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Cina e gastrodiplomacy: quando il cibo è un’arma gentile

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 2 mar
  • Tempo di lettura: 4 min

Il soft power culinario: cos’è e come si manifesta


La metamorfosi del made in China ha il suo fascino nel passaggio in cui, dalla produzione meccanica e ripetitiva di oggetti destinati al mercato occidentale, si è approdati alla realizzazione di oggetti di consumo propri e per il mercato globale. La Cina ha così potuto competere in settori come quello degli smartphone (Huawei, Xiaomi…), delle auto elettriche (BYD, MG…), dei videogiochi (Genshin Impact, Black myth Wukong…) e dell’IA (DeepSeek). Un approccio aggressivo nei confronti della concorrenza, soppesato però dall’ideazione di strategie di soft power in settori come quello culinario, volto a donare a quegli stessi stati concorrenti un’immagine di sé più conciliante.


Il termine corretto per parlare di propaganda attraverso il cibo è quello di gastrodiplomacy: coniato per la prima volta nel 2012 in un articolo dal titolo Recipes for gastrodiplomacy da Paul Rockower, il termine può essere definito come quell’insieme di tecniche comunicative in ambito culinario che un paese attua per migliorare la propria immagine nel mondo. Scopo primario è quello di influenzare l’opinione pubblica estera tramite un rapporto tra popoli P2P, scavalcando la fase di confronto e dialogo tra leader e rappresentanti politici.


Il cibo, strumento non minaccioso e perfetto per stabilire una iniziale e amichevole interazione tra sconosciuti, ha trovato ottimo riscontro come elemento cardine nel primo impatto con una nuova cultura; i piatti tipici di un paese consentono un primo approccio immediato con la sua popolazione e un successivo giudizio positivo o negativo a seconda della gustosità.


Video buffi e deliziosi: la propaganda social della cucina cinese


Chiara Galvani, autrice dell’articolo Il cibo come strumento di soft power: la gastrodiplomacy in Asia, riporta i paesi cintura nera nel soft power culinario: Giappone, Thailandia e Corea del Sud. Il caso della Cina, tuttavia, andrebbe analizzato a parte, coadiuvato dal migliore alleato del paese del dragone: Internet e i social media.


Ha ultimamente fatto parlare di sé Ryan Chen, content creator conosciuto come “il Trump cinese”, i cui video sono spesso ambientati nella città di Chongqing e sui suoi succulenti noodles, «the best in the world». Ryan è solito condurre gli spettatori in veri e propri tour gastronomici assieme ad altri creator, tra ramen e street food di ogni tipo.


Ma se qualcuno preferisse un approccio meno frenetico, con un taglio più documentaristico e zen, su youtube il canale di Dianxi Xiaoge – che conta circa 12 milioni e mezzo di iscritti – potrebbe essere il giusto compromesso: uno spaccato della vita rurale cinese, dove le pietanze vengono preparate su bracieri da campo in paesaggi incontaminati che rimandano alla vecchia Cina dei Qing. Elementi che si ritrovano anche sul profilo di Li Ziqi, food blogger da 14 milioni di iscritti, premiata dalla televisione di stato per il suo egregio lavoro nel promuovere la cultura cinese grazie alle sue ricette e al suo stile narrativo fortemente patriottico. Infine, riguardo al contatto diretto tra cucina cinese e pubblico estero, non si può non citare Yuqi in Finland, dove la giovane expat asiatica prepara pietanze tipiche del suo paese ad amici e parenti scandinavi, riprendendo ogni fase delle pietanze: dalla cottura all’assaggio, fino alle reazioni finali.


La cornice nella quale si muovono questi food influencer appare giocosa e rilassante allo stesso momento, con l’esaltazione di sapori e odori incontaminati e nutrienti. Un’immagine che fa a botte ed esce vittoriosa contro lo stereotipo del cibo occientale industriale e ultra-processato, povero di radici culturali e al limite del commestibile, ma che preoccupa la stessa società asiatica per la sua egemonia culturale. Un timore giustificato da alcuni dati sulla situazione sanitaria cinese, così come da un algoritmo che sembrerebbe rivoltarsi contro la stessa gastrodiplomacy.



Resistere all’occidentalizzazione alimentare: una nuova sfida per il dragone


Bilibili è una piattaforma web cinese di video-sharing simile a Youtube. Su essa ha preso piede l’ascesa di Li Ziqi prima di essere conosciuta nel mondo, così come altri creator incentrati sulla cucina cinese. Come ogni piattaforma social che si rispetti, anche Bilibili è governata da un algoritmo che promuove alcuni video a discapito di altri. In questo caso, vengono privilegiati video non inerenti la cucina tradizionale del luogo, ma una sua versione “occidentalizzata”, i cui protagonisti sono hotpot e snack ormai popolarissimi anche nei supermercati europei e americani; nulla quindi di radicalmente autentico, ma la copia di quello che, in maniera più sbiadita, si può reperire nelle chinatown delle grandi metropoli come Milano o San Francisco.


Seppur peccando di autenticità, questi video restituiscono comunque uno spaccato della società cinese, ma con l’enorme rischio che ciò che viene promulgato divenga, anche in madrepatria, l’abitudine: l’immagine della Cina, confezionata per l’estero, rischia di travolgere lo stesso paese, i cui risvolti verso la salute delle persone hanno iniziato a presentare il conto.


Il dato che stupisce maggiormente è quello che vede la Cina al primo posto per numero di malati di diabete: 148 milioni, seguita da India (90 milioni) e Stati Uniti (39 milioni). Nonostante la differenza di popolazione sia evidente, stupisce il dato, considerando che oggi la popolazione residente nelle aree rurali è ancora alta (30%) e che la filosofia taoista del luogo preveda cura, disciplina e attenzione nell’alimentazione.


Proprio l’espandersi in queste province rurali del boom economico dato dalle riforme di Deng Xiaoping, dalla globalizzazione e da una crescente frenesia consumistica nei cittadini hanno cambiato le abitudini alimentari della popolazione. Dalla qualità si è arrivati a prediligere la quantità, dalla tradizione si è approdati all’importazione di nuovi costumi alimentari esteri, carichi di zuccheri e alfieri di multinazionali e fast food. Ultima, ma non per importanza, la tendenza a uno stile di vita sempre più sedentario, dove l’automobile ha sostituto la bicicletta – in passato mezzo di trasporto imprescindibile per i cinesi – in cui il lavoro d’ufficio si è rivelato un ulteriore fattore di accelerazione per condizioni come obesità e malattie croniche date dall’inattività fisica.


Chi di soft power ferisce, di soft power perisce: la vera sfida della Cina in futuro sarà quella di recuperare le tradizioni che sullo smartphone sono presenti, ma che nella vita reale fanno fatica a concretizzarsi. Difficile, ma necessario per lasciarsi alle spalle la pigrizia d’importazione e altre storture della realtà capitalistica alimentare.



 
 
 

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