Il contrappasso obbligatorio: Le donne possono scrivere di sesso, purché ne escano trasformate.
- tentativo2ls
- 12 giu
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Megan Nolan, scrittrice irlandese, autrice di Atti di sottomissione, ha scritto un saggio su Lucy sulla cultura che si intitola "La libertà sessuale delle donne suscita ancora fastidio". Ha ragione. Ma la parola che mi interessa non è "fastidio": è "ancora". Perché quel "ancora" nasconde un trucco: ci fa credere che il problema sia lo stesso di cinquant'anni fa, solo un po' più resistente del previsto. Invece il problema è cambiato forma. E la nuova forma è molto più insidiosa della vecchia, perché non si presenta come censura, si presenta come formato.
Il formato funziona così. Una donna può parlare di sesso quanto vuole, purché lo faccia nel registro della confessione. Deve esserci vulnerabilità, autoanalisi, deve esserci, da qualche parte nel testo, la traccia di un dolore che giustifichi tutta quella carne esposta. E alla fine, esplicito o implicito, deve esserci un contrappasso: una presa di coscienza o una lezione appresa. La donna che scrive di sesso deve uscirne trasformata. Se non esce trasformata – o peggio, se si è divertita – il testo non è letteratura, è esibizionismo.
Nolan lo sa per esperienza diretta. Racconta che dopo la pubblicazione del suo romanzo ha ricevuto un doppio attacco da lettori uomini: era contemporaneamente troppo brutta per fare sesso e colpevole di farne troppo. Richiama la battuta di Woody Allen sui ristoranti: "cibo orribile e porzioni ridicole". Ma quello che vede con più lucidità è che il giudizio non riguardava il contenuto del libro. Riguardava il tono. La sua colpa non era aver scritto di sesso, ma non averlo fatto con sufficiente contrizione.
Io lo so bene cos'è quel tono. L'ho sentito addosso una volta, banalmente, camminando per Roma con un ragazzo con cui mi frequentavo. Il comune aveva cambiato da poco le campane per il vetro, con un tipo dalla forma ambigua e di un verde lucido un po' sinistro. Le guardo e dico, senza pensarci troppo: "Ma guarda, sembrano proprio dei plug anali."
Silenzio.
Quella faccia da "non so se ridere o cambiare discorso o cambiare città." E io lì, improvvisamente sporca. Non nel senso sessuale, nel senso sociale. Come se avessi tradito un protocollo: che una donna può essere brillante, ironica, anche un po' provocante, ma mai esplicitamente volgare. Che poi la cosa più assurda è che "sembrano dei plug anali" non era nemmeno una provocazione. Era pura osservazione estetica. Ma in questo mondo falsamente pudico tutto ciò che rimanda al sesso non può essere detto, al massimo lasciato sottintendere.
Il punto è che quella frase era arrivata prima del pensiero. Un'associazione visiva che passava direttamente dagli occhi alla bocca, senza il filtro della decenza. Ed era quella assenza di filtro a essere intollerabile. Non la volgarità in sé, la spontaneità della volgarità. Il caos animale, direbbe Nolan.
Philip Roth nel 1969 pubblica Il lamento di Portnoy. Il protagonista si masturba con un pezzo di fegato destinato alla cena familiare. La scena è comica, disturbante, oscena, e non chiede scusa a nessuno. Non c'è nessun arco di redenzione. Nessun paragrafo in cui Portnoy riflette e ne trae un insegnamento. Il fegato è lì, sulla pagina, e basta. La critica ne parla come di un capolavoro. Nessuno chiede a Roth perché abbia scritto quella scena. Nessuno la legge come un sintomo.
Provate a immaginare la stessa scena scritta da una donna. Una protagonista che si masturba con un oggetto domestico, che ne ride, che non se ne pente. Ci si chiederebbe cosa le è successo, si cercherebbe il trauma a monte. Si leggerebbe il testo come confessione, come grido d'aiuto, come provocazione che richiede un contesto. Perché quando un uomo scrive di sesso con spudoratezza, il motivo è la letteratura. Quando lo fa una donna, il motivo dev'essere biografico, e possibilmente doloroso.
Lo scrittore maschio ha a disposizione l'intero spettro stilistico: il tragico e il comico, il lirico e il grottesco, il confessionale e il picaresco. Roth può essere osceno e divertente nella stessa pagina. Bukowski può descrivere un amplesso con la stessa attenzione con cui descrive una sbornia, senza che nessuno gli chieda cosa significhi. Giada Biaggi – scrittrice, filosofa, stand-up comedian – è una che riesce a parlare di Heidegger indossando delle ginocchiere "per fare comodamente i pompini", come dice lei stessa sul palco. Ma quando lo fa lei, la stessa franchezza che in Roth o in Bukowski è audacia artistica diventa confessione da interpretare, dato biografico da decifrare. Lo ha scritto lei stessa su D di Repubblica: la volgarità maschile è trattata come scelta artistica, quella femminile come sintomo.
Ma c'è un livello ulteriore, ancora più assurdo. Noi viviamo in un mondo in cui un culo mostrato è meno volgare di un culo nominato. Puoi pubblicare una foto in spiaggia con la schiena inarcata e raccogliere complimenti su quanto sei "libera". Ma se dici "ho voglia di scopare" diventi immediatamente una persona problematica.
Il corpo mostrato si è emancipato. Il corpo detto no. Puoi mostrarti, ma non puoi dire. Puoi essere desiderabile, ma non puoi desiderare ad alta voce.
L'emancipazione si è fermata alla superficie del corpo, alla pelle, senza arrivare alla lingua.
Nolan nel saggio individua un caso che porta questo meccanismo alle estreme conseguenze. Due performer di contenuti sessuali online: una fa sesso con centinaia di uomini e sorride, un'altra fa la stessa cosa e poi piange davanti a una telecamera. Chi piange viene accolta con compassione: il pianto la ricolloca nel formato accettabile, la donna che soffre, che paga un prezzo. Chi sorride viene odiata con una ferocia che non ha equivalenti maschili. Nessun uomo che si vantasse delle proprie conquiste susciterebbe la stessa repulsione. Sarebbe un idiota, forse. Ma non un mostro.
Il pianto è il biglietto d'ingresso. Il contrappasso obbligatorio. Se non lo paghi, sei fuori.
Nell'era di OnlyFans, in cui il nudo è ormai domestico e il linguistico resta tabù, la vera frontiera non è mostrare il corpo, quella l'abbiamo conquistata. È dire il corpo senza che qualcuno ti chieda il motivo. È la differenza tra estetizzare il desiderio e possederlo davvero.
E qui torniamo al punto. Il vero tabù non è il sesso, il sesso è ovunque. Il vero tabù è il tono. È la volgarità spontanea, quella che nasce prima dal corpo che dalla mente, quella che arriva prima del filtro. Quella che mi fa amare tutto ciò che è scurrile e inopportuno, perché è l'unico linguaggio che non finge di non sapere da dove arriviamo: cioè dal corpo e dal suo fragile tentativo di elevarsi.
Biaggi, Nolan e pochissime altre hanno capito una cosa che dovrebbe essere ovvia: la volgarità non è da stigmatizzare. Può essere il linguaggio della libertà. L'oscenità, se praticata consapevolmente, non è degradante ma fondativa: riporta il corpo nel pensiero e il pensiero nel corpo.
Nolan chiude il suo saggio ricordando che il desiderio, a differenza di altre risorse, non può essere equamente distribuito. Ed è proprio questa sua natura irriducibile – selvaggia, pre-linguistica, anteriore a qualsiasi formato – che lo rende generativo. Il desiderio è l'inizio di così tante delle nostre storie, scrive. Ma perché sia davvero l'inizio, deve poter esistere senza dover spiegare dove vuole arrivare.
Nolan cita nel saggio Edna O'Brien, la grande scrittrice irlandese i cui romanzi venivano bruciati nell'Irlanda degli anni Sessanta perché restituivano alle donne un desiderio autonomo. Nel suo memoir, O'Brien racconta che dopo la morte della madre scoprì che questa aveva conservato una propria copia del libro,
cancellandone però con l'inchiostro ogni parola che riteneva indecente.
Oggi nessuno brucia più i libri. Ma il pennarello della madre di O'Brien è diventato qualcos'altro: è il formato della confessione, l'obbligo del contrappasso, il disagio sulla faccia di un ragazzo quando una donna dice "plug anale" per strada. È un codice estetico che ti dice che puoi parlare di tutto, purché tu non sia troppo felice nel farlo.

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