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Impotenza appresa: la fatica civica nell’era di Trump

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 18 mag 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca non è stato solo un fatto politico. È stato il sintomo di un disagio più profondo, che tocca la psiche collettiva e lo stato emotivo della democrazia americana. Le presidenziali del 2024, segnate da un’affluenza in calo – 65,3% contro il 67% del 2020 – raccontano molto più di una semplice flessione nei numeri. Parlano di una crisi diffusa, non solo istituzionale ma psicologica. Milioni di cittadini hanno scelto di non votare. E per molti, questa non è stata una manifestazione di disinteresse, ma di esaurimento emotivo e sfiducia interiore.


L’ultimo rapporto “Stress in America 2024” dell’American Psychological Association lo dice chiaramente: l’ansia cresce, la fiducia cala. Politica, clima, economia, guerra – è una cassa di risonanza emotiva che affatica. In questo rumore, il gesto elettorale perde il suo significato originario di partecipazione attiva e diventa peso.

Il calo dell’affluenza ha lasciato segni profondi, visibili soprattutto nei territori incerti, nei teatri fragili dell’anima politica americana: Pennsylvania, Arizona, Georgia, Wisconsin. Questi non sono soltanto stati in bilico; sono specchi che riflettono il battito emotivo della nazione.


In Pennsylvania, Kamala Harris ha raccolto circa 300.000 voti in meno rispetto a Joe Biden. In Arizona, la distanza si è allungata a oltre 90.000 voti. In Georgia, la partecipazione è scesa di quasi quattro punti percentuali, soprattutto tra i giovani adulti e gli elettori afroamericani. Ma questi numeri non parlano soltanto di calcoli. Raccontano un declino nell’ardore. Parlano della stanchezza di chi, pur ferito, non trova più forza nell’impegno politico.


Quindi nel 2024, si è fatto sentire il vento freddo di un affaticamento civico. La partecipazione democratica ha perso la sua vibrazione. Alla lunga, la continua esposizione a crisi, odio, polarizzazione e linguaggi distruttivi ha scavato una distanza interiore. Non è solo disinteresse: è rinuncia. È sfiducia.


Donald Trump, invece, ha guadagnato circa 2,5 milioni di voti in più rispetto al 2020. La sua forza non è stata solo politica, ma viscerale. In molti di questi stessi stati, ha saputo toccare corde profonde: appartenenza, timore, identità. La sua ascesa non è frutto solo di calcolo, ma di un’emozione collettiva che ha saputo raccogliere e incendiare. Perché la partecipazione non è solo un dovere: è un’eco dello spirito del tempo.


Ma non esiste davvero un rifugio sicuro dalla fatica civica. Paura, senso di appartenenza, rabbia — tutte emozioni potenti, ma che consumano. La politica che punta tutto sull’intensità può funzionare, ma finché non brucia chi la vive. In un clima dove ogni evento è un’emergenza, dove ogni voto sembra l’ultima chiamata, anche chi vince oggi rischia di sentirsi svuotato domani. Prendersi cura della democrazia non significa solo chiamare all’azione. Significa anche proteggere, ascoltare, ridare respiro.


L’eco dell’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 non si è limitata a spaccare l’opinione pubblica: ha scosso nel profondo la salute mentale della democrazia americana. Per alcuni, è stato il punto in cui si è spezzata la fiducia nelle istituzioni; per altri, la prova che lo Stato è diventato un nemico.


Qui entra in scena un concetto chiave: l’impotenza appresa. Lo ha teorizzato Martin Seligman negli anni ’60. Quando siamo esposti a lungo a situazioni negative su cui non abbiamo controllo, smettiamo di reagire. Smettiamo di credere che valga la pena agire. Ci arrendiamo. Ed è questo che molti americani sembrano aver fatto. Hanno smesso di credere che il loro gesto possa cambiare qualcosa.

La generazione Z, cresciuta dentro l’incertezza, ne è il simbolo. Secondo i dati del CIRCLE della Tufts University, solo il 47% dei giovani tra i 18 e i 29 anni ha votato, contro il 50% del 2020. Una frattura profonda: non un “non mi interessa”, ma un “non serve”. La politica, per tanti, è un palcoscenico distante. La rappresentanza, una parola vuota. E mentre la pressione psicologica aumenta, l’azione civica diventa l’ennesimo sforzo in un mondo già faticoso.


Vale anche per molte minoranze, abituate a promesse tradite e visibilità a intermittenza. Per chi lotta ogni giorno con barriere sistemiche, precarietà e discriminazioni, la partecipazione elettorale può sembrare solo un gesto simbolico. Senza effetti reali. E allora, meglio risparmiare energie. Anche questo è impotenza appresa: un meccanismo di difesa che diventa cultura, una rinuncia che diventa abitudine.


I numeri parlano chiaro. Kamala Harris ha perso 6,3 milioni di voti rispetto a Biden nel 2020. Trump, invece, ne ha guadagnati 3 milioni. Ha vinto chi ha saputo mobilitare le emozioni, non chi ha cercato di sedarle. In un’America polarizzata, vince chi riesce a toccare le corde della paura e della speranza. Perché oggi, più che mai, la politica è emotiva.

Ma se la politica è emotiva, allora anche la cura deve esserlo. Non bastano appelli o spot: servono politiche concrete per la salute mentale, in particolare per i più giovani. Servono spazi di ascolto, non solo urne. E serve una nuova narrazione: meno retorica, più realtà. Meno “dovere civico”, più empatia collettiva.


Perché il voto, in fondo, è anche questo: un termometro della salute mentale di una nazione.



Fonti:






 
 
 

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