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DISERTATE!

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 26 ott 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

In ogni epoca esiste una parola che riesce a condensare paure e desideri, disperazione e possibilità, un termine che attraversa il linguaggio comune come una fenditura, capace di mostrare il punto esatto in cui un sistema comincia a incrinarsi. La nostra, dominata dalla velocità, dalla competizione e da una produttività che divora il senso stesso del vivere, sembra aver trovato questa parola nel gesto della diserzione. Franco “Bifo” Berardi, nel suo libro Disertate, la assume come chiave politica, filosofica ed estetica di una resistenza possibile, come un modo per scardinare la macchina del capitalismo contemporaneo non attraverso la forza, ma attraverso il ritiro consapevole dell’energia che la alimenta.


Disertare, per Bifo, non è fuggire né arrendersi: è sottrarsi per aprire, interrompere per creare, tacere per ricominciare a parlare in un’altra lingua.


Non si tratta più, dunque, della diserzione del soldato che abbandona il fronte, ma di quella del cittadino, del lavoratore, dello studente che sceglie di non arruolarsi nelle logiche di un mondo divenuto insostenibile. È il rifiuto della produttività ossessiva, della crescita infinita che distrugge il pianeta, della guerra permanente che consuma corpi, menti e territori. È un “no” pronunciato non per stanchezza, ma per lucidità, un “non voglio più far parte di un ingranaggio che non riconosco” che, lungi dall’essere gesto sterile, diventa invece un atto di sottrazione fertile, un passo indietro per ritrovare spazio, tempo, senso.


Bifo osserva come il capitalismo tardo-moderno abbia assunto la forma di un sistema automatico, un meccanismo cieco che continua a funzionare anche quando sembra non avere più bisogno di chi lo alimenta. Non basta più, quindi, contrapporgli la volontà individuale o persino quella collettiva: la macchina procede da sé, incorporando ogni resistenza nel proprio movimento. Disertare, allora, significa interrompere il flusso, togliere consenso, ritirare forza-lavoro e attenzione, smettere di fornire energia all’automatismo. È un atto minimo e al tempo stesso radicale: una rinuncia che diventa creazione, un gesto silenzioso che scardina il rumore della produttività.


Eppure, se a uno sguardo superficiale la diserzione può apparire come un gesto passivo, la sua potenza sta proprio nel contrario: nel vuoto che lascia può nascere altro. Relazioni nuove, forme di attività non legate al profitto, esperienze di cura, di gratuità, di gioia. È in questo spazio sottratto che si annidano i semi di una diversa sensibilità, quella che Bifo chiama “nuova estetica”, perché ogni rifiuto reale porta con sé un nuovo modo di vedere, di sentire, di abitare il mondo.


Chi guarda le piazze italiane degli ultimi mesi ritrova in esse la traccia concreta di questa sottrazione: nei cortei studenteschi in solidarietà con la Palestina, nelle occupazioni universitarie, nelle assemblee spontanee dove il dissenso si fa corporeo, non c’è solo protesta ma un rifiuto della normalizzazione, dell’apatia, del silenzio complice. Andare in piazza, portare i propri corpi nello spazio pubblico, significa disertare l’indifferenza: dire “non ci arruoliamo in questo ordine delle cose”. In un tempo in cui ogni gesto è assorbito, monetizzato, trasformato in contenuto, la presenza fisica diventa un linguaggio irriducibile.


La diserzione non è soltanto collettiva, visibile, scandita dalle piazze e dai cori: è anche intima, quotidiana, talvolta impercettibile. È una forma di resistenza che si manifesta nei gesti minimi e nei silenzi, nei corpi che non ce la fanno più a sostenere il ritmo imposto, nelle menti che smettono di rispondere alle richieste continue di produttività, efficienza, disponibilità. È nel desiderio che si ritrae, nell’attenzione che si spegne, nella fatica che non è più solo stanchezza ma un linguaggio che il corpo inventa per dire “basta”. Bifo legge in tutto questo non semplicemente un disagio individuale, ma un segnale politico diffuso: un’interruzione collettiva, una forma di diserzione psichica.


La depressione contemporanea, in questa prospettiva, non è solo una patologia da curare o da gestire farmacologicamente, ma la risposta fisiologica di un organismo – personale e sociale – che non sopporta più di essere messo al lavoro senza tregua. È un atto di sottrazione, spesso involontario, con cui la psiche si difende da una violenza sistemica che non ha più volto né confini. “Forse dobbiamo leggerla non come fallimento”, scrive Bifo, “ma come disinvestimento consapevole o inconsapevole: rifiuto di partecipare al gioco della guerra che ha ingoiato ogni altro gioco”. In altre parole, quando il mondo chiede sempre di più – più rendimento, più presenza, più entusiasmo – la mente e il corpo rispondono con il meno: meno reattività, meno desiderio, meno partecipazione. È una forma di sciopero silenzioso, un’astensione interiore che rifiuta di alimentare la macchina.


Disertare, allora, è anche dire sì. Sì alla lentezza, alla cura, alla bellezza, alla possibilità di vivere in modo diverso, perchè la diserzione non coincide con l’isolamento o con la rinuncia alla politica: ne è, al contrario, la reinvenzione. È un gesto che scava nei fondamenti stessi dell’etica contemporanea, spostando l’asse dalla forza alla sensibilità, dalla competizione alla cura, dalla produttività alla gioia. L’ironia – quella leggerezza che non è superficialità ma distacco critico – diventa l’alleata naturale di questo gesto: contro il cinismo, che è sottomissione mascherata, l’ironia restituisce la possibilità di guardare il mondo senza piegarsi del tutto al suo meccanismo.


In questo orizzonte, anche la rassegnazione assume un volto diverso. Non la rassegnazione passiva di chi abdica, ma quella attiva di chi riconosce che certi valori – crescita, identità, successo, potenza – hanno esaurito la loro funzione. Solo accettando la fine di un ordine simbolico possiamo cominciare a immaginarne un altro. Disertare significa ridefinire il lavoro come attività dotata di senso, la vita come valore d’uso, il tempo come luogo di cura.

Forse non possiamo cambiare tutto, ma possiamo smettere di obbedire. Possiamo disertare la produttività cieca, la guerra permanente, la neutralità complice. Possiamo ritirare la nostra energia da un sistema che non restituisce nulla – né sicurezza, né pace, né futuro – e dedicarla a ciò che invece ci fa vivere. Nelle pagine di Bifo e nelle piazze italiane, la diserzione appare così come un atto insieme minimo e gigantesco: basta non arruolarsi, basta non collaborare più con la violenza diffusa dell’automatismo.

 
 
 

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