Il Comitato per la Riabilitazione degli Elfi Poveri e Abbrutiti
- tentativo2ls
- 14 nov 2025
- Tempo di lettura: 4 min
"Fermiamo il Vergognoso Abuso dei Nostri Compagni Magici" e "Campagna per il Mutamento del Loro Status Legale". Motti papabili per un sindacato, o un partito della vecchia sinistra, quella che sosteneva, prima di tutti, i lavoratori e i loro diritti. E invece si tratta degli slogan del C.R.E.P.A. ovvero il “Comitato per la Riabilitazione degli Elfi Poveri e Abbrutiti” (in originale S.P.E.W., letteralmente “vomito”, che sta per Society for the Promotion of Elfish Welfare), un movimento fondato da Hermione Granger, protagonista femminile dei libri di Harry Potter, per la difesa e la salvaguardia degli elfi domestici.
Come ogni movimento sociale (e politico) che si rispetti, il C.R.E.P.A ha bisogno per prima cosa di un programma, fatto di obiettivi ambiziosi e chiari:
- Abolire la schiavitù degli elfi domestici; migliorarne le condizioni sociali ed economiche, dando loro diritti e doveri pari ai maghi
- Salario per gli elfi domestici, al fine di renderli creature autosufficienti e indipendenti, oltre che libere
- Abolire la legge che vieta agli elfi domestici l’uso e il possesso della bacchetta
- Garantire una funzione attiva agli elfi domestici nel governo del Mondo Magico.
Il salario e l’abolizione della schiavitù sono, a detta di Hermione, obiettivi a breve termine, e hanno l’arduo compito di garantire un rapporto lavorativo di rispetto reciproco tra maghi ed elfi, spesso costretti a subire maltrattamenti e a obbedire a ordini troppo duri e faticosi. Hermione vuole combattere i soprusi ingiusti non cercando di convincere i padroni, ma usando la legge come strumento di tutela, per agire su più fronti: dare diritti agli elfi significa dare loro un riconoscimento, un ruolo nella società, che consenta loro di pretendere il rispetto che meritano. In quanto esseri liberi non sarebbero più costretti a subire padroni crudeli: la legge diventa strumento rieducativo.
Il terzo e il quarto obiettivo sono più complessi e a lungo termine: il governo Magico è estremamente elitario, e garantire un ruolo a chi è stato in schiavitù per secoli è utopico. Il terzo punto è di difficile attuazione per la forte repressione che attuerebbero i maghi: gli elfi domestici, infatti, sono in grado di materializzarsi dove i maghi non possono, e possono già compiere magie. Senza la schiavitù e con il possesso di una bacchetta, secondo alcuni potrebbero diventare anche più potenti dei maghi. È anche per questo che le creature magiche sono spesso segregate a un ruolo marginale dal punto di vista governativo, e con l’ascesa di Voldemort questo aspetto si acuisce ancora di più: non c’è solo disprezzo o paura di ciò che è ignoto, ma anche il timore di veder nascere qualcosa di più potente di sé.
Dopo aver pensato a un programma, è necessario raccogliere adesioni: qui però il movimento, con lo stesso furore e la stessa urgenza con cui è nato, inizia a perire. La maggior parte dei maghi trova ridicolo il programma, perché è nella natura degli elfi essere schiavi, e non vogliono dover pagare un salario. Spesso gli elfi restano legati per decenni alla stessa famiglia, vengono visti come un elemento domestico, di proprietà.
La vera sorpresa è però la resistenza degli elfi stessi: loro non vogliono essere liberati. Anzi, vivono la schiavitù con gioia e abnegazione, mentre la libertà è un disonore, un’incredibile sciagura. Significa essere rinnegati dalla propria famiglia: gli elfi sono entusiasti di servire, e mostrano una tale lealtà al padrone da non poterne neanche parlare male: non sono liberi neanche nel dissenso, perché esso è la scintilla che fa partire la rivolta. Quando Hermione, nel quarto libro, scende nelle cucine di Hogwarts, dove lavorano Dobby e un centinaio di elfi domestici, coglie l’occasione per parlare a tutti loro di diritti, uguali ai maghi, di salari, vacanze e abiti, e prende a esempio Dobby, che lavora nelle cucine come un lavoratore stipendiato, e con un giorno libero al mese. A sentir parlare di pagamenti, si vergognano, distolgono lo sguardo, come fosse qualcosa di volgare o imbarazzante. Alla fine di questo comizio improvvisato, gli elfi smettono di essere gentili e servizievoli e diventano sbrigativi, la cacciano via, assieme a Harry e Ron. Hermione rimane stupita, poiché commette l’errore di pensare che tutti gli elfi sarebbero contenti quanto Dobby di essere liberi. Ma lui è una rarissima eccezione, preferisce essere considerato un reietto, un eccentrico, e soprattutto riesce ad andare contro le proprie stesse fortissime convinzioni, interiorizzate, pur di non subire i maltrattamenti a cui è sempre stato sottoposto. È un barlume di speranza, piegato dalle botte, dai soprusi, salvato all’ultimo. Grazie a Harry, non scopre solo la libertà, ma anche l’affetto e il rispetto reciproco: fino alla fine, sarà sempre fedele al ragazzo che lo ha liberato.
Non riscuotendo il successo sperato, Hermione cerca perfino di liberare gli elfi con l’inganno, nascondendo indumenti in giro per il castello. Gli elfi però non assecondano questo tentativo, e tutti i vestiti vengono raccolti e posseduti da Dobby soltanto. Per loro natura rifiutano la libertà, rinnegandola con vergogna. E Hermione non può imporla, per quanto sia nobile il suo intento: deve limitarsi a mostrare la via, offrire la possibilità, sensibilizzare. È necessario sradicare la convinzione che queste creature siano schiave dalla nascita, sia nella comunità elfica che in quella magica.
C’è anche da chiedersi se Hermione sia effettivamente nella ragione, o voglia imporre una visione democratica a chi rifiuta per sé stesso di conquistare dei diritti. Questa battaglia necessita di riscuotere consensi tra gli elfi stessi, che devono chiedere un proprio posto nella società. È la storia di tanti movimenti e partiti che avevano grandi idee, ma che non tenevano conto del desiderio della collettività, della necessità di mobilitare le masse, partendo da ciò che pretendono per sé stesse. Oppure è il tentativo di modificare una convinzione imposta per convenienza dal più forte, e addirittura associata a una specie intera, piegata a servire non per genetica ma per sottomissione. La schiavitù degli elfi è un incantesimo magico legato alla loro natura, o una convinzione così radicata da non permettere neanche di concepire una valida alternativa? Dobby, che è in grado di disobbedire e di accogliere la libertà come un dono, sembra suggerirci la seconda opzione, da solo lui tra tanti.
Non è possibile sapere cosa sia meglio per gli elfi domestici, né Hermione riuscirà mai nell’intento di raccogliere consensi. Quello che però possiamo apprezzare, a distanza di qualche libro, è ciò che Hermione dava per scontato: il rispetto reciproco, la cordialità e la gentilezza. Con queste armi riuscirà a distruggere il razzismo radicato di un personaggio marginale, nascosto ai più, ma che rappresenta il vero successo del C.R.E.P.A: Kreacher.

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