Ink, di Danny Boyle - Chi controlla i controllori?
Londra, 1969. L’imprenditore australiano Rupert Murdoch vuole espandere il suo impero e penetrare del mondo dell’informazione. Rilevato il The Sun, tabloid in rovina, decide di provare a rilanciarlo. Recluta così Larry Lamb, cronista del Daily Mail, che mette a capo del progetto. L’obiettivo è uno solo: vendere più copie di chiunque, a ogni costo.
Il nuovo film di Danny Boyle, tratto dall’omonima opera teatrale di James Graham e forte di un cast che comprende Guy Pierce, Claire Foy e Jack O’Connell ripercorre l’ascesa del The Sun, il tanto discusso quotidiano inglese celebre per i toni aggressivi e sensazionalistici, mirati esclusivamente ad attirare più pubblico possibile e vendere il maggior numero di copie. E la ricetta funziona anche a distanza di anni, dato che resta uno dei quotidiani più letti al mondo.
Nel suo raccontare l’affermarsi della celebre testata, però, il regista di 28 giorni dopo si pone delle domande che riguardano quanto il 1969, tanto il presente. Perché, se il punto è il numero di copie vendute, fino a quanto ci si può spingere per attirare il pubblico? Che valore hanno le notizie? Ma soprattutto, hanno valore? La libertà di stampa può fare i conti senza l’assunzione di responsabilità?
Chiunque si sia mai imbattuto in una copia del The Sun è conscio del fatto che, in fin dei conti, Larry Lamb e Rupert Murdoch hanno solo anticipato i tempi, proponendo delle dinamiche che i social media e internet avrebbero fatto loro decenni più tardi.
L’emergere dei titoli clickbait per racimolare più lettori, la diffusione scriteriata di una fake news dopo l’altra, articoli che puntano al sensazionalismo invece che ai puri fatti, tutto ciò non è nulla di nuovo. Basti pensare a cosa successe all’indomani della strage all’Hillsborough Stadium, avvenuta nel 1989 a pochi minuti dal fischio di inizio di Liverpool – Nottingham Forest e che costò la vita a 97 persone. Il The Sun, con una prima pagina in cui si leggeva a grandi lettere “The Truth”, “La verità”, accusò dell’accaduto la tifoseria del Liverpool. Solo nel 2012 i supporter dei Reds furono definitivamente scagionati.
Il film di Boyle non lesina nel mostrare un’ascesa che si rivela ben presto, tuttavia, una vera e propria caduta umana. Larry Lamb è fin dall’inizio mostrato come ambizioso e determinato, pronto a scardinare un perbenismo e una rigidità che in quegli anni permeavano la società britannica. Ed è proprio su questo che Murdoch fa leva. I giornalisti reclutati dal The Sun sono professionisti stufi di un sistema che non ha intenzione di parlare realmente alla gente e che non darà loro mai un reale spazio. Centrale in questo senso il personaggio di Jules Davies, interpretata da Claire Foy, che accetta di lavorare per il tabloid spinta dalla promessa di una rubrica che si rivolga davvero alle donne con argomenti che non si limitino al cucito e alla cura della casa.
Ciò che però si presenta come un punto di rottura con il passato, si rivela però un progetto fine al mero guadagno. Non c’è messaggio, non c’è morale. Qualunque cosa che aiuti a vendere è ben accetta. Larry Lamb, esattamente come Vito Corleone de Il Padrino (lo stesso Boyle ha dichiarato di essersi ispirato al film di Coppola), comincia una lenta e inevitabile discesa verso l’annullamento del proprio umano. Ad enfatizzare questa caduta libera, i soliti movimenti di macchina tipici dei film di Boyle, tendenti talvolta addirittura all’allucinato, dai ritmi folli, serrati al limite.
Non è un caso che nel film Lamb assuma stupefacenti. Lo stato alterato della persona va di pari passo, in questo caso, con l’alterazione della propria morale ed etica e del valore della realtà. Lamb è inesorabile, non si ferma davanti a nulla, nemmeno davanti al rapimento della moglie di uno dei suoi collaboratori più stretti. Nemmeno davanti a un funerale, in cui spuntano, senza chiedere permesso, le macchine fotografiche.
In tutto questo, il personaggio di Murdoch appare quasi spettatore silenzioso, a tratti impotente, seppur con qualche sussulto, delle scelte di Lamb. Scelte che lo arricchiscono e che tuttavia non mette mai in discussione fino in fondo. Ecco dunque che l’uomo nell’ombra, quasi messo in disparte nel film di Boyle, è in realtà l’unico vero responsabile di tutto. Lui assume Lamb, lui lo spinge all’estremo, lui non lo ferma.
Boyle, a tratti, sembra addirittura invitare il pubblico a simpatizzare con Murdoch, soprattutto con il sopraggiungere dei primi dissapori con Lamb. Ma alla fine, il conto arriva ed è salatissimo. Così, quando Lamb si prende il merito del successo del quotidiano, il magnate australiano gli ricorda che non è così. Senza Rupert Murdoch non ci sarebbe stato nessun The Sun. E, probabilmente, nessun Larry Lamb.
Ritornano quindi le domande iniziali. La libertà di stampa e di parola possono fare i conti con una libertà da ogni responsabilità? Basti pensare al mondo social, a come Elon Musk o Mark Zuckerberg, che permettono sulle loro piattaforme la circolazione di ogni tipo di fake news in nome della libertà di parola. Ed è inevitabile che ciò avvantaggi qualcuno a scapito di qualcun altro. Basti pensare al cosiddetto Russiagate, lo scandalo che ha confermato le ingerenze russe nelle elezioni statunitensi del 2024, avvenute proprio mediante la diffusione mirata di fake news sulle piattaforme social.
Di fronte a tutto questo, la risposta dei Lamb di turno è una sola: il guadagno. Anche a costo della verità, dei fatti, dell’informazione stessa. Anche a costo della propria umanità e della realtà. Non resta che un’alterazione perenne e impunita. E se è vero che l’informazione e i media dovrebbero essere a guardia dei pericoli che permeano la società, la domanda a questo punto è inevitabile: chi controlla i controllori?
Fonti:
Franceschini, Enrico, Hillsborough, la polizia mentì. Cameron: ''Doppia ingiustizia'', in La Repubblica, 12 settembre 2012
Pavlova, Iuliana, Russian oligarch Yevgeny Prigozhin appears to admit to US election interference, in CNN, 8 novembre 2022
Simonetta Biagio, Il mondo delle fake news: chi le crea, a cosa servono, quanto incidono sulle elezioni, in Il Sole 24 Ore, 22 agosto 2018

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