Dal sogno della postownership al tecnofeudalesimo
Articolo di Alice Gerosa
Sono passati ormai quasi vent’anni dall’ingresso sul mercato di quello che ad oggi rimane un simbolo per tutti i cinefili del mondo, il sacro Graal dei contenuti speciali, l’ultima frontiera dell’home video. Nel corso dell’ultimo anno due delle aziende protagoniste dell’era d’oro del Blu-ray, Sony e LG, si sono tolte da questa fetta di mercato, accodandosi ad altri grandi player come Philips e Samsung, che già da tempo hanno cessato di produrre dispositivi e supporti per questo tipo di riproduzione ottica. La notizia in sé non dovrebbe destare molto scalpore, non serve essere un economista per capire che il mercato si adatta alla domanda, e, sopracitati cinefili a parte, è lecito supporre che la domanda per il Blu-ray sia pressoché inesistente.
Le piattaforme SVOD (Subscription Video On Demand) sono ormai da un decennio le padrone incontrastate della fruizione domestica dell’intrattenimento audiovisivo. Ma allora perché non buttiamo via i nostri DVD? Perché, di tanto in tanto, compriamo ancora i CD degli artisti che più amiamo? O peggio ancora i vinili. Si tratta di un rigurgito perverso di feticismo delle merci?
Il punto è che i DVD, i CD e i libri cartacei, con tutte le scomodità che si portano dietro, sono un po’ più nostri rispetto ai contenuti sulle piattaforme. E non dipende solo dalla loro natura di oggetti fisici, che li rende paradossalmente meno deperibili di un file digitale, ma soprattutto dalla logica dell’abbonamento con cui fruiamo i secondi.
Pagando il nostro obolo mensile ai servizi di streaming, compriamo di fatto non il singolo contenuto, ma la possibilità di accedere ai cataloghi.
Se allarghiamo lo sguardo fuori dal contesto dei media, ci rendiamo conto che la subscription economy pervade ogni aspetto della nostra vita di consumatori. Software e programmi che prima si potevano comprare una tantum ora sono parte di pacchetti mensili o annuali in cui spesso ci ritroviamo a pagare per applicazioni extra di cui non abbiamo bisogno. Anche per i beni materiali prevale la medesima logica, attraverso meccanismi di leasing, rateizzazione e finanziamento che investono l’acquisto di qualsiasi bene, dalla macchina allo smartphone, dalla lavatrice al computer.
Per non parlare dell’ambito abitativo, in cui la domanda di case in affitto, soprattutto in città, è in costante aumento, così come il prezzo del canone. Ci troviamo in un panorama economico che ci incentiva sempre di più a non possedere nulla e a prendere tutto a nolo, una deriva paradossale per un sistema fondato sul mito della proprietà. Il tardo capitalismo è passato da una società di possessori di beni a una di consumatori di servizi.
Presa in assoluto, la progressiva perdita di centralità del possesso materiale potrebbe anche essere letta come sintomo positivo di un allontanamento dalle logiche consumistiche, un primo segnale di rigetto del sistema capitalista. È così almeno che la vedevano gli studiosi che, intorno al 2014-2015, hanno formulato l’idea della post-ownership, secondo cui si sarebbe appunto arrivati, grazie allo sviluppo tecnologico, a un superamento del concetto di proprietà, permettendo alla società di creare una rete di collaborazione che avrebbe ridotto lo sfruttamento e creato un sistema più sostenibile, sia a livello sociale che ambientale. Questa teoria si fondava su una visione ottimista, quasi salvifica, dell’evoluzione digitale e tecnologica. Torna subito alla mente il saggio-manifesto dell’accelerazionismo di sinistra, Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro di Nick Srnicek e Alex Williams. Con accelerazionismo si intendono tutte quelle correnti di pensiero, sia di destra che di sinistra, che rigettano un atteggiamento paranoico e ostile nei confronti dello sviluppo tecnologico, che invece abbracciano e incentivano. In particolare, l’accelerazionismo di sinistra vede la tecnologia come strumento ultimo per superare il capitalismo, e Srnicek e Williams auspicano una totale automatizzazione dei lavori in cui la componente umana diventerà superflua e una redistribuzione delle ore per quelli in cui invece la componente umana è imprescindibile; l’obiettivo ultimo è avere un reddito base universale e un’inversione della relazione lavoro-tempo libero con un deciso predominio del secondo sul primo.
Un esempio fondamentale di come l’evoluzione tecnologica stia alla base del concetto di post-ownership è rappresentato dall’Internet of Things (Internet delle cose). L’IoT è l’estensione della rete digitale nel mondo fisico, più precisamente attraverso gli oggetti. Grazie agli sviluppi tecnologici, ogni oggetto fisico può avere anche una sua identità digitale, entrando in relazione con gli altri (non pensiamo solo ai cellulari, ma a tutti gli oggetti che in qualche modo nel corso degli anni hanno cominciato ad avere una possibilità di connessione internet, Wi-Fi, GPS o Bluetooth, dai monopattini ai robottini aspirapolvere, dalle serrature ai frigoriferi – insomma tutto quello che si può definire smart). Jeremy Rifkin, in La società a costo marginale zero. L'internet delle cose, l'ascesa del «commons» collaborativo e l'eclissi del capitalismo, dimostra come l’IoT, creando una potenziale rete di connessione tra i vari oggetti fisici, tolga di fatto l’imperativo di comprare ciò di cui si ha necessità, in favore della creazione di una sharing economy, in cui uno stesso oggetto passa di mano in mano a seconda del bisogno di ciascuno. Per capire questo meccanismo, la macchina è forse il caso più utile. Poniamo di vivere in una grande città, auspicabilmente con una buona rete di servizi di trasporto: non avremo una necessità quotidiana di utilizzare un’auto, ma solo per spostare qualcosa di pesante, raggiungere luoghi più facilmente accessibili in auto, spostarci fuori dall’area urbana o essere più sicuri la sera.
Acquistare un’auto non solo comporta una notevole spesa immediata, ma anche una serie di oneri protratti nel tempo, come l’assicurazione, le revisioni e i tagliandi periodici, il bollo, la benzina, senza contare l’inconveniente legato a dove lasciarla quando non ci serve, che in una città quasi sempre implica l’affitto di un garage o l’abbonamento a un parcheggio (dato che difficilmente si troverà sempre un posteggio gratuito). È evidente dunque che sia estremamente più conveniente ricorrere a opzioni di car sharing invece che possedere un autoveicolo. Il ragionamento si può estendere più o meno a qualsiasi cosa di cui non facciamo uso quotidianamente. Oltre alla comodità e al risparmio economico, la sharing economy ha il vantaggio di essere estremamente sostenibile, dal momento che la condivisione degli oggetti ne sfrutta al massimo il potenziale e riduce al limite gli sprechi.
Guardando al nostro panorama socio-economico a distanza di un decennio da queste teorie, è inevitabile che ci appaiano alquanto ingenue. Molte delle innovazioni tecnologiche auspicate sono state raggiunte, e in parte superate, ma non si sono portate dietro i cambiamenti sociali preannunciati. L’Internet of Things è di fatto una realtà, moltissimi oggetti hanno il potenziale di entrare in contatto tra di loro, ma questa possibilità viene sfruttata per connettere le proprietà di un singolo individuo, più che per creare reti di oggetti in comune, oppure per servizi di sharing pilotati da una singola corporation. Allo stesso modo l’automazione ha tolto moltissimi lavori agli esseri umani, e con l’avvento dell’AI il numero sembra destinato ad aumentare, eppure la proporzione lavoro-tempo libero non è migliorata, e il reddito universale è lontanissimo dal diventare anche solo un tema di dibattito.
Appare chiaro che la fondamentale differenza tra l’utopia degli anni Dieci del Duemila e l’attualità è che per raggiungere un risultato virtuoso oltre all’automazione e alla digitalizzazione, elementi imprescindibili ma non sufficienti al raggiungimento della post-ownership, è necessaria anche una spinta collaborativa e una proprietà condivisa, che invece non sono presenti nella subscription economy. Il consumismo, l’individualismo e la logica della proprietà non sono venuti meno, sono solo cambiate le modalità di acquisto. L’eclissi del capitalismo auspicata da Rifkin non si è compiuta, la proprietà resiste ma parcellizzata all’infinito. L’individuo consuma ancora più dei suoi bisogni reali, alimenta il mercato e lo fa in una condizione sempre più servile e precaria.
Per Marx il capitalista era colui che deteneva i mezzi di produzione, nelle derive tardo-capitaliste non solo detiene i mezzi di produzione, ma i beni stessi e le modalità di fruizione. Questo modello è insidioso perché spinge il consumatore in una dinamica di continui pagamenti dilazionati di cui è facile perdere il conto e, di conseguenza, il controllo, ma anche e soprattutto perché lo rende dipendente dalle corporation che gli offrono un determinato servizio, su cui hanno pieno potere.
In un certo senso è davvero la fine del capitalismo per come l’abbiamo studiato sui banchi di scuola, ma cosa ha preso il suo posto? Jodi Dean lo definisce neofeudalesimo, Yanis Varoufakis preferisce il termine tecnofeudalesimo. Il concetto è lo stesso ed è molto chiaro: stiamo andando verso un sistema di vassallaggio, in cui pochi onnipotenti (prendendo in prestito la definizione di Irene Doda) controllano tutte le fasi del processo produttivo e di fruizione, e il resto della popolazione è costretto a versare una serie infinita di contributi per ogni tipo di servizio e libertà. E se si osserva da quali individui è composta questa nuova classe feudale, c’è poco da sperare in un regime illuminato.
Questa deriva non è dissimile dalla disillusione che molti hanno provato con l’evoluzione di internet, nato come una nuova frontiera in cui tutto era possibile, un Eden che ospitava anime affini spinte dal desiderio di esplorare nuove forme di comunicazione mai sperate prima, in un proliferare continuo di comunità paritarie, al cui benessere chiunque poteva contribuire, libere dai vincoli della cultura egemone. Ben presto quello stesso paradiso virtuale si è disintegrato, degenerando nel terreno di caccia delle Big Tech, affamate di dati da profilare, impacchettare e vendere al miglior offerente. Sembra che qualsiasi idea, quand'anche nata con le migliori intenzioni e all’interno di dinamiche paritarie, nel momento in cui viene intercettata dal sistema capitalista si pieghi all’imperativo della monetizzazione, finendo per essere subordinata alle logiche dell’utile e del profitto. Le stesse logiche che la sharing economy avrebbe dovuto eliminare.
Non tutto è perduto. Le tendenze sono preoccupanti, ma il mutamento non è ancora irreversibile. Il processo si basa sulla complicità e sull’ignoranza del consumatore; una sua presa di coscienza di questo andamento potrebbe smuovere le carte. Del resto, l’accesso alle informazioni, come ha fatto notare Paul Mason in Postcapitalismo. Una guida al nostro futuro, è la pietra angolare del superamento del capitalismo. Secondo Mason il web ha reso la conoscenza alla portata di tutti, gratuitamente, e questo fornisce all’utente la possibilità di armarsi contro le manipolazioni del mercato, anche grazie alla condivisione di informazioni con altri utenti. Ecco perché il rischio di disinformazione e di censura, legato al monopolio dei motori di ricerca da parte delle corporation, è sempre più preoccupante. Ma ci sono alcuni primi segnali del risveglio del consumatore, che avverte, anche indistintamente, che qualcosa non va nel sistema; ne è un esempio la subscription fatigue, il fenomeno per cui si è sempre più refrattari ai servizi di abbonamento. Il terreno è però estremamente scivoloso, perché la risposta non può essere un passo indietro, un ritorno alla centralità della merce (che per altro non se n’è mai del tutto andata, dato che spesso formule come rateizzazioni e leasing sono finalizzate al possesso di una merce, oltre che a un servizio, sebbene questo possesso sia incompleto e continuamente sostituibile) e alle logiche del capitalismo pre-digitale.
È fondamentale cercare un’alternativa che non solo si svincoli dal concetto di proprietà, ma anche dalle dinamiche di guadagno. E questo si può fare solo restituendo centralità alla comunità, ai rapporti interpersonali, alla creazione di reti di sostegno e solidarietà slegate dalle leggi del profitto.
In ogni caso è vitale rimanere vigili e continuare a interrogarci sulle nostre pratiche di consumo. E non buttiamo via le nostre collezioni di Blu-ray. Non si sa mai.
Per approfondire:
Jodi Dean, Capitalismo o neofeudalesimo?, Mimesis 2024.
Irene Doda, Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i tecnofascisti stanno plasmando il nostro futuro, Fuoriscena 2026.
Ramon Lobato, Netflix Nations. Geografia della distribuzione digitale, minimum fax 2020.
Amanda D. Lotz, Pirati, cannibali e guerre dello streaming. I media in trasformazione, Einaudi 2022.
Paul Mason, Postacapitalismo. Una guida al nostro futuro, Il Saggiatore 2016.
Jeremy Rifkin, La società a costo marginale zero. L'internet delle cose, l'ascesa del «commons» collaborativo e l'eclissi del capitalismo, Mondadori 2014.
Nick Srnicek e Alex Williams, Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro, Nero editions 2018.
Yanis Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo, La nave di Teseo 2023.

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