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Margaritas ante porcos

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 21 apr 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 22 apr 2025

La missione spaziale di Blue Origin ha assunto nell’ultima settimana i connotati di una parodia fantascientifica. Dalle polemiche ai commenti divertiti, si è parlato moltissimo di questo viaggio, e in parte è per questo che è stato organizzato. L’obiettivo era trasformare una missione in una pubblicità con un forte impatto mediatico, per promuovere una narrazione alternativa delle missioni spaziali: Blue Origin dà inizio a una nuova era, figlia inevitabile del progresso tecnologico, permettendo l’accesso al turismo spaziale di massa. Serviva clamore, serviva far parlare di sé, serviva strumentalizzare tutto ciò che è stato detto, nel bene e nel male, per ingigantire l’evento e renderlo storico, proprio perché, di suo, l’evento storico non è.


Questo tentativo di vendita è in parte riuscito, ma le riflessioni che scaturiscono da questo episodio sono innumerevoli, a partire dalle dichiarazioni rilasciate dalle astronaute scese a terra dopo la missione. Astronauta è un termine che inevitabilmente stride, rivolto dalla giornalista Charissa Thompson lì presente a ognuna delle donne partecipi, e che sembra l’ennesima parodia offensiva nei confronti non solo di una professione, ma dell’intera storia del progresso tecnologico spaziale, che fino ad oggi ha reso possibile questo volo.

Finora le più importanti conquiste spaziali sono state scenario di lotte politiche e di supremazia, imposizioni di potere come la competizione tra Russia e Stati Uniti per conquistare per primi lo spazio. Innumerevoli persone sono state impiegate per il raggiungimento di quegli obiettivi, spesso più politici che scientifici. Ma la maggior parte delle persone che hanno lasciato il pianeta, orbitando intorno, toccando il suolo lunare o vivendo, anche per lunghi periodi, sulla Stazione Spaziale Internazionale, sono sempre stati estremamente competenti e consapevoli. E non si parla solo di competenza scientifica, visto che la maggior parte sono scienziati, astronauti e ricercatori saliti con un obiettivo preciso, spesso finalizzato all’ampliamento della conoscenza umana, ma è la consapevolezza di dove si è, di cosa richiede, di chi ha permesso quel volo tecnicamente ma anche teoricamente. Le conquiste e l’inaccessibilità dello spazio hanno sempre comportato una consapevolezza preziosa, perché memore della storia tecnologica dell’umanità, una contezza che non solo hanno sempre avuto tutti i ricercatori nello spazio, ma che spesso trasmettevano a chi, da terra, guardava in tv un momento storico, un’intervista in assenza di gravità o un vecchio filmato. Chi restava a terra comprendeva che qualcosa di importante avveniva sopra le proprie teste, e restava affascinato da ciò che era lo spazio.


Con questo viaggio, quella consapevolezza si è persa, e ciò che traspare dalle interviste delle partecipanti è stato l’entusiasmo, la meraviglia di un bel paesaggio, l’emozione di qualcosa di inaccessibile non perché pericoloso o provante, ma perché estremamente costoso. Si è commercializzato anche il valore dato dall’impegno e dalla ricerca, si è ridicolizzata la nostra storia tecnologica, ma anche la nostra limitata conoscenza dell’Universo, proprio perché mancava la consapevolezza, l’addestramento, il sacrificio e l’importanza che questi viaggi dovrebbero ancora avere oggi.


E non si può comunque concludere che si tratta dell’inevitabile progresso tecnologico, perché nonostante quello che è stato fatto intendere, siamo lontani diversi decenni dal turismo spaziale di massa. Questi viaggi resteranno economicamente inaccessibili ancora a lungo, e anche se si trattasse di portare più persone nello spazio, ciò comporterebbe comunque un abbattimento dei costi non indifferente, e verosimilmente ancora lontano.


Aprire al turismo, finché resta elitario e di pochissimi, significa ridurre la conquista spaziale non alla possibilità di chi, fortunato ma anche competente, viene scelto per partire, ma anche a chi è così copiosamente ricco da non sapere come spendere i propri soldi, per documentare un’esperienza nuova da ogni altra mai fatta.


Anche se pensassimo, inverosimilmente, di aprire al turismo di massa, questi viaggi hanno un impatto enorme non solo economico, ma soprattutto anche ambientale. Per questa missione di Blue Origin, si riporta un’emissione di 75 tonnellate di CO2: per fare un paragone, in Italia l’emissione pro capite annua è di 7 tonnellate. E fa ancora più arrabbiare pensare che alcune delle partecipanti, in primis Katy Perry e la sua margherita, hanno inneggiato al forte legame che da lassù hanno sentito con la madre terra. Una pubblicità che trasuda, oltre a poca cognizione, anche un certo velo di greenwashing becero, a cui probabilmente pochi hanno creduto. Oltre alle emissioni, i viaggi spaziali richiedono notevoli costi, impiego di risorse, di tempo e di manodopera, e, come spesso accade con le nuove conquiste tecnologiche, per ora non si sono considerate le conseguenze sul lungo termine nel caso del turismo spaziale.


Dalle dichiarazioni delle partecipanti, un altro fattore descrittivo dell’esperienza riguarda i sentimenti provati: molte riportano di aver avvertito un senso di cameratismo e gioia, gratitudine nei confronti delle coraggiose donne che erano lì insieme a loro. Il viaggio è stato pubblicizzato anche come la prima missione con equipaggio interamente femminile dal 1963, enfatizzando l’empowerment femminile, il coraggio e l’intraprendenza di queste donne ma non c'è nemmeno un briciolo di onestà nel parlare di coraggio, si dovrebbe parlare di privilegio. Non sono donne che sono partite perché coraggiose (o, di nuovo, competenti) ma perché privilegiate, scelte accuratamente per fare notizia, per creare un equipaggio al femminile che vendesse bene un’idea di femminismo in realtà spiccio e scarno, che porta avanti il sentimento dell’amore come cardine, e anzi offende il concetto stesso di lotta femminista, sottolineando ad esempio la bellezza delle partecipanti e delle loro tute.


L’equipaggio non rappresenta né un ideale femminista né tantomeno una conquista storica, ma anzi resta il simbolo del privilegio per eccellenza. Non c’è un training né un team, a differenza di quanto detto da una delle partecipanti: sono donne privilegiate che, a differenza di quanto detto dalla giornalista Thompson, non sono e non dovrebbero essere d’esempio per i giovani di oggi: non c’è niente di inspirante in tutto ciò, se non forse l’amarezza di constatare che con la fama o il denaro si possono raggiungere anche traguardi impensabili.


Molte parlano di sogni, di raggiungimento dei propri obiettivi di vita, e per di più alcune raccomandano l’esperienza a più persone possibili, come se si trattasse di una possibilità concreta, per chi guarda le interviste, di partecipare davvero a un viaggio spaziale. Questa comunicazione mediatica è pensata per strumentalizzare il sensazionalismo e l’entusiasmo suscitato nelle masse per convincere i più ricchi e potenti a desiderare ciò che prima temevano in quanto inaccessibile, ma che adesso desiderano perché è la novità, l’esperienza trascendentale del momento, l’ultima frontiera nella conquista spaziale, da oggi è ufficialmente in vendita.

 

 

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