DOGVILLE: Il male radicale secondo Lars Von Trier
- tentativo2ls
- 20 ago 2025
- Tempo di lettura: 5 min
Vedere Dogville per la prima volta rappresenta un’esperienza cinematografica unica ed è in grado di lasciarti sia entusiasta che straniato allo stesso tempo. Ringrazierò per sempre chiunque abbia deciso di riproporre nel cinema della mia città alcune pellicole magnifiche come questa, dandomi la possibilità di vederle al cinema, talvolta con colpevole ritardo. Dogville è un film del 2003 frutto del genio di Lars Von Trier, regista brillantissimo e autore di svariati capolavori, tra cui Melancholia, Antichrist e molto altro, che nei suoi film, tendenzialmente mette in scena una poetica ben precisa: una visione pessimistica, deprimente, orribile del genere umano, rappresentato come ontologicamente marcio e destinato inesorabilmente a soffrire e infliggere sofferenza.
Il film narra della storia di Grace, una ragazza che si trova a fuggire da alcuni malviventi per aver salva la vita e trova un nascondiglio a Dogville: un piccolissimo e isolato villaggio che sorge a ridosso di alcune montagne e si affaccia su un crepaccio, ha un'unica via di accesso, una sola strada principale, qualche casa, un meleto, una chiesa e una miniera. Dogville è abitato da pochissime persone, tra cui spicca Tom, un giovane filosofo e aspirante intellettuale ossessionato dalla moralità e dall’accoglienza, che si dedica principalmente alle prediche durante le riunioni del villaggio.
Tom sarà il primo a incontrare Grace la notte in cui questa scappa, ad accoglierla e a convincere il villaggio ad aiutarla, trovando nella giovane fuggitiva persino l’amore. La storia del film segue poi l’integrazione di Grace all’interno del villaggio, che dapprima la proietta nell’idillio romantico di una vita semplice condotta all’insegna di ciò che la terra può offrire e poco di più, ma che, col passare del tempo, svela a poco a poco i suoi lati più tenebrosi e grotteschi e si riscopre come un piccolo inferno rinchiuso in poche case. L’epilogo, che invito a scoprire in caso non lo si conosca, vede un totale ribaltamento di ruoli e una risoluzione dei fatti prendendo tutto il dolore e il risentimento accumulato nel corso del film per liberarlo in un grandioso atto forse redentorio o forse crudele, sicuramente straniante, che travolge tutti i personaggi e non lascia loro scampo.
Il film gioca sul contrasto fra elementi teatrali ed elementi cinematografici, l’intento del regista sembra essere, oltre che prendersi gioco dello spettatore, quello di portare la tragedia, intesa come genere teatrale, sullo schermo del cinema, fondendoli in un abbraccio denso di elementi simbolici e carichi di significato. Partiamo dal soggetto rappresentato, quello che dà il titolo al film: Dogville è sia il nome del villaggio sia un gioco di parole di facile intuizione, scenograficamente è rappresentato come un ampio spazio rinchiuso in uno sfondo, nero o bianco a seconda che sia notte o giorno, quasi come fosse il palcoscenico su cui si svolge l’intera vicenda; la topografia di Dogville è soltanto disegnata, le case non hanno delle pareti, bensì solo l’arredamento, in Dogville nessuno è al sicuro, tutti sanno tutto di tutti e fingono soltanto di non vederlo, questa scelta descrive perfettamente l’atmosfera di un piccolo villaggio americano sperduto tra le montagne; sebbene il villaggio sia americano, chiunque abbia vissuto in un contesto diverso dalla città sa che le dinamiche rappresentate esulano dall’America, sono, anzi, riscontrabili universalmente in qualsiasi piccolo villaggio e, in questo senso, Dogville non è un villaggio tra le montagne, è il paradigma del piccolo villaggio, un topos in cui chiunque può rappresentarsi. Le mura degli edifici sono state eliminate perché Von Trier ha un’intenzione ben precisa: vuole mettere in risalto l’inettitudine e l’ipocrisia dei personaggi che, pur sapendo perfettamente cosa succede all’interno del paesino continuano a perpetrare il male fingendo di non sapere. Non è la mancanza di consapevolezza, è la comodità che li porta a fare del male, in definitiva è un ambiente che crea dei mostri convinti dall’inizio alla fine di non esserlo.
Questa stessa riflessione è proposta ne La zona di interesse di Glazer, a mio avviso uno dei film più importanti degli ultimi anni, che descrive la vita tranquilla di una famiglia tedesca in una casa che confina con un campo di concentramento e in cui tutto ciò che basta ai personaggi per rimanere fermi dove stanno è un muro, che in realtà può solo nascondere ma non cancellare, perché sanno tutti cosa vi succede aldilà. Il male, il vero protagonista di entrambe le vicende, trova la sua dimensione nel quotidiano e, come suggerisce la celebre ma mai scontata riflessione di Hannah Arendt diventa banale: viene coltivato, a volte per secoli, in pratiche apparentemente innocue e rivolto su chi, per una ragione o per l’altra è più debole.
A differenza delle scuole di psicologi, sociologi e filosofi successive alla Seconda Guerra Mondiale, la riflessione di Lars Von Trier esula dall’analisi del contesto totalitario: in Dogville il male scaturisce dallo spirito puritano di un piccolo villaggio, come testimoniato anche dalle foto d’archivio della Grande Depressione che scorrono durante i titoli di coda, che ci riporta alla metafora della “gabbia di acciaio” di weberiana memoria; Grace, che è una persona che cerca fino alla fine di essere buona e comprendere il prossimo, si ritroverà a svolgere dapprima lavori non essenziali per gli abitanti del villaggio, come “compensazione” per il presunto aiuto che riceve, sia mai che si salvi una vita senza aver nulla in cambio, e verrà progressivamente ricattata, sfruttata, umiliata, violentata dagli stessi abitanti, rea di aver avuto bisogno di aiuto ed essersi messa a sua volta a disposizione; in sostanza, il male è possibile in virtù di un processo di razionalizzazione, per riprendere Weber, che investe in profondità il nostro essere in società e il nostro modo di vivere i rapporti umani, che è il motivo per cui anche dopo l’esperienza del Nazismo e in assenza dei grandi totalitarismi novecenteschi la nostra società assiste e talvolta contribuisce a perpetrare ancora determinate dinamiche con conseguenze altrettanto estreme…
L’epilogo del film è altrettanto paradigmatico, l’unica possibilità di redenzione per Dogville è una e una soltanto: Dogville è un paese crudele e può soltanto pagare le conseguenze della sua crudeltà. Inizialmente ammetto di aver reagito euforicamente e di essere stato contento, un sentimento che è andato scemando nei minuti immediatamente successivi, quando mi sono reso conto di cosa il regista mi ha portato a provare. Il finale è uno schiaffo in faccia allo spettatore, nonché l’ultimo dispetto del regista: nessuno è salvo, l’odio è consustanziale all’essere umano e se stimolato e coltivato nei giusti contesti può portarci a credere e compiere gli atti più orribili. La domanda rimane una, di fronte a tutto il male che potremmo compiere, cosa possiamo fare per coltivare il bene? Non so se esista una risposta che possa dirsi certa, né il film intende suggerirla, l’unica cosa che è certa alla fine di Dogville è che siamo tutte persone peggiori grazie a Lars Von Trier.

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