“Il Tutto È Più Della Somma Delle Sue Parti- Quando l’altro non è un limite ma una continuità”
- tentativo2ls
- 14 gen
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Introduzione. I limiti del visibile e la crisi del reale.
Fin dal nostro primo battito siamo stati brutalmente gettati in una realtà a noi sconosciuta e preesistente. Un immenso flusso vitale composto da frammenti di percezioni, emozioni e sensazioni che ci attraversano prima ancora di poterle comprendere. Per imitazione, impariamo a navigare in questo caos vitale, aggrappandoci alle certezze che definizioni, regole e schemi ci offrono permettendoci di trovare il nostro posto nel mondo.
Ci hanno insegnato che gran parte di ciò che consideriamo “reale” coincide con tutto ciò che i nostri sensi riescono a carpire, gli strumenti misurare e le leggi standardizzare. Mentre tutto ciò che sfugge allo sguardo viene sospinto ai margini dell’“irreale” e privato di valore conoscitivo. Eppure, ciò che tocchiamo, vediamo e misuriamo è solo il più superficiale dei tanti veli attraverso cui guardiamo la realtà. Un velo sottile, che rende il reale percepibile ma non per questo accessibile.
È in questo scarto, sottile e persistente, tra ciò che si vede e ciò che resta oltre lo sguardo, che l’essere umano ha intravisto un’incrinatura nella certezza del sapere, una sfiducia nei confronti del reale o, almeno, così come esso ci appare.
Capitolo I. Oltre il velo del visibile: filosofia e fisica quantistica
Kant è tra i primi a dare forma a questa frattura, non perché ne offra una soluzione, ma perché ne riconosce il carattere strutturale. L’uomo, sostiene, non accede mai al reale così com’è, ma solo al modo in cui esso si dispone all’esperienza: filtrato, articolato, reso abitabile. Ciò che chiamiamo mondo prende forma attraverso schemi che non appartengono alle cose, ma allo sguardo che le attraversa e le ordina. Al di sotto di questa superficie organizzata, permane un fondo che non si lascia raggiungere. Non un’illusione, ma un’eccedenza; non un vuoto, ma un limite. Il sapere può avvicinarsi a questa soglia, urtarvi contro, ma mai oltrepassarla.
Schopenhauer raccoglie questa frattura e ne sposta il centro di gravità. Se il mondo che conosciamo è una rappresentazione non razionalmente conoscibile, ciò non significa che sia privo di fondamento, bensì che il suo fondamento non è razionale. Tuttavia, la realtà non si esaurisce nel razionale: esistono forme di accesso che non passano attraverso il concetto, ma attraverso l’esperienza vissuta. L’uomo non è solo spettatore passivo del mondo ma ne fa parte, lo sperimenta dall’interno.
Quando consideriamo il nostro corpo come oggetto nello spazio, lo cogliamo come un fenomeno tra gli altri; ma quando lo viviamo internamente, lo sentiamo come impulso, desiderio, tensione, volontà. Una volontà non razionale né cosciente, cieca e incessante, priva di scopi ultimi, che attraversa ogni forma dell’esistente. In questa esperienza immediata Schopenhauer individua il varco verso ciò che Kant aveva dichiarato inaccessibile: la cosa in sé non come oggetto di conoscenza razionale, ma come forza che si manifesta nel vivere stesso.
Questo varco, intravisto sul piano filosofico, non rimane confinato al pensiero. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, esso si apre con forza anche sul piano scientifico, frantumando gli assi portanti della conoscenza e travolgendo il concetto stesso di realtà in un terremoto esistenziale.
La fisica quantistica mostra che le leggi che descrivono efficacemente il mondo macroscopico cessano di essere valide a scala atomica e sub-atomica. Gli oggetti quantistici — come elettroni o fotoni — non sono né semplicemente particelle né semplicemente onde. In alcuni esperimenti si comportano come particelle localizzate, in altri come onde diffuse e interferenti. L’oggetto non possiede in anticipo una natura definita come onda o come particella: tale determinazione emerge solo nel rapporto con il dispositivo di misura. La dualità onda- particella evidenzia dunque che l’osservatore non è neutrale, modifica la realtà nel solo atto di osservarla. Elettroni, fotoni e campi quantistici non si lasciano più descrivere come oggetti isolati inscritti in uno spazio e in un tempo assoluti, ma come possibilità, relazioni, stati in divenire.
È in questo orizzonte che il fenomeno dell’entanglement rivela con maggiore chiarezza il limite dell’idea classica di separazione: sistemi anche lontani nello spazio non possono più essere descritti come entità indipendenti, poiché le loro proprietà emergono solo come aspetti di uno stato comune. Ciò che accade a una parte non è pensabile senza l’altra. La realtà smette così di presentarsi come un mosaico di oggetti indipendenti e si rivela come un campo di relazioni, una struttura di connessione entro cui le parti prendono forma solo in virtù del legame che le precede.
Se Schopenhauer aveva cercato di superare il limite kantiano identificando nella volontà l’essenza ultima del reale, la riflessione filosofica contemporanea, alla luce della fisica quantistica, mostra invece l’insufficienza di ogni principio sostanziale, indicando nella relazione — non come ente, ma come struttura originaria — il livello più profondo a cui può essere oggi pensata l’unità del reale.
La convergenza tra scienza e filosofia, nel denunciare i limiti del visibile e del rappresentabile, crea una frattura che si riverbera anche nell’arte. La crisi dell’empirismo spinge gli artisti a oltrepassare la soglia delle apparenze, dunque a superare la pittura tradizionale legata alla mìmesis - cioè all’imitazione della realtà. L’arte astratta non nasce come semplice svolta estetica ma come risposta ad un bisogno profondo: intercettare la verità al di la delle manifestazioni sensoriali, connettersi a tale principio e dargli voce squarciando i veli delle apparenze.
Capitolo I. il linguaggio dell’invisibile: la musica e l’arte astratta.
Astrarre non vuol dire allontanarsi dalla realtà ma ab-trahere - trarre fuori- sottrarre il contingente e renderne esplicita la struttura intrinseca. La realtà sensibile è un flusso continuo, frammentato, instabile; se la percezione non operasse una selezione e un’organizzazione degli elementi che lo compongono, il mondo sarebbe semplicemente caos inabitabile. Quando ammiriamo un’opera d’arte non vediamo singoli colori, linee nude o punti separati, ma forme, configurazioni, vibrazioni, sensazioni. Solo in un secondo momento, se interviene l’analisi concettuale, scandiamo la percezione in singoli elementi costitutivi dell’esperienza. La psicologia della Gestalt radicalizza questa intuizione affermando che l’unità precede le parti, non il contrario.
Secondo Kandisky “the more abstract the form, the more clear and direct its appeal”, perché non deve passare attraverso il filtro del riconoscimento di un oggetto reale. Una forma figurativa obbliga lo spettatore a identificare ciò che vede, mentre una forma astratta parla direttamente al sentimento, come un suono che colpisce senza bisogno di parole.
Nel manoscritto “Lo spirituale nell’arte” Kandinsky espone la sua teoria secondo cui ogni colore e ogni forma possiedono una “risonanza interiore”, capace di agire sull’anima come la musica agisce sull’orecchio. Il giallo avanza come un suono di tromba, il blu arretra come un organo profondo, il rosso vibra come un clangore pieno di energia. Le linee ascendono o discendono come melodie, le curve si distendono come frasi musicali, le forme spezzate creano dissonanze visive che hanno la stessa funzione delle dissonanze sonore. Tutti questi elementi, quando liberati dall’obbligo di rappresentare qualcosa di riconoscibile, diventano veri strumenti che emettono vibrazioni, creando una “musica del colore”. “Il colore è la tastiera, gli occhi sono i martelli, l’anima è un pianoforte con molte corde”. Kandinskij, con la sua idea di un’arte basata su vibrazioni e colori come musica visiva, sembra anticipare la visione moderna della fisica, in cui l’universo stesso è una sinfonia di onde energetiche.
Secondo Kandinsky la pittura, liberata dall’obbligo della rappresentazione, può quindi operare in modo analogo alla musica: non descrive il mondo, ma lo fa risuonare interiormente. Se l’anima è strutturata per rispondere a determinate vibrazioni spirituali, e se l’arte è in grado di generare intenzionalmente tali vibrazioni, allora l’opera d’arte diventa un mezzo di trasformazione interiore. Il progresso dello spirito coincide con la possibilità di superare la dipendenza esclusiva dal visibile e dal misurabile, aprendosi a dimensioni più profonde dell’essere. In questo senso, l’arte astratta svolge una funzione essenziale: scioglie l’uomo dall’illusione che la realtà coincida con ciò che appare e lo educa a percepire l’invisibile, a riconoscere la struttura spirituale che attraversa e fonda il reale.
Conclusioni. La natura relazionale dell’essere umano e del mondo
L’arte astratta non nasce per allontanarsi dalla realtà sensibile, ma perché la realtà sensibile si rivela un frammento infinitesimale dell’esistente. Ciò che i sensi ci restituiscono non esaurisce il reale, ma lo vela. In questo senso, Kandinskij si muove lungo una linea già tracciata da Schopenhauer, per il quale il mondo percepito è rappresentazione, un velo di Māyā che nasconde la struttura profonda dell’essere. Continuare a rappresentare il fenomeno significa allora scambiare l’apparenza per la verità; l’unico gesto autenticamente onesto è oltrepassare la forma per intercettare ciò che la precede e la fonda: l’energia, la vibrazione, la relazione.
La scienza intercetta questa struttura attraverso strumenti di astrazione estrema (matematizzazione, formalizzazione, modelli operativi) che permettono di prevedere, intervenire, trasformare. La filosofia e l’arte, invece, non quantificano il reale, non hanno alcuna pretesa di regolamentazione o controllo, ma si sintonizzano con la sua struttura vibrazionale, facendone esperienza dall’interno. È per questo che la musica e l’arte non si limitano a rappresentare il mondo, ma hanno una forza propriamente terapeutica: non perché eliminino la frattura, ma perché restituiscono all’esperienza umana una forma di unità, di senso e di accordo con la struttura profonda della realtà.
Arte, filosofia e scienza non si oppongono né si sovrappongono. Esse rispondono, ciascuna nel proprio linguaggio, alla medesima frattura originaria: l’impossibilità di abitare un mondo ridotto a ciò che si lascia misurare o rappresentare. Non siamo di fronte a due realtà diverse, ma a due modalità di accesso alla medesima verità. La modernità ha progressivamente delegato la conoscenza alla sola scienza, relegando l’arte nella sfera dell’espressione soggettiva. Questa riduzione non ha impoverito soltanto l’arte, ma il concetto stesso di conoscenza e – di riflesso- il modo in cui abitiamo il mondo e configuriamo la relazione con l’altro.
La formula secondo cui «il tutto è più della somma delle parti» resa celebre da Battiato (negli album L’era del cinghiale bianco (1987) e Inneres Auge (1995)) non è solo una metafora poetica, ma intercetta un principio etico, come riflesso della natura relazionale dell’universo. Ciò che l’arte e la musica rendono esperibile non è solo una verità sul mondo, ma una verità sull’umano: siamo intimamente interconnessi e parte di un unico campo di relazioni.
In questa prospettiva, conoscere non significa possedere il reale, ma riconoscere la propria parzialità all’interno di una trama più ampia. Ogni sguardo è un tassello di un immenso mosaico, ogni azione è un filo d’erba in una distesa rigogliosa e forse, proprio per questo, il peso del mondo non poggia unicamente sulle nostre spalle.
Squarciare il velo delle apparenze potrebbe indurci a vedere l’altro non come ostacolo, ma come continuità; non come confine, ma come apertura. Se io accetto che il mio modo di accedere al reale è parziale, allora ho bisogno del vostro, ho bisogno di voi. . È per questo che ogni autentica connessione umana — nell’amore, nella musica, nello sguardo condiviso — ci attraversa come un senso di pienezza, perché ci restituisce, anche solo per un istante, l’esperienza del tutto di cui siamo frammenti.
Fonti
“Prolegomeni ad ogni futura metafisica che si presenterà come scienza” Kant, Immanuel Roma-Bari, Laterza, 2004.
“Il mondo come volontà e rappresentazione” Schopenhauer, Arthur, Milano, Mondadori (Oscar Classici), 2014.
“Fisica e filosofia”, Heisenberg, Werner Torino, Einaudi, 2012.
“La psicologia della Gestalt” Köhler, Wolfgang, Torino, Bollati Boringhieri, 1977.
“La realtà non è come ci appare” Rovelli, Carlo Milano, Raffaello Cortina Editore, 2014.
“Sei pezzi facili” Feynman, Richard Milano, Adelphi, 2000.
“Lo spirituale nell’arte” Kandinsky, Wassily Milano, SE, 2005.
“Punto, linea, superficie” Kandinsky, Wassily Milano, Adelphi, 2009.
“L’arte moderna” Argan, Giulio Carlo Firenze, Sansoni, 1970.

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