Hauntology, vaporwave e i fantasmi del futuro perduto
- tentativo2ls
- 13 lug 2025
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C’è una forma di nostalgia che non ha oggetto, una malinconia sospesa come il suono ovattato di una pubblicità anni ’80 ascoltata da dietro una parete. Non riguarda l’infanzia, né un luogo reale, né tantomeno un ricordo preciso eppure ci tocca. È la sensazione che si prova ascoltando la vaporwave: loop rallentati, voci sintetiche, jingle di ascensori decostruiti, suoni di un tempo che pare familiare ma che non ci appartiene. È nostalgia, sì, ma per qualcosa che non abbiamo mai vissuto, quella di un’epoca estetica forse promessa, ma mai arrivata. Un futuro fallito prima ancora di nascere.
A dare forma teorica a questo sentimento è stato il concetto di hauntology, coniato da Jacques Derrida nel 1993 in Spettri di Marx. Il gioco di parole tra “ontology” (studio dell’essere) e “haunting” (infestazione, apparizione) suggerisce un’idea: che il presente sia abitato da fantasmi del passato o, meglio, da fantasmi di futuri mancati. Il tempo si inceppa, il futuro smette di essere orizzonte di possibilità e diventa un’eco, un riflesso deformato che ci accompagna senza mai realizzarsi.
Il pensatore che più ha saputo tradurre questa intuizione in una critica culturale è Mark Fisher. In Ghosts of My Life (2014), Fisher descrive il nostro tempo come un eterno presente, dove ogni immaginario alternativo si è dissolto. Non si tratta solo di un problema estetico, ma politico. La fine delle utopie ha lasciato un vuoto che la cultura contemporanea colma ripetendo, remixando, mimando. Come se la storia si fosse fermata, e potessimo solo guardarla da una vetrina.
In questo paesaggio teorico ed emotivo nasce la vaporwave: un genere musicale e visivo che emerge su internet all’inizio degli anni 2010. Nata inizialmente come parodia ironica dell’estetica capitalista e dei suoi eccessi, la vaporwave si trasforma rapidamente in qualcosa di più ambiguo, malinconico, perturbante. Campiona muzak (musica d’ambiente commerciale progettata per non essere ascoltata), colonne sonore di spot pubblicitari, synth pop, smooth jazz, rallentandoli fino al delirio. Il risultato è una musica che sembra provenire da un sogno sbagliato degli anni ’80, o da un futuro retrofuturista dove le utopie del passato si sono dissolte nel loop infinito di un centro commerciale abbandonato.
Anche visivamente, la vaporwave è fatta di rotture e cortocircuiti temporali: busti greci fluttuanti, grafiche da Windows 95, glitch digitali, tramonti rosa su skyline sintetici. Ogni elemento evoca un’epoca che pare riconoscibile, ma che non appartiene a nessuno. È una nostalgia senza memoria, che non rimanda a un vissuto, ma a un’estetica collettiva artificiale, prefabbricata.
L’album Floral Shoppe (2011) di Macintosh Plus è considerato la pietra miliare del genere: una sequenza di brani in cui suoni di consumo, euforia capitalista e nostalgia si fondono in un paesaggio sonoro alienato, ripetitivo. Non c’è narrazione, né direzione. Solo una spirale temporale, come una VHS lasciata in pausa troppo a lungo.
In questo senso, vaporwave e hauntology non sono soltanto estetiche, ma sintomi. Sintomi di un’epoca esausta, incapace di immaginare il nuovo, che si limita a simulare ciò che è stato. Fisher definisce questa condizione come la slow cancellation of the future – la lenta cancellazione del futuro. La nostalgia non riguarda più ciò che si è perduto, ma ciò che avrebbe potuto essere, e non è mai stato. L’utopia sessantottina, la promessa tecnologica degli anni ’80, l’euforia neoliberista degli anni ’90: tutte queste traiettorie si sono interrotte, lasciando una scia sonora ovattata, ripetitiva, spenta.
La nostalgia, così, diventa politica: non più semplice sentimento, ma condizione culturale. La vaporwave non idealizza il passato, lo seziona, lo rallenta, lo svuota. E così facendo, rivela quanto il nostro presente sia saturo di simulacri: memorie prefabbricate, vintage riciclato, ambienti immersivi progettati per vendere comfort in un mondo che ha smarrito la direzione.
La hauntology, allora, è un modo di stare nel tempo; una postura percettiva che accoglie la mancanza, che ascolta i fantasmi. È ciò che sentiamo quando rivediamo un’interfaccia utente dimenticata, o il suono glitchato di un jingle mai sentito prima ma che, inspiegabilmente, riconosciamo. È il nostro inconscio culturale che parla.
A livello urbano e architettonico, la hauntology si manifesta negli spazi vuoti e nelle promesse mancate: i centri commerciali deserti, i rendering di smart city mai realizzate, le rovine del futuro. Questi luoghi – reali o immaginati – ci ricordano che, per un attimo, il futuro è stato tangibile. Ora restano solo detriti.
Molti artisti vaporwave non cercano l’innovazione nel senso tradizionale. Non inventano, ma ripetono, remixano, decostruiscono. L’innovazione sta nella frizione tra passato e presente, in un tempo che si comporta come un archivio, più che come una linea che procede.
Eppure, nella hauntology c’è anche un’apertura. I fantasmi non sono solo presenze inquietanti, ma possibilità sospese. Ricordano che altri mondi erano – e forse sono ancora – immaginabili. E che l’immaginazione collettiva può ancora affrancarsi dal presente.
Forse è questo, in fondo, il vero fascino della vaporwave: non la nostalgia per un’epoca migliore, ma la consapevolezza che le promesse mancate continuano a vivere in noi. E che, ascoltandole – anche solo attraverso un campionamento distorto di elevator music – possiamo ancora percepire il suono, lontano ma persistente, di un futuro che bussa.
Fonti:
Jacques Derrida, Spettri di Marx. Lo Stato del debito, il lavoro del lutto e la nuova Internazionale
Mark Fisher, Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntology e futuri perduti
Adam Harper, Vaporwave and the Pop-Art of the Virtual Plaza

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