Il diritto di sopravvivere – Orange is the new black
- tentativo2ls
- 8 mag
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La maggior parte dei film che hanno segnato la storia del cinema non rappresentano abbastanza le donne. Esiste un test empirico, noto come test di Bechdel, dal nome di un’attivista e fumettista americana, che ambisce a valutare la disuguaglianza di genere narrativa nelle sceneggiature dei film: devono essere presenti due donne, di cui si conosce il nome, che parlano tra loro e di un argomento che non sia un uomo. La maggior parte dei film non passa questo test, anche se in apparenza sembra piuttosto semplice. Questa mancata rappresentazione della componente femminile viene smentita, ovviamente, da diversi esempi, e il più virtuoso in questo senso è la serie tv Orange is the new black, ambientata in un carcere femminile, in cui le donne sono protagoniste indiscusse di ogni scena sullo schermo, come in poche altre occasioni.
La serie usa un’espediente semplice per arrogarsi il diritto di parlare solo di donne, scegliendo di considerare una comunità atipica ma presente, nascosta perché incute terrore. In poco tempo smonta quelli che sono i classici stereotipi sul carcere, lasciando spazio a una cruda realtà, fatta di sfumature complesse: le storie di tutte si intrecciano alle loro vicende tra le sbarre, e alle loro emozioni, creando un panorama di una variegatura rara ma per questo incredibilmente brillante. Perché, di base, in prigione sembrano tutte cattive. E invece riconosciamo nella serie donne che per la maggior parte sono vittime, ma che sanno essere anche carnefici.
Ci sono detenute che hanno commesso reati per amore, per il proprio compagno, per garantire un futuro ai figli. Sono solo persone in cerca di un proprio spazio, che a volte infrangono piccole regole non per ledere ma per sopravvivere. Queste donne hanno il compito di raccontare una storia difficile, fatta di soprusi, di violenze, di degrado e paura. È necessario che vengano rappresentate, ma non necessariamente come vittime: spesso sono strateghe, leader che proteggono la famiglia di fronte a tutto, che si garantiscono il proprio diritto di esistere con il rispetto e il duro lavoro. Il carcere le trasforma, rendendole più agguerrite, ma non per questo crudeli. Sono in grado di creare una propria famiglia anche dietro le sbarre, basata su favori reciproci, sulla protezione, ma anche sull’affetto e la stima.
Alcune detenute, invece, sono vittime di sé stesse. In balia dei propri disturbi, delle proprie dipendenze e convinzioni, hanno commesso reati, anche gravi, ma senza averne concezione. Queste donne raccontano un fallimento della società, che non ha saputo proteggerle, che non ha saputo trovare un posto per loro. In un paese in cui la sanità è un bene di lusso per pochi, queste donne esistono solo ai margini di una società che vuole nasconderle, perché non sa come trattarle. In carcere, sopravvivono solo se qualcuno si preoccupa per loro, ma raramente vengono lasciate sole, a dimostrazione di un’empatia che la società non ha loro concesso, se non quando era troppo tardi.
E poi ci sono loro, le donne che hanno vissuto l’illegalità come una continua sfida, e non come una condanna. Le cattive della serie, non solo per ciò che hanno fatto fuori, ma spesso per ciò che fanno dentro il carcere. Abituate a vivere a stretto contatto con la criminalità organizzata, non vedono la detenzione come una condanna, ma come una nuova occasione, esaltante, in cui monetizzare. Tramite questi personaggi, la serie descrive l’ascesa e il declino delle associazioni a delinquere, basate su un leader forte, imperturbabile, che sa leggere il mercato e stabilirne le falle, che sa circondarsi di collaboratori fidati, sottoposti perché impauriti. Queste donne sono percepite come antagoniste perché pongono sé stesse in primo piano, senza sentirsi in colpa, ma ciò che è più importante è che non hanno un passato da vittime. Sono abituate a regnare, a comandare, a desiderare il denaro, la fama, il potere. Niente e nessuno le ha trasformate, ci sono nate. Non cattive in senso assoluto, ma abituate a combattere, a costo di ridefinire la propria etica andando contro la morale della società.
In questo senso, questa serie concede ai personaggi femminili la libertà di essere cattive, crudeli, calcolatrici, senza al contempo essere vittime. In analogia con un post che abbiamo pubblicato sulle cattive Disney, possiamo dire che caratterizzare gli antagonisti non significa per forza dar loro un passato in cui erano buoni, significa solo saperli leggere in più tempi e in diverse situazioni, gustandosi anche il piacere di avere sullo schermo qualcuno che è sempre parso cattivo, sentendosi nel giusto, sempre al comando. E, soprattutto, lasciando alle donne la libertà di incarnare questo ruolo: in una società che non fa altro che vittimizzarle, è fondamentale fornire esempi variegati di personaggi femminili forti, sia buoni che cattivi. Al pari degli uomini, e di come questi vengono rappresentati.
Orange is the new black permette di esplorare le donne in molteplici modi, garantendo non solo un’analisi caratteriale sfaccettata, ma anche una descrizione accurata e pensata di diverse dinamiche antropologiche e sociali, che vedono le donne uniche protagoniste: colpevoli, in gabbia, relegate senza alcuna possibilità di crescere, e per questo pronte a lottare. La loro necessità continua di battersi per i propri diritti e il proprio spazio le rende reali, di ispirazione, perché nella lotta sono in grado di distruggere l’immagine della donna debole, servile, vittima, umile. Tutte, a loro modo, con i loro tentativi, contribuiscono a questa ridefinizione, arrogandosi uno spazio che spetta loro, con ogni mezzo possibile, nella disperazione di sopravvivere, anche a costo di risultare cattive.

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