Il prezzo della rispettabilità
- tentativo2ls
- 4 mar
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Il caso Epstein e il ruolo della filantropia nella costruzione della reputazione pubblica.
Nel caso Jeffrey Epstein la filantropia non è la nota gentile a margine di una biografia altrimenti ingestibile. È parte integrante del meccanismo. Dopo la condanna del 2008 in Florida per reati sessuali con minori – resa possibile da un accordo giudiziario sorprendentemente favorevole – Epstein non è sparito dai radar dell’élite culturale. Ha continuato a frequentare università e laboratori di ricerca di primissimo livello. Questo è quanto emerge da inchieste giornalistiche e verifiche interne.
Un’indagine pubblicata nel 2020 da Harvard University ha ricostruito che tra il 1998 e il 2007 Epstein aveva donato circa 9 milioni di dollari all’ateneo. Harvard ha dichiarato di non aver accettato altri fondi dopo il 2008, ma ha ammesso che alcuni rapporti personali con membri della facoltà sono proseguiti anche dopo. Il rubinetto ufficiale chiuso, la conversazione ancora aperta. È una distinzione che suona tecnica, ma dice molto.
Il MIT è stato ancora più esplicito. Un rapporto indipendente del 2020 ha stabilito che tra il 2013 e il 2017 il laboratorio aveva ricevuto circa 800.000 dollari direttamente da Epstein e circa 7,5 milioni da donatori presentati da lui. Alcune donazioni erano state registrate come “anonime”, anche se internamente si sapeva benissimo da dove provenivano. L’anonimato, in questo caso, è quasi una categoria psicologica: il nome c’è, ma si preferisce non pronunciarlo ad alta voce. Dopo l’arresto federale del 2019 e l’ondata mediatica, il direttore Joi Ito si è dimesso. L’etica, a quanto pare, accelera quando arrivano le telecamere.
Da qui emergono almeno tre cose semplici. Primo: la condanna del 2008 non ha interrotto automaticamente le relazioni filantropiche. Secondo: le revisioni serie sono arrivate solo quando il caso è esploso a livello globale. Terzo: anche il modo in cui una donazione viene registrata – con nome, senza nome, sotto altra etichetta – influisce su come il pubblico percepisce la situazione.
E Il caso Epstein non è isolato. La Sackler family, proprietaria di Purdue Pharma, ha finanziato per decenni università e musei in tutto il mondo. Il nome Sackler compariva in istituzioni come il Metropolitan Museum of Art e la Tate Modern. Poi è emersa con forza la responsabilità aziendale nella crisi degli oppioidi negli Stati Uniti, sono aumentate le cause legali e, tra il 2019 e il 2022, diversi musei hanno rimosso il nome dalle gallerie. La stessa targa che prima significava gratitudine ha iniziato a significare imbarazzo.
Altro esempio, 2019 il Whitney Museum of American Art è stato attraversato da proteste contro Warren Kanders, membro del board e proprietario di Safariland, azienda produttrice di equipaggiamenti per forze dell’ordine, inclusi gas lacrimogeni usati in contesti di repressione. Dopo settimane di pressione da parte di artisti e curatori, Kanders si è dimesso. Anche qui la sequenza è chiara: tutto formalmente legittimo, finché non diventa pubblicamente problematico.La reazione tende a essere successiva allo scandalo, non precedente, è come se la bussola morale avesse bisogno di un titolo di giornale per orientarsi.
Questo modus operandi si potrebbe chiamare “filantropia morale”. Non è solo donare per una buona causa, ma usare la donazione per entrare in un circuito di rispettabilità. Università e musei non offrono soltanto spazi e programmi: offrono legittimazione, e un nome associato a una cattedra o a una galleria cambia il modo in cui quel nome viene percepito, senza cancellare i fatti, li ricolloca in un contesto più rassicurante.
Ci sono due livelli. Quello materiale: il denaro finanzia ricerca e borse di studio, che in molti sistemi, soprattutto negli Stati Uniti, senza filantropia privata interi programmi semplicemente non esisterebbero. E poi c’è il livello simbolico: accettando il finanziamento, l’istituzione concede una forma di riconoscimento anche senza celebrazioni ufficiali, l’inclusione tra i benefattori produce un effetto di normalizzazione.
Il problema nasce quando questi due livelli entrano in conflitto. Il beneficio pubblico è reale, ma la provenienza del denaro è eticamente discutibile. Nei casi citati, la soglia di tolleranza è cambiata quando il costo reputazionale è diventato troppo alto, quindi non quando i fatti sono diventati più gravi, ma quando sono diventati più visibili.
Dopo il 2019 molte università hanno introdotto procedure più rigorose, comitati etici e criteri reputazionali. Tuttavia non esiste uno standard condiviso e le decisioni restano nelle mani delle singole istituzion e spesso la valutazione avviene in un equilibrio instabile tra bisogno economico e rischio d’immagine.
Il nodo non è la filantropia in sé. È l’asimmetria: il capitale può generare legittimazione molto rapidamente; l’analisi dei rischi etici è più lenta. Nei casi Epstein, Sackler e Kanders la revisione è arrivata quando il danno reputazionale era già evidente. Prima si accetta, poi si valuta.
Resta infine una questione di coerenza. Università e musei si presentano come luoghi critici, capaci di interrogare il potere e le disuguaglianze. Quando accettano fondi da soggetti coinvolti in controversie rilevanti, si crea una tensione tra ciò che dichiarano e ciò che fanno. Anche senza violazioni legali, qualcosa scricchiola.
La filantropia morale è quindi un dispositivo ambivalente: produce valore pubblico e, insieme, valore reputazionale privato. Il caso Epstein lo ha reso evidente in modo difficile da ignorare. Senza criteri chiari e condivisi, la linea resterà sottile: tra sostegno necessario al bene comune e operazione sofisticata di ripulitura simbolica. E l’etica continuerà ad arrivare, con una puntualità sospetta, subito dopo lo scandalo.
Fonti:
REPORT CONCERNING JEFFREY EPSTEIN’S INTERACTIONS WITH THE MASSACHUSETTS INSTITUTE OF TECHNOLOGY - MIT

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