Fenomenologia politica di George R. R. Martin
- tentativo2ls
- 8 apr
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Valar morghulis: tutti gli uomini devono morire. Nell’opera di George R.R. Martin A Knight of the Seven Kingdoms, riadattata per il piccolo schermo da Ira Parker e appena conclusa su HBO, prende forma la lunga riflessione dell’autore sul rapporto tra potere e mortalità umana. Questa volta con più chiarezza che in ogni altra serie ispirata all’universo narrativo di A Song of Ice and Fire.
Quando tra il 2013 e il 2014 Game of Thrones iniziò a divorare lo spazio mediatico mondiale, raddoppiando improvvisamente i dati di viewership con 20 milioni di spettatori all’uscita della quarta stagione, era evidente che il materiale originale di Martin si rifaceva a una interpretazione diversa del fantasy tradizionale. Ma era evidente per i motivi sbagliati. La rappresentazione senza filtri (anzi, con un deciso gusto per l’eccesso) di violenza, sesso, e morti inaspettate divenne un immediato selling point per attirare il più ampio pubblico generalista.
Non è un caso che già nella terza stagione gli showrunner Weiss e Benioff avessero voluto aggiungere uno sbudellamento di coprotagonista incinta, assente nei libri, al momento cruciale delle Nozze Rosse. Più sangue e fattore shock era esattamente quello che serviva, apparentemente, e le sceneggiature successive insistettero su questo declino. La critica non tardò a commentare l’universo di Martin come intrinsecamente nichilista, impermeabile ai nobili valori del fantasy tradizionale. Un’interpretazione superficiale, e infatti molte volte rigettata dall’autore. Finalmente, A Knight of the Seven Kingdoms rende giustizia alla sua ricerca narrativa. A partire da un parallelismo che mette in discussione la concezione letteraria del potere.
“Dopo avere sconfitto Sauron, quale fu la politica fiscale di Aragorn?” chiedeva provocatoriamente Martin nel 2014 in una nota intervista per il Rolling Stone. “Lord of the Rings seguiva una impostazione filosofica medievale: se il re è un uomo buono, la terra prospererà. Nella vita reale, sovrani reali fanno i conti con problemi reali, ed essere una persona buona non è una risposta. E quelle che sembrano buone decisioni si possono rivelare controproducenti, è la legge delle conseguenze inattese”. Questo riferimento alla sociologia di Merton può essere preso a chiave di lettura di tutta la produzione di George R. R. Martin. L’azione sociale produce sempre effetti non voluti oltre a quelli pianificati.
Se però nella realtà ciò appare quasi scontato, in letteratura è più difficile da accettare. La sospensione dell’incredulità è un pilastro fragile. Nel lavoro di finzione, in cui ogni elemento del racconto è intenzionalmente disposto dalla mente dell’autore, far intervenire il caso, o la fatalità, è un tradimento. Il desiderio karmico di vedere il cattivo punito e il buono ricompensato resta deluso. Con risultati insoddisfacenti – e quell’impressione che nessun senso di giustizia sia permesso. Non che Martin non abbia dovuto fare i conti con queste scelte. Se la trasposizione delle Nozze Rosse irritò gli spettatori del 2013, con i libri era andata pure peggio. All’uscita di A Storm of Swords, nel 2000, innumerevoli lettori avevano indirizzato il loro scontento direttamente verso l’autore, che si trovò sommerso di lettere di indignazione e promesse di non comprare più un suo volume.
Ma per quanto amaro in bocca possa lasciare, l’obiettivo di questo approccio non è sovvertire le aspettative per il gusto di farlo. Come ha spesso affermato, Martin vuole che il suo universo rispecchi i meccanismi della realtà, con personaggi e situazioni lasciate a maturare senza eterodirezione – “come un giardino”, disse. Un fantasy esplicitamente ispirato alla Storia, quella con la s maiuscola. E nella Storia non c’è posto per eroi alla Aragorn.
Questo ci riporta all’ultima serie HBO. In The Hedge Knight (la novella del 1998 riadattata in A Knight of the Seven Kingdoms), Martin dipinge la figura del successore al trono Baelor Targaryen. Nella sequela di eredi più o meno validi della casata regnante di Westeros, Baelor è un barlume di speranza. Non è presentato solo come principe perfetto. È un campione di torneo che combina onore impeccabile e intuito strategico, un giudice equo e umano, uno spirito cavalleresco che persegue una ferrea concezione di giustizia universale, a scapito di interessi nobiliari e distinzioni tra sangue del drago e smallfolk. È l’incarnazione di una promessa di futuro luminoso per il regno. Secondo lo storico e critico Steven Attewell, Baelor è la rappresentazione di tutte le aspettative che la figura politica di John F. Kennedy aveva ispirato in una generazione di baby boomer progressisti statunitensi come George R. R. Martin. Un parallelismo che diventa evidente nel modo in cui è dipinta la morte di Baelor, in seguito alle ferite riportate in torneo:
The prince moved his head slowly from side to side. “Ser Raymun…my helm, if you’d be so kind. Visor…visor’s cracked, and my fingers…fingers feel like wood.”
“At once, Your Grace.” Raymun took the prince’s helm in both hands and grunted. “Goodman Pate, a hand.”
Steely Pate dragged over a mounting stool. “It’s crushed down at the back, Your Grace, toward the left side. Smashed into the gorget. Good steel, this, to stop such a blow.”
“Brother’s mace, most like,” Baelor said thickly. “He’s strong.” He winced. “That…feels queer, I…”
“Here it comes.” Pate lifted the battered helm away. “Gods be good. Oh gods oh gods oh gods preserve…”
Dunk saw something red and wet fall out of the helm. Someone was screaming, high and terrible. Against the bleak grey sky swayed a tall tall prince in black armor with only half a skull. He could see red blood and pale bone beneath and something else, something blue-grey and pulpy. A queer troubled look passed across Baelor Breakspear’s face, like a cloud passing before a sun. He raised his hand and touched the back of his head with two fingers, oh so lightly. And then he fell.
Il cranio aperto, il tocco con due dita, la realizzazione, e la fine. Rievocando gli istanti dell’assassinio di Kennedy, spiega Attewell, Martin ne fa una lezione del suo sguardo sulla realtà, un dispositivo funzionale alla critica della filosofia tolkieniana del buon sovrano: non che un uomo buono non sappia governare, o che non si possa essere onorevoli senza essere sistematicamente fregati, semplicemente che anche un uomo buono resta mortale. Valar morghulis. Il valore individuale nasce e muore con l’individuo, mentre i corsi e ricorsi della storia hanno unità di misura molto diverse.
Nel mondo narrativo di Martin, spiega Attewell, la tragedia di The Hedge Knight non è solo che Baelor muoia, ma che non ci sia nessun Targaryen in grado di portarne avanti la fiamma. Per rispettare il suo parallelismo, è un JFK senza un RFK. E anche se resterà vivo nella memoria collettiva del regno come una speranza tragicamente spenta prima del tempo, rimarrà solo una promessa irrealizzata. La storia umana descritta da Martin è piena di eroi, ma non è fatta da eroi. Non è alle azioni virtuose del singolo che è dato il potere di far prosperare un regno, ma alle imprevedibili giravolte di eventi collettivi troppo ampi per essere controllati.
Si trova qui il nocciolo del presunto nichilismo martiniano. Le morti ingiuste, l’assenza di un ciclo karmico e di appagamento facile, sono sintomi di un universo che non segue istruzioni, ma non per questo appiattisce il valore dell’azione individuale. Non è vero che l’umanità di A Song of Ice and Fire è amorale perché manca un sistema di ricompense. Il valore di una persona emerge proprio perché manca un sistema di ricompense, e la sua azione segue ideali nobili anche quando la realtà stessa sembra andare in un’altra direzione. George R. R. Martin è un romantico, e i suoi lettori di lunga data lo conoscono bene.
A questo proposito, qual è l’antagonista di A Knight of the Seven Kingdoms? C’è Aerion Targaryen che è particolarmente schiaffeggiabile, certo, ma in fin dei conti è fuori come un balcone e non troppo diverso da tanti suoi predecessori. C’è pure tanta mediocrità e ipocrisia diffusa tra la nobiltà di Westeros, ma nessuno di intrinsecamente malvagio. Siamo lontani dal concetto di Grande Nemico di tolkieniana memoria. Eppure questa è una somiglianza sottile, più che una differenza. Il fatto che nessuno sia immune alla corruzione, e che sia così facile cedere al disonore, ricorda dietro a grandi ingiustizie ci sono piccole, piccolissime persone umane.
In questo senso il fantasy martiniano, dove anche gli eroi sono privati di imprese eroiche e nessuno sfugge al rullo compressore della Storia, descrive grandi casate ma insieme ad esse svela il vero eroismo in scudieri, fabbri e prostitute. A Knight of the Seven Kingdoms lo rende evidente. Ci parla di una realtà che è incomprensibile, spesso crudele, in cui l’uomo buono non può contare su una dirompente giustizia divina che ristabilisce meriti e colpe, ma nonostante tutto resta a galla come può. Senza che l’ingiustizia lo renda una persona ingiusta. Come ricorda l’autore nelle parole conclusive di Raymun Fossoway, l’improbabile (e onorevole) cavaliere delle mele: “Potrò non essere ancora maturo… ma meglio verde che marcio, eh?”
Fonti:
Attewell, S. (2020). Dunk and Egg, Essay 1: “What Worth a Hedge Knight?”. The Race for the Iron Throne.
Garcia, E. M., Antonsson, L., Martin, G. R. R. (2014). The World of Ice and Fire. Random House USA.
Gilmore, M. (2014). George R.R. Martin: The Rolling Stone Interview. The Rolling Stone.

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