Insegnare oggi
- tentativo2ls
- 14 giu
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Nel quadro normativo di riferimento sulla formazione dei docenti vengono elencate quelle che devono essere le competenze degli insegnati di oggi: organizzative, psico-pedagogiche, disciplinari, relazionali. Ai docenti non si richiede più solo di essere esperti nella propria materia, ma anche di saper comprendere chi si ha di fronte, sia come gruppo classe che, soprattutto, come singoli individui.
La scuola di oggi si sta evolvendo verso un clima di inclusione sempre più attento e accorto: ognuno ha i propri bisogni speciali, che vanno riconosciuti e rispettati. Certamente queste richieste rappresentano i desideri di coloro che, nella scuola, necessitano di un luogo sicuro in cui maturare, o in cui far crescere i propri figli; ma è necessario interrogarsi anche sui docenti stessi: questi obiettivi sono raggiungibili? Con quali mezzi? È lecito richiedere competenze così trasversali, spesso anche difficilmente quantificabili? Ma soprattutto, queste richieste rispecchiano la remunerazione, o almeno la percezione sociale di questo lavoro? Porsi queste domande è fondamentale per capire come evolverà il mestiere dell’insegnante, in rapporto all’economia del paese.
Il nuovo percorso formazione docenti, attivo da due anni, dovrebbe preparare i futuri insegnanti a sviluppare le competenze richieste. Consiste in corsi di didattica e pedagogia emessi dalle università, allo scopo di preparare i corsisti a un esame finale, con il quale si consegue l’abilitazione. Sono previste anche un numero di ore variabili da trascorrere in classe, nell’affiancamento di un docente esperto della propria classe di concorso.
Il percorso, però, appare progettato principalmente per neolaureati, trascurando le esigenze dei lavoratori e costringendoli a un impegno a tempo pieno, e rappresenta un impegno economico considerevole per chiunque. Inoltre, l’accumulo di crediti, certificazioni, abilitazioni e passaggi obbligati tende a costruire una figura professionale definita sempre più da criteri amministrativi.
A queste criticità si aggiunge una diffusa carenza di informazioni e una gestione spesso disorganizzata dei percorsi formativi, generando incertezza e disorientamento tra gli aspiranti docenti e contribuendo a rendere il percorso ancora più complesso.
Nel contesto attuale, l’insegnamento si colloca all’interno di un mercato del lavoro fortemente competitivo, in cui alcune traiettorie professionali risultano più valorizzate di altre, e per questo pochi laureandi sono davvero portati a scegliere di diventare docenti, soprattutto in vista di un lungo e costoso percorso, con annesso esame e concorso statale. In questo scenario, la didattica (e tutto ciò che abbia a che fare con l’idea del sapere e della sua diffusione) viene spesso percepita come una scelta residuale, una sorta di “seconda opzione” rispetto ad altri percorsi ritenuti più prestigiosi o remunerativi.
Questa percezione contribuisce a costruire una gerarchia simbolica delle professioni in cui il lavoro di docente occupa una posizione subordinata. La svalutazione non riguarda solo il piano economico, ma investe anche il riconoscimento sociale e culturale della professione e il conseguente rapporto che l’individuo stesso svolge con la sua professione. Il rischio è quello di una progressiva disaffezione verso l’insegnamento: diventa quindi necessario rendere il mestiere dell’insegnante valido da subito, competitivo e interessante in un panorama sempre più variegato e complesso.
Bisogna anche riconoscere che lo stipendio attuale è decisamente troppo basso rapportato alle competenze richieste dal percorso abilitante, portando a un’ulteriore svalutazione sociale. Negli ultimi decenni, poi, l’insegnamento ha vissuto un notevole problema di precariato, per cui numerosi docenti si ritrovano ad avere contratti a tempo determinato per lunghi periodi, senza ferie retribuite e soprattutto senza alcuna sicurezza sul proprio posto di lavoro, anche per diversi anni. Tutto ciò alimenta un’immagine dei docenti come instabili e precari, in un mondo del lavoro che in certi ambiti può promettere di meglio, a stipendi superiori.
Tra le competenze richieste, si sta puntando sempre di più sulla promozione di una didattica molto moderna, in cui si mette da parte la lezione frontale, dove il docente spiega agli studenti, considerati in questo senso passivi, ma anzi si impone di coinvolgerli, di renderli partecipi e protagonisti, con metodi diversi. Si promuovono molto anche le attività di gruppo e i laboratori, in un panorama idilliaco, ma spesso lontano dalla realtà della scuola: a volte mancano fondi e strumenti, i colleghi sono spesso percepiti come poco collaborativi, non c’è uno spazio di progettazione comune ma si procede inseguendo quello che un tempo era il programma ministeriale, che oggi non esiste più ma che comunque aleggia nelle classi. Spesso ciò che manca è soprattutto il tempo a disposizione, diviso tra la progettazione e la burocrazia, ma anche nella comprensione di quali sono le criticità di ogni classe, e di ogni studente. Il lavoro del docente richiede competenze difficili da testare, ma che richiedono la giusta attitudine, come anche una notevole esperienza. Quello che è da molti ritenuto come la parte più utile del percorso è il tirocinio presso una scuola, in cui affiancare un docente della propria classe di concorso. E infatti si tratta di un’occasione per imparare sul campo, da chi è già un esperto, a rapportarsi con un gruppo classe e a introdurre argomenti didattici a volte ostici, che richiedono anni di esperienza e osservazione.
I risultati raggiunti con il percorso di formazione si potranno valutare solo nel corso degli anni; bisognerà stabilire se i nuovi docenti sono più attenti ai bisogni speciali degli studenti, se sono più competenti e più aperti a metodi didattici misti. C’è forse il rischio che il numero di richieste di accedere al percorso diminuiscano nel tempo, specie per alcune classi di concorso, e in tal caso ci si aspetta una riforma tempestiva. Una possibile soluzione, innanzitutto, è quella di integrare il percorso con i corsi universitari e magistrali, in modo da conseguire l’abilitazione subito dopo la laurea. Un’altra idea è quella di ridurre il carico di ore, e rendere le lezioni più compatte, ma anche più puntuali e più studiate, magari differenziando maggiormente chi ha già notevole esperienza da chi invece non è mai entrato in classe.
La visione futura del lavoro docente si colloca dunque in una tensione tra apertura e criticità. Se da un lato si intravedono possibilità di maggiore accesso e stabilizzazione, dall’altro persistono ostacoli strutturali legati alla formazione e al riconoscimento della professione. Ripensare il sistema in chiave più inclusiva ed efficace appare oggi una condizione necessaria per garantire la qualità dell’istruzione e la sostenibilità del lavoro docente.

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