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Gioventù Cannibale, Tondelli, controcultura. Gli spazi del contemporaneo.

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 8 set 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

1996:


Nelle classifiche spingeva Children di Robert Miles, ci si vestiva con jeans strappati e anfibi, e nasceva la collana Stile Libero di Einaudi. I libri dalla costina gialla e dalla copertina morbida, per intenderci. La fondarono Paolo Repetti e Severino Cesari, due uomini dell’editoria che rappresentavano rispettivamente i due rami fondamentali di qualsiasi casa editrice: Cesari si occupava del lato editing – il lavoro di precisa rifinitura che ogni testo merita una volta scritto – mentre Repetti si dedicava al lancio e alla promozione dell’oggetto libro.


Lo si legge in un articolo dettagliatissimo scritto da Giacomo Papi per Il Post nel 2016, dove sono riportate le parole di Cesari, che si interrogava così: «La domanda da cui partimmo era: che cosa sta accadendo di nuovo che le macchine editoriali non registrano?». C’era dunque una volontà di ricerca, una spinta verso una novità editoriale che già ribolliva, ma che faceva fatica a trovare una forma, compressa dalle scaramanzie di un mondo culturale restio ad accettare una realtà editoriale che non fosse prettamente letteraria, intellettuale o – come si usa dire ancora – “alta”.


Nonostante ciò, da una combinazione di incastri fortunati, forza di volontà e necessità – forse c’era anche il bisogno, da parte di una grande casa editrice, di aprirsi a un rinnovamento – nacque Stile Libero. Una collana che oggi copre il 25% del fatturato di Einaudi. Come prevedibile, i primi volumi fecero storcere il naso agli addetti ai lavori: l’esordio fu “Fuori tutti”, un libricino che raccoglie fotografie di camerette, accompagnate - dipinte - dalle parole dei loro stessi giovanissimi abitanti, poi il primo libro - dal titolo “E l’alluce fu” di un allora poco conosciuto Roberto Benigni.


Ma in poco tempo Stile Libero trovò l’unione perfetta tra idea e pratica. Pochi titoli dopo, il “nuovo” di cui parlava Cesari aveva già una forma precisa e identitaria: uscì la raccolta Gioventù Cannibale. Una raccolta di racconti che includeva scrittori emergenti e autori già affermati – tra cui Luisa Brancaccio, Aldo Nove, Ammaniti e il comico Luttazzi– uniti, citando Repetti, «da una strana forza tellurica che consisteva nel condividere una cultura non strettamente letteraria, ma anche cinematografica, musicale, merceologica». E se già il titolo – l’aggettivo cannibale – contribuì a scuotere gli animi del mondo letterario (che Repetti definiva «paludato»), i temi trattati – violenza, sangue, efferatezza gratuita dei giovani protagonisti – imposero la raccolta al centro del dibattito. Grazie alla bravura di Daniele Brolli, curatore della raccolta, e al talento degli autori scelti, l’aggettivo cannibale entrò nel linguaggio comune come definizione di un nuovo modo di intendere scrittura e realtà, tracciando una linea di demarcazione tra ciò che c’era prima e ciò che venne dopo. Tutto questo accadde perché la raccolta fu edita da un grande editore, Einaudi, e permise a un nuovo italianissimo Pulp di entrare nella letteratura ufficiale, scardinando ancora una volta l’idea di una letteratura benpensante, autoreferenziale, che riflette solo la propria luce.


Eppure, ciò che fece Gioventù Cannibale accadeva già nel mondo underground molti anni prima. La controcultura esiste da sempre: i libri pirata, la stampa alternativa, il fumetto underground - va menzionata in questo caso la rivista di fumetti Cannibale, uscita per la prima volta nel 1977 e che includeva tra gli altri disegnatori Andrea Pazienza.


La propensione a rompere i codici non era dunque inedita. Tondelli era riuscito a farlo entrando nella narrativa di Feltrinelli con la raccolta di racconti - da lui definito romanzo a episodi - “Altri Libertini”. Era il 1980, ben sedici anni prima di Gioventù Cannibale. E qui si legge di droga, libertà sessuale, e di una tremenda voglia di vivere, in un mondo che però, sembra disegnato per qualcun altro. E si legge anche una libertà e una sperimentazione linguistica rara: dialettismi, parolacce e bestemmie, scrittura parlata, e il flusso di pensieri in prima persona. È evidente come i Cannibali fossero eredi più che pionieri.


A questo punto sorge una considerazione: stiamo andando all’indietro? Le novità letterarie sono episodi isolati in un panorama stagnante? Non che i libri di oggi siano per forza di cattiva fattura – anzi, c’è del buono. Il sospetto è però che le rotture radicali non abbiano mai trovato un terreno fertile per diventare tradizione, restando così eccezioni brillanti ma isolate. Trent’anni dopo, cosa è rimasto nel sistema? Nel cuore del mercato restano soprattutto tracce attenuate: l’omologazione premia infatti il riconoscibile. Sui banchi delle librerie indipendenti (sempre meno), delle grandi catene e della grande distribuzione ritornano storie ricorrenti, dove il contemporaneo - il mondo che viviamo tutti i giorni - fatica ad avere spazio, e arriva filtrato o scolorito, perdendosi nella mimesi con la realtà. Forse rimane, resta rutilante e vivo, nelle riviste indipendenti, nelle piccole realtà.


Per questo ciò che accade nel panorama laterale e parallelo al mondo editoriale ufficiale deve essere tutelato e incentivato, ma con un imperativo: le realtà della controcultura hanno senso solo se custodiscono uno spazio vero di libertà creativa e linguistica, senza rincorrere standard esterni. Non dovrebbero inseguire l’uniformità per legittimarsi. La loro funzione è sperimentare, rischiare, aprire correnti nuove. Se i margini rinunciano a farlo, l’intero ecosistema perde la sua ricerca e si ripete; in assenza di questo ruolo, le condizioni del mercato fanno sì che il mainstream resti prudente, e che il nuovo rimanga episodico, e non pratica condivisa. È lì, nelle indipendenti, dove c’è spazio per ragionamenti trasversali e approfondimenti non standard, che può e deve nascere una nuova narrativa, capace di attrarre lettori e fruitori, e di generare imitatori.



 
 
 

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