top of page

COOL GIRLS ARE JOURNALISTS: COME IL GLAM CAPITALISM HA IDEALIZZATO IL LAVORO

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 5 giu
  • Tempo di lettura: 9 min

Ho sempre voluto fare la giornalista. Quando ero bambina mi chiedevano cosa avrei voluto fare da grande e io dicevo che volevo scrivere. Nel corso della vita adulta l’ambizione non è cambiata, bensì si è trasformata. Dopo aver passato gli anni dell’università a fare lavori mal pagati a contatto con il pubblico ho maturato una vocazione precisa: non solo volevo fare parte di una redazione, bensì sognavo un lavoro d’ufficio. Sognavo un corporate job prestigioso, una scrivania, una penna rosa con pompon in cima; un lavoro che avrebbe comportato la stesura settimanale di grande inchieste di denuncia, l’uscire di continuo per condurre interviste avvincenti, sfruttando l’occasione per prendere un caffè al volo prima di correre a rotta di collo in redazione. Proprio qui un montaggio di trenta secondi mi avrebbe permesso di concludere il prossimo grande articolo, terminando la giornata ripassando distrattamente il mascara seduta nel sedile posteriore di un taxi prima di cenare con un Martini Dry.


L’immagine è sempre stata chiara. Uffici disseminati di pile disordinate di carta patinata, un cellulare a conchiglia stretto tra spalla e guancia, kitten heels. Non volevo solo essere una giornalista, volevo avere un lavoro d’ufficio che mi permettesse di essere tutto ciò.


Non posso biasimarmi; d’altronde, sono cresciuta con una generazione di donne il cui lavoro principale era scorrazzare per i luoghi più in voga di Manhattan. Come farsi lasciare in 10 giorni (Kate Hudson, advice columnist), Il diario di Bridget Jones (Renèe Zellweger, publishing/broadcast), 30 anni in 1 secondo (Jennifer Garner, magazine editor), Baciati dalla sfortuna (Lindsay Lohan, public relations executive), Il diavolo veste Prada (Anne Hathaway, fashion magazine assistant); I love shopping (Isla Fisher, Financial journalist) ed infine, ma soprattutto, Sex and the city (Sarah Jessica Parker, antropologa sessuale fai da te prima che freelancer columnist).


Questi film non hanno solamente costruito un immaginario generazionale, bensì hanno agito da osmosi culturale. I rom-com-jobs delle loro protagoniste si sono trasformati in una visione a tunnel su come volevo che fosse la mia vita prima di cominciare realmente a capire come funzionasse il mondo reale. In Come farsi lasciare in 10 giorni a Kate Hudson viene concesso un mese (un mese intero!) per lavorare ad un singolo articolo; in 30 anni in 1 secondo Jennifer Garner si permette un lussuoso appartamento sulla Fifth Avenue grazie al suo stipendio da giornalista; Carrie Bradshaw colleziona Manolo Blahnik e Jimmy Choo lavorando come freelancer; infine, l’inserimento goffo e improvviso di Anne Hathaway all’interno della redazione di Runway ne Il diavolo veste Prada non avrebbe mai trovato riscontro nella realtà, specialmente in un settore il cui accesso è drasticamente limitato, i tirocini sono non retribuiti e l’ingresso è determinato dalla classe sociale di appartenenza.


Le rom-com ci hanno fatto credere che non fosse importante soltanto scrivere, ma scrivere di cose divertenti, eccitanti, esprimendosi in modo creativo e, soprattutto, avendo una vita super glamour. Ciò che questi film hanno saputo fare con successo non è stato solo dirci che una vita del genere richiedesse un lavoro altrettanto cool, ma cosa ancora più importante, suggerire che il lavoro stesso potesse esserlo.


È l’esempio perfetto di glam capitalism, in cui si “glamourizza” il lavoro ponendo altri aspetti di una vita invidiabile (amici, moda, vero amore, appartamenti lussuosi) in una prossimità tale da rendere difficile stabilire se siano, in fin dei conti, separabili. Sebbene il fulcro di queste commedie risieda nel fascino intrinseco della professione, il conflitto narrativo ruota (nel 99% dei casi) attorno alla necessità della protagonista di conservare il proprio impiego, una condizione indissolubilmente legata al mantenimento della propria vita sociale.


Ecco dunque che le rom-com costituiscono un vero e proprio caso di condizionamento ipnotico: mostrando lavoro e vicissitudini romantiche in rapida successione si è portati a credere che il lavoro abbia il sapore del romanticismo. Il problema è che, nella realtà dei fatti, il lavoro corporate 9-5 è tutt’altro che glamour e tale condizionamento è ancora più ironico dal momento in cui si ci accorge di come la camera si spenga ogni qualvolta vi sia da mostrare il vero lavoro. Nelle commedie romantiche non si mostra mai il lavoro d’ufficio, bensì gli effetti collaterali di quel lavoro, i quali sono sempre estremamente soddisfacenti. Se il lavoro non viene mai mostrato viene invece presentato il glamour labor: divertenti e per nulla frustranti riunioni per la presentazione di idee geniali, l’organizzazione di eventi e feste di lancio per prodotti non specificati, la partecipazione ad eventi mondani. L’apoteosi di questo fenomeno è Sex and the City. Pur essendo tutte impegnate in carriere prestigiose – giornalista, direttrice di galleria d’arte, dirigente pubbliche relazioni, avvocata – non vediamo mai le quattro protagoniste svolgere mansioni lavorative. Talvolta capita di vedere Samantha o Charlotte al lavoro, ma solo quando si tratta di un contesto intrinsecamente alla moda. Ancora una volta, questa versione scintillante del capitalismo ci farà credere che lavorare non sia altro che un flusso continuo di eventi ed incontri fortuiti.


Non solo un lavoro corporate favoloso equivale a non lavorare affatto, ma vi sono ragioni ben precise per cui nelle rom-com la protagonista fa sempre la stessa tipologia di lavori. La scelta più gettonata è proprio la giornalista. La nostra protagonista è una donna con delle opinioni, animata da un’ambizione “tipicamente femminile” che le concede un valido motivo per sfilare a passo svelto per Manhattan. È un personaggio che, grazie ad un pizzico di fortuna - ma soprattutto grazie alla sua tenacia - si trasforma da stagista impacciata che porta i caffè in una redattrice di alto profilo presso una prestigiosa testata di moda (ovviamente è sempre una rivista di moda, di che altro si occupano le donne sennò?). Tutto ciò la rende, in primis, un personaggio leggibile, immediato, dotato di acuto spirito di osservazione, una donna sempre a un passo dalla prossima grande storia. Quando tutti questi elementi vengono amalgamati e lasciati decantare il giornalismo cessa di essere una professione concreta per trasformarsi in qualcosa di puramente simbolico, un espediente narrativo utilizzato per conferire spessore ma soprattutto atmosfera a queste pellicole.


L’estetizzazione del giornalismo ha fatto da sfondo ad alcune delle migliori commedie romantiche del nostro tempo, eppure non si è mai trattata di una scelta casuale. Rendere queste figure delle scrittrici si presta ad un tipo di lavoro narrativo molto specifico, segnalando intelligenza nonché un genere di ambizione femminile non minacciosa, che lascia sufficiente spazio di manovra affinché l’arco narrativo romantico possa dispiegarsi senza stravolgere o distanziarsi troppo dalle norme di genere. In breve, la scrittura conferisce quel tanto che basta per risultare interessante senza distogliere l’attenzione dal cuore pulsante del film, che è pur sempre la storia d’amore eteronormativa.


Vi è poi un aspetto legato al panorama culturale del giornalismo in quell’epoca, ossia un mondo in cui la carta stampata era ancora di valore. Negli anni ‘90 e nei primi ‘2000 riviste, quotidiani, e redazioni potevano trasformarsi in vere e proprie fucine culturali a sé stanti, non si era ancora approdati nell’era del giornalismo mordi e fuggi, delle notizie digitali frammentarie, dei contenuti generati dall’IA di scarsa qualità.


L’ansia collettiva per un eventuale flop del sequel de Il diavolo veste Prada, per esempio, non scaturiva solo dal fatto che ambientare un film all’interno della redazione di una rivista cartacea fosse quantomeno anacronistico, bensì nasceva a livello meta-cinematografico, dalla consapevolezza che la morte della carta stampata avrebbe comportato anche la morte di questo particolare genere narrativo. Dopo vent’anni dal primo film Andy Sachs non deve semplicemente salvare Runway, deve trovare il modo di salvare sé stessa in quanto entità mediatica, in quanto figura emblematica di un genere specifico, avatar di una realtà presunta. Se la carta stampata muore, chi può illudersi immaginando sé stesso all’interno di questo mondo?


Ci era stata promessa una vita fatta di sfilate e scrittura creativa, ciò che abbiamo ottenuto, al contrario, sono stati appartamenti minuscoli il cui affitto ci soffoca (quando possiamo permetterci di andare via di casa), lavori che non rendono abbastanza per permetterci di vivere nelle città in cui si svolgono (figuriamoci collezionare Manolo Blahnik), le amicizie (nonché le tanto preziose pubbliche relazioni) sono effimere e difficili da stringere. Siamo stanchi, desensibilizzati, dipendenti dagli schermi: cosa è accaduto a questa promessa infranta? Siamo ancora disposti a crederci?


Innanzitutto si rileva come il corporate job stia diventando sempre più una sorta di elaborata Performance Art. Per descrivere ruoli che non hanno alcun significato o senso pratico si utilizzano parole che nessuno userebbe mai nella vita reale, si tengono riunioni per organizzare altre riunioni, si creano presentazioni PowerPoint da allegare a mail che nessuno leggerà mai, il tutto generando un flusso di task che nessuno ha bisogno o impellenza di svolgere.


Molti lavoratori si sentono ormai ingranaggi inutili di un sistema inutilmente complesso che predilige ciò che nel 2018 l’antropologo statunitense David Graeber definì Bullshit Jobs. Graeber scriveva di persone che passavano le giornate a produrre documenti che nessuno leggeva, coordinare riunioni su progetti che non sarebbero mai partiti o a riempire caselle che servivano solo a dimostrare che qualcuno le stesse riempiendo, a dimostrazione di come una quantità enorme del lavoro attuale – soprattutto nei settori amministrativi e manageriali – venga vissuta come inutile da chi la compie. In questo caso sono Andrea Colamedici e Maura Gangitano a chiamare in causa una particolare tipologia di stanchezza che ben si allontana dal pragmatismo del burnout: non è la stanchezza di chi ha spalato carbone per dieci ore, è la stanchezza di chi, «mentre spala un carbone invisibile, sospetta che il carbone non esista, che la caldaia non esista, e che forse nessuno abbia davvero bisogno di riscaldarsi. La stanchezza contemporanea non nasce dal troppo lavoro, ma dal sospetto che quel lavoro non serva a niente».


La risposta a questo vuoto di significato aziendale è varia. In molti si adoperano per costruire un’economia parallela in cui i lavori aziendali vengono utilizzati come trampolino di lancio, altri scelgono di demistificare definitivamente la corporate propaganda. Ancora più interessante è osservare la risposta estetica al crollo dell’illusione. Nel 2024 l’esplosione del corpcore e della siren office ha segnato la volontà da parte della Gen-z di inseguire una versione più cool e idealizzata del lavoro d’ufficio. Basandosi su una finzione – il modello di riferimento per la siren office è, ironia della sorte, l’apparizione di Giselle Bündchen ne Il diavolo veste Prada – la visione opaca e generalizzata dei primi 2000 ha subito un’accelerazione tale da giungere alla messa in scena di una strategia precisa in cui romanticizzare la vita d’ufficio sembra la soluzione perfetta per dare un senso alle otto ore passate dietro una scrivania. Su TikTok spopolano video di corporate girls che ti portano in ufficio con loro. La tabella oraria è scandita al minuto: alle 8.30 si entra in ufficio, alle 8.33 si beve un Matcha Latte, mentre alle 8.35 si inizia con la prima riunione del giorno in una successione infinita di micro-task. Non è solo pianificazione e programmazione: è una messa in scena del sé che supera la dimensione intima personale per invadere la sfera lavorativa. Seguono dunque consigli sull’outfit, sulla pianificazione alimentare, sulla skincare, avvisi per il mantenimento della sanità mentale a discapito di una routine che non giustifica libere uscite.


In questo caso TikTok e la romanticizzazione sopperiscono al crollo dell’illusione. Per dare nuovo senso all’inutilità occorre darci una tabella di marcia, tornare a gioire delle piccole cose, creare una cornice che renda più sopportabile tutto questo. Si noti come le tabelle di marcia mostrate, ed imposte dal ritmo aziendale, siano sempre individuali. Se gli effetti collaterali del glam capitalism delle rom-com erano sociali – pranzi, brunch, happy hour con le amiche, feste private, sfilate di moda – ora sembra che la soluzione migliore sia svegliarsi alle 4.30 del mattino per avere uno “slow morning”, per avere il tempo di fare dell’esercizio fisico, leggere, ascoltare della musica, portare fuori il cane prima di essere risucchiati in un vortice dove l’individualità esiste solo in quanto assenza di condivisione umana.


Il cerchio si chiude leggendo il secondo commento sotto ad un video intitolato “How to romanticise working in the office”, accompagnato da un collage di immagini urbane generiche: “I listen to Suddenly I see every day as I walk into the office”. La canzone di sottofondo alla scena di apertura ne Il diavolo veste Prada, dove una serie di donne si preparano per il loro stupendo e strapagato lavoro in ufficio, ci accompagna all’interno di una finzione che ci ha lobotomizzate per anni.


Eccoci al capolinea. Come macchine celibi non produciamo nulla e sprechiamo energia, pur continuando a fingere. Certo i ruoli aziendali non svaniranno, né lo faranno in maniera drammatica. Perderanno di valore lentamente, attraverso un affievolirsi della fede anziché il bruciare delle chiese. Le strutture rimarranno, gli uffici brilleranno ancora più confortevoli che mai, così come continueranno le riunione e il flusso infinito di mail. Ma la fede che queste attività abbiano un significato, che contribuiscano a qualcosa di valido, che giustifichino ore di vita consumate, quella fede sta svanendo. Non è ancora chiaro cosa la sostituirà, ma sappiamo che fingiamo di credere in qualcosa che sappiamo essere vuoto. Allora cerchiamo una finzione, un modo per rendere tutto più sopportabile. Possiamo provare ad accettare che la vita che ci era stata promessa non è mai esistita, ma è molto più facile scegliere la playlist giusta e portare una biro con pompon sempre con noi.


 
 
 

Post recenti

Mostra tutti
«Non spegnerete il sole». Genova 25 anni dopo

Genova, sono le 17:27 del 20 luglio 2001. L'aria è piena di fumo e lacrimogeni. Si sentono le grida, gli slogan, le sirene, il rumore delle manganellate. Decine di poliziotti in assetto antisommossa s

 
 
 

Commenti


bottom of page