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Chiamare dentro chi non vuole entrare: Loretta Ross invita la sinistra a privilegiare il dialogo sulla punizione. Ma il dialogo non basta quando il potere è distribuito in modo diseguale.

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 5 lug
  • Tempo di lettura: 6 min

Nel 1979 Loretta Ross ha già perso una borsa di studio a Radcliffe per essersi tenuta un figlio nato da uno stupro, è una sopravvissuta a una violenza sessuale, ed è la terza direttrice del D.C. Rape Crisis Center di Washington. Le arriva una lettera da un carcere: un uomo condannato per stupro scrive che vuole imparare a non esserlo più. La prima cosa che sente è rabbia, quella sacrosanta di chi ha vissuto sulla pelle quello che lui rappresenta. La seconda cosa che fa è andare in carcere a parlargli, non una volta, per anni: workshop, conversazioni, princìpi femministi e di comunicazione non violenta portati dentro le mura a uomini che fuori avrebbe avuto ogni motivo di non voler più vedere. Per scelta deliberata di non usare lo strumento più ovvio che aveva a disposizione.


Quella scelta, mezzo secolo dopo, è diventata un metodo con un nome, una cattedra a Smith College e un libro, Calling In: How to Start Making Change with Those You'd Rather Cancel (Simon & Schuster, 2025) – memoir, manifesto e manuale insieme, che a un certo punto smette di essere un libro sul metodo e comincia a essere la prova vivente che il metodo, applicato a se stessa, funziona: MacArthur Fellowship nel 2022, National Women's Hall of Fame nel 2024, una società di consulenza che oggi vende workshop di "calling in" alle aziende. Nel mezzo, cinque decenni di attivismo che si leggono come la cronologia di un movimento intero: nel 1994 Ross è una delle dodici donne nere che disegnano per la prima volta il framework della reproductive justice, allargando il diritto riproduttivo oltre il binario pro-choice/pro-life fino a includere il diritto di crescere i figli in un ambiente sicuro; dieci anni dopo co-dirige la March for Women's Lives del 2004, ancora oggi la più grande manifestazione nella storia americana prima della Women's March del 2017, con un milione e centocinquantamila persone a Washington.


L'argomento di fondo del libro, è scomodo per chiunque abbia mai goduto di smascherare qualcuno online: il call-out non cambia quasi mai le cose. Una frase isolata dal contesto diventa un'etichetta, l'etichetta diventa un processo sommario condotto da sconosciuti che nella vita reale non si parlerebbero mai, e quella che comincia come critica a una persona finisce come un linciaggio a distanza di sicurezza: punitivo per chi lo subisce, gratificante per chi lo conduce, irrilevante per il problema che dichiarava di voler risolvere. Per organizzare le alternative propone il "Continuum delle 5 C": chiamare a rendere conto in privato (call on — un capo che chiede a un collega di fare meglio, senza testimoni), smascherare in pubblico (call out — lo stesso capo, ma su Slack, con tutto il team in copia), cancellare del tutto (cancel), chiudere la conversazione perché non ne vale la pena (call off), oppure chiamare dentro, invitare in una conversazione invece che in uno scontro, partendo da valori condivisi invece che dal desiderio di punire. Non condanna le altre quattro: dice solo che oggi si scelgono quasi sempre le più rumorose, perché sono quelle che rendono in visibilità, non quelle che rendono in cambiamento. Chiamare fuori costa pochissimo e produce moltissima reputazione. Chiamare dentro costa tempo, pazienza, il rischio di passare per complici e produce, nella migliore delle ipotesi, un cambiamento lento e invisibile a chi guarda da fuori.

Il libro non si ferma alla teoria, e non tutti gli esempi che porta coinvolgono qualcuno già pronto a cambiare prima che Ross bussasse. Quando confida a Eleanor Smeal, allora presidente della National Organization for Women, la propria angoscia per la sterilizzazione coercitiva che lei stessa aveva subito, non trova un'alleata già allineata: Smeal non ha motivo di capire subito il problema, e infatti all'inizio non lo capisce. Lo capisce dopo, quando, chiamata dentro invece che messa all'angolo, risponde raccontando la propria storia di sterilizzazione negata, e da lì la collaborazione tra le due si rafforza invece di rompersi. È un caso minore, interno al movimento, senza la drammaticità del carcere, ma proprio per questo è il test più onesto del metodo: qui il calling in non recupera un nemico già pentito, ma convince un'alleata che doveva ancora essere convinta. Curiosamente, l'altro grande esempio della sua biografia, la "deprogrammazione" di Floyd Cochran, ex portavoce dell'Aryan Nations, che la contatta dopo che un leader del movimento aveva suggerito di lasciare morire suo figlio nato con una malformazione, replica invece esattamente la struttura del carcere: è Cochran a cercare Ross, già in crisi, già pronto a uscire. Anche qui la disponibilità precede l'incontro. Il libro, insomma, contiene già da solo la prova e la controprova di quello che chi lo criticherà sosterrà.


Fin qui, il libro funziona — è la parte che si presta bene alle citazioni sui social, ed è anche, non a caso, la parte che i giornali preferiscono. Il problema comincia quando si chiede a chi, esattamente, questo metodo sia utile, ed è qui che la critica più seria a Ross – che arriva da dentro la sua stessa parte politica, non da fuori – comincia a complicare, più che smontare, l'argomento del libro.


Meredith Clark, su Signs: Journal of Women in Culture and Society, ammette un dissenso di lunga data con l'argomento di Ross – con la tesi – perché quella tesi, nella sua circolazione pubblica, è stata usata da Barack Obama per chiedere ai manifestanti di Black Lives Matter di moderare i toni. Ma il colpo più preciso di Clark è notare che l'aneddoto fondativo del libro, quello della lettera dal carcere, dimostra l'esatto contrario di quello che vorrebbe dimostrare. Gli uomini che Ross va a incontrare in prigione non vengono cambiati dalla conversazione, hanno già deciso, prima di scriverle, di voler cambiare. Lo spostamento di potere precede l'invito a essere chiamati dentro, non lo segue.


Questo non rende il calling in inutile, lo rende condizionato, come molte pratiche educative, terapeutiche e politiche, che funzionano solo dopo che qualcuno ha già deciso di ascoltare. Il merito di Clark non è dimostrare che il metodo non funziona, ma spostare la domanda da "funziona?" a "chi produce quella disponibilità iniziale, e chi se la può permettere?"  perché è qui che il problema torna a essere politico anche quando il metodo, in laboratorio, tiene: per chi non ha potere, per chi non può permettersi di aspettare che la controparte arrivi da sola a quella disponibilità, il call-out resta spesso l'unico strumento concreto rimasto per ottenere conto da chi può ignorarlo gratis.


Ross risponde a Clark nello stesso forum  e la risposta è la parte più interessante del libro che il libro stesso non contiene. Racconta di aver scritto una prima versione di Calling In come lettera d'amore al movimento per i diritti umani e insieme atto d'accusa contro i fascisti che hanno preso in ostaggio il Partito Repubblicano, metà rivolta alla sinistra, metà alla destra. L'editore le ha chiesto di scegliere un pubblico. Ha scelto la sinistra: la metà sulla destra, scrive, è rimasta fuori dal libro, accantonata per un'altra occasione di scrivere sul movimento fascista. Ammette di rimpiangere i tempi editoriali, avrebbe voluto che il libro uscisse anni prima, in tempo per pesare sulle elezioni del 2024 invece che commentarle a cose fatte, ma non cede sull'argomento di fondo: il call-out, scrive, è uno strumento che la sinistra dovrebbe usare per ultimo, non per primo, perché chiude la porta al dialogo invece di tenerla aperta. Sul rischio di cooptazione da parte di centristi e liberali – l'argomento di Clark su Obama – è quasi indifferente: la destra, dice, ci accusa già di purismo grammaticale e ideologico, e spesso ha ragione.


Resta, alla fine, una domanda che il libro lascia più aperta di quanto la sua copertina lasci credere: chiamare dentro presuppone che dall'altra parte ci sia qualcuno disposto a entrare, e gli uomini in carcere, quelli del primo capitolo, erano già pronti prima che Ross bussasse. Quando questa disponibilità non c'è, quando il potere resta saldamente da una parte, e la richiesta di pazienza arriva sempre dalla stessa direzione, la differenza tra le due strategie è, di nuovo, solo una questione di chi può permettersi quale linguaggio. C'è un'ironia che il libro non nomina: il calling in, nella misura in cui funziona, funziona perché richiede tempo, e presenza, tutto quello che il mercato del lavoro premia come "soft skill" e vende come formazione. Una pratica nata per tenere insieme un movimento politico frammentato è diventata un servizio che le aziende acquistano per gestire i conflitti interni senza cambiarli. Inclusa Ross, che quel linguaggio, oggi, lo vende.


 
 
 

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