Immigrazione e Identità: L’Abuso del Simbolo
- tentativo2ls
- 2 lug 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Quando in California esplodono le proteste per le retate dell’ICE e la successiva militarizzazione imposta da Trump, il dibattito mediatico si infiamma secondo i canoni ormai consolidati. Non c’è spazio per il grigio: l’immigrato viene immediatamente diviso, in base al colore politico, in due categorie opposte. Per Trump è l’invasore, per Newsome è il martire.
Ma ciò che accade negli Stati Uniti è emblematico non solo per la portata dell’evento, ma perché riflette in modo macroscopico una dinamica che attraversa tutte le società occidentali: l’incapacità della politica (di ogni posizionamento) di rapportarsi all’immigrazione come realtà umana e sociale, e non come pretesto simbolico.
Nel discorso di destra, l'immigrato è narrativamente utile. La sua figura serve a rafforzare un'idea di identità nazionale che si sente sotto assedio. Più che proteggere confini fisici, si tratta di proteggere un'immagine culturale idealizzata: il cittadino "vero", produttivo, tradizionale, bianco (spesso implicitamente), cristiano, normativo.
Il linguaggio ne è la prova: si parla di invasione, emergenza, valanga. L'immigrato è descritto in massa, mai come individuo. Diventa cifra statistica. Ogni caso isolato — un crimine, un comportamento scorretto — viene usato come conferma dell’intera categoria. L’errore del singolo diventa struttura della moltitudine.
Ma il vero fulcro non è il migrante in sé: è ciò che la sua presenza permette di evocare. L’immigrato giustifica politiche repressive, tagli al welfare, retoriche securitarie. La sua esistenza rafforza la narrativa di un’“identità in pericolo”, utile a creare consenso in una popolazione frammentata, economicamente incerta e culturalmente disorientata.
È un nemico perfetto: esterno ma interno, visibile ma sfuggente, reale ma funzionalmente mitizzato.
Se la destra proietta paura, la sinistra proietta desiderio. L'immigrato diventa una figura di riscatto morale: rappresenta l’altro da proteggere, il fragile da includere, il diverso da accogliere. In questo schema, l'immigrato è buono per definizione.
Onesto, silenzioso, lavoratore instancabile. E soprattutto: grato. Deve riconoscere il privilegio di essere stato accolto. Deve confermare la bontà di chi lo difende.
Questa costruzione però non regge alla prova della realtà. Quando l'immigrato esprime rabbia, quando reclama diritti in modo radicale, quando mostra lati oscuri o rivendicazioni culturali incompatibili con i valori liberal, viene rapidamente messo da parte. La sinistra, pur volendo umanizzarlo, finisce per chiedergli di aderire a un ruolo performativo: quello del migrante “esemplare”.
Così, la protezione si trasforma in una forma più sofisticata di controllo. L’immigrato può essere accolto solo se non disturba la narrazione del “noi progressisti”. In questo, la sinistra somiglia alla destra: ha bisogno che l'immigrato serva a qualcosa. In un caso per rafforzare la paura, nell’altro per rafforzare la virtù.
Che si parli di protezione o di pericolo, il risultato è lo stesso: l’immigrato reale scompare. Non parliamo più di persone, ma di funzioni. Non guardiamo più volti, ma costrutti. Entrambe le narrazioni — quella che lo teme e quella che lo celebra — finiscono per cancellarlo.
L’immigrato che vive in mezzo a noi non è quasi mai quello di cui si parla. Non è l’uomo armato che irrompe nei confini con l’intento di “sostituirci”, come teme la destra. Ma non è nemmeno il testimonial perfetto per la prossima campagna dell’ONU. È, nella maggior parte dei casi, una persona che cerca di sopravvivere in un sistema che lo tollera senza comprenderlo.
Questo individuo, con tutte le sue contraddizioni, non entra mai nel discorso politico. Perché è scomodo. Perché non sta al gioco delle immagini. Perché rompe la coerenza delle narrazioni. Così lo si rimuove. O lo si stilizza.
È come se il sistema politico — da ambo le parti — non fosse in grado di accettare che le persone siano persone: disordinate, incoerenti, a volte nobili e a volte meschine. Così si continua a parlare dell’immigrato in astratto, mentre quello concreto, quello che condivide con noi autobus, condomini, turni di notte e file alla posta, rimane invisibile. O peggio: viene visto solo quando fa rumore, quando diventa utile a confermare un’idea preesistente.
È questa l’ingiustizia più profonda: non l’espulsione o l’accoglienza, ma la riduzione. La trasformazione dell’essere umano in strumento retorico. E la rimozione sistematica della sua complessità.
Infine, è necessario comprendere che la lotta intorno alla figura dell’immigrato non riguarda solo l’immigrazione. È una battaglia per l’identità. Per come vogliamo sentirci: giusti, sicuri, forti, generosi, padroni, compassionevoli. L’immigrato è il pretesto. La posta in gioco siamo noi.
Ma se questo è vero, allora è proprio qui che possiamo cambiare le regole del gioco.
Possiamo cominciare col rinunciare alla domanda tossica: “Cosa rappresenta l’immigrato per noi?”
E sostituirla con una domanda più semplice, più difficile e infinitamente più umana:
“Chi è? Cosa vuole? Di cosa ha bisogno?”
È una domanda che non chiede coerenza ideologica né visibilità mediatica. Chiede ascolto, tempo, spazio. Chiede di costruire politiche non sulle astrazioni ma sulle condizioni materiali: lavoro, casa, scuola, lingua, protezione. E anche, talvolta, limiti. Regole. Ma sempre partendo da una realtà concreta, e non da una proiezione emotiva.
Finché continueremo a usare l’immigrato come uno strumento per spiegare chi siamo, continueremo a perderlo di vista.
Solo quando inizieremo a trattarlo come qualcuno, e non qualcosa, potremo davvero iniziare a capirci.
E allora forse, senza proclami, senza scontri, senza idealizzazioni, sarà possibile intravedere una società più adulta: capace di riconoscere l’altro non come una minaccia o una virtù da ostentare, ma come una presenza legittima, complessa, normale.
In una parola: reale.

Commenti