E se il cinema italiano smettesse di avere paura della provincia?
- tentativo2ls
- 11 mag
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Il trionfo de Le città di pianura ai David di Donatello non è solo la vittoria di un film. È l'ennesima prova – ignorata – che raccontare l'Italia fuori dai soliti riflettori funziona. E che il vero problema non è il pubblico: è il sistema che decide cosa fargli vedere.
Otto David di Donatello. Miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura, miglior attore. Francesco Sossai, bellunese, alla seconda opera, ha battuto Paolo Sorrentino facendo una cosa apparentemente impossibile: ha piazzato due cinquantenni sbronzi in un Veneto rurale che sembra il Far West e ha vinto tutto. Niente vicoli e niente camorra. Due amici, una macchina, bar di provincia, il Memoriale Brion di Scarpa ad Altivole, e un viaggio notturno verso Venezia per cercare l'ultimo bicchiere.
Eppure il dato più interessante della serata dei David non è la vittoria di Sossai. È il fatto che ci stupiamo ancora.
Prendiamo gli ultimi anni del cinema italiano che ha funzionato, quello che ha riempito sale e viaggiato all'estero. Quante volte è successo fuori dal triangolo Roma-Napoli-Sicilia?
Pochissime. Ma quando è successo, è successo con una forza che avrebbe dovuto insegnare qualcosa a tutti.
Nel 2022 Le otto montagne racconta un'amicizia lunga una vita tra le valli della Val d'Ayas, baite di pietra e ghiacciai. Nessuna trama gialla,nessuna Roma. Risultato: Premio della Giuria a Cannes, quattro David di Donatello tra cui Miglior Film, sei milioni di euro al botteghino italiano e quasi novecentomila spettatori. Il pubblico c'era.
Nel 2024 Vermiglio di Maura Delpero sposta l'asticella ancora più in là. Un paesino del Trentino, la Val di Sole, l'ultimo anno di guerra, in dialetto stretto e nessuna star. Leone d'Argento a Venezia, selezionato per rappresentare l'Italia agli Oscar, oltre due milioni e mezzo di euro incassati partendo da venticinque copie in sala: la migliore media per copia dell'intero box office italiano alla sua uscita. Un film in dialetto trentino che batte Beetlejuice al botteghino.
E adesso Le città di pianura. Veneto profondo, tangenziali e osterie. Otto David su sedici candidature, davanti a tutti.
Il pattern è chiaro. Ogni volta che qualcuno ha il coraggio di raccontare un'Italia diversa da quella che il sistema considera "cinematografica", la critica applaude e il pubblico risponde.
A questo punto l'obiezione è prevedibile: quanti film ambientati in provincia sono usciti senza lasciare traccia? Parecchi. Il buco di Michelangelo Frammartino — una spedizione speleologica nel Pollino calabrese, menzione speciale a Locarno nel 2021, in Italia ha raccolto poco più di centomila euro.
Ma sarebbe un errore. Perché i film che falliscono al botteghino ambientati a Roma o Napoli sono infinitamente di più, solo che nessuno li usa per dimostrare che Roma e Napoli "non funzionano". Il flop romano o napoletano è un film che non è andato; il flop di provincia diventa la conferma che la provincia non è cinematografica.
È un doppio standard, e regge solo se non lo si guarda in faccia.
La differenza tra Le città di pianura e Il buco non è il paesaggio. È la scrittura, il ritmo, la capacità di trasformare un luogo in un racconto universale. Esattamente come la differenza tra È stata la mano di Dio e un qualunque film ambientato a Napoli dimenticato dopo una settimana. Il luogo non determina il successo, lo determina il talento. Ma al talento che nasce in provincia il sistema chiede una prova in più.
Il problema non è Napoli o Roma. Al cinema sono straordinarie. Da De Sica a Sorrentino, è un patrimonio immenso e il suo peso nella storia del cinema italiano non si discute neanche per scherzo.
Il problema è un altro, ed è strutturale. E per capirlo bisogna entrare nel modo in cui un film italiano arriva a esistere.
Un produttore che vuole girare a Roma o in Campania trova un ecosistema consolidato: studi attrezzati, maestranze con decenni di esperienza, film commission che gestiscono fondi regionali consistenti e processi rodati, reti di contatti con distributori e broadcaster. Lazio e Campania da sole attraggono una quota sproporzionata dei fondi pubblici al cinema, non perché le commissioni ministeriali discriminino esplicitamente, ma perché il sistema delle coproduzioni, del tax credit regionale e dei fondi territoriali crea un effetto gravitazionale: i soldi vanno dove ci sono già le infrastrutture, e le infrastrutture crescono dove vanno i soldi.
Chi vuole girare in Veneto, nelle Langhe, o in Basilicata, affronta un'equazione diversa. Film commission più giovani o con budget ridotti, meno maestranze locali, costi logistici per spostare le troupe, e – soprattutto – la diffidenza di chi deve mettere i soldi. Un produttore che presenta un progetto ambientato a Belluno deve prima convincere gli investitori che Belluno è interessante. Uno che ne presenta uno ambientato nei Quartieri Spagnoli no. Non perché i Quartieri Spagnoli siano oggettivamente più cinematografici, ma perché il sistema ha già deciso che lo sono. È una profezia che si autoavvera.
Quando Maura Delpero ha portato Vermiglio a Venezia, il suo stesso stupore raccontava questa storia. Si è definita un'outsider, una donna nata in provincia con un percorso tutto in salita. La cosa grave non è che ce l'abbia fatta è che il sistema le abbia reso la strada così difficile solo perché voleva raccontare un paesino di montagna anziché una metropoli.
L'Italia ha un patrimonio di diversità geografica e umana che non ha eguali in Europa. In trecento chilometri cambia tutto: lingua, paesaggio, architettura, modo di stare a tavola, modo di volersi bene, modo di soffrire. Ogni provincia è un mondo e ogni mondo ha le sue storie.
Il cinema italiano ne racconta una fetta ridicola. I pochi che provano a fare diversamente non sono tutti successi, nessun genere e nessun territorio ha questa garanzia. Ma quelli che uniscono talento e territorio non solo non falliscono: vincono a Cannes, vincono a Venezia, vincono ai David, vincono al botteghino. E il fatto che restino anomalie non è la prova che il pubblico non li vuole, ma è la prova che il sistema ne produce troppo pochi perché si formi una massa critica.
Il pubblico ha già risposto. Lo ha fatto comprando novecentomila biglietti per un film sulle Alpi valdostane, lo ha fatto portando un film in dialetto trentino a oltre due milioni di incasso, lo ha fatto quando un road movie veneto ha fatto il pieno di statuette. Il problema è un'offerta che non riesce a staccarsi dalle proprie abitudini.
Il trionfo di Sossai ai David è l'ennesimo invito. Le otto montagne era un invito. Vermiglio era un invito. La domanda, a questo punto, non è più se il pubblico sia pronto. È quanto ancora deve aspettare chi finanzia e chi decide, prima di smettere di considerare un'anomalia ciò che i numeri chiamano, ormai da anni, semplicemente buon cinema.

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