni. Questa festa assume ogni anno contorni sempre più politici, quando in realtà dovrebbe essere una festa nazionale celebrata da ogni italiano, da ogni partito, con la convinzione di proclamarsi antifascisti.
Ho seguito lo stesso consiglio che ho dato ai miei studenti, e al pranzo domenicale ho chiesto ai miei nonni che cosa ne pensassero della ricorrenza del 25 Aprile e quale fosse il modo migliore per celebrarlo. Loro ci hanno pensato un po’ su, e mi hanno detto che per i giovani di oggi, che non hanno vissuto la guerra, non è possibile capire. Bisogna tenersi stretti coloro che erano partigiani, che hanno attivamente partecipato alla resistenza. E quando non ci sarà più nessuno? Loro mi hanno guardato tristemente, e nonostante l’infinita saggezza che da piccola gli ho sempre attribuito, per la prima volta non mi hanno saputo dare risposta, non hanno trovato una parola di speranza per il futuro della loro nipote.
Non chiamiamola ricorrenza
Il 25 aprile dovrebbe essere una festa condivisa, un momento di riconoscimento collettivo. Invece, ogni anno sembra diventare più faticoso spiegarne il senso. Viviamo in un’epoca in cui la distanza tra gli ideali della Resistenza e la realtà che ci circonda è sempre più evidente. Giustizia sociale, libertà, pace: parole che i partigiani hanno riempito di senso e che oggi rischiano di essere ridotte a slogan, mentre la società va nella direzione opposta. Vediamo crescere la spesa militare, mentre scuole, ospedali e salari vengono sacrificati in nome di priorità che nulla hanno a che vedere con il bene comune. I conflitti aumentano, il riarmo si normalizza, e la pace sembra sempre più un'utopia. In questo contesto, c’è chi svuota il 25 aprile di significato, trasformandolo in un rito stanco o chi ne distorce la memoria, usando la Resistenza come giustificazione per scelte che ne contraddicono l’essenza.
Non è una semplice ricorrenza: è un esercizio di memoria attiva. Non divide, se non chi fatica ad accettare che la libertà conquistata è il frutto di una scelta consapevole, compiuta da chi ha resistito, si è opposto, ha immaginato un mondo diverso, non perfetto, ma libero.
Ricordarlo oggi non significa ripetere un rito, ma continuare a interrogarsi, a vigilare, a tenere viva quella tensione verso la giustizia e la dignità collettiva che animava chi ha lottato.


Commenti