Che la Forza (del mercato) sia con te
- tentativo2ls
- 10 nov 2025
- Tempo di lettura: 4 min
C’era una volta un film che voleva scardinare il sistema. Star Wars, nel 1977, nasceva come un progetto artigianale, un racconto di ribellione girato fuori dagli schemi di Hollywood. Oggi quella stessa galassia è una delle proprietà più redditizie dell’intrattenimento globale, la saga che parlava di libertà e resistenza è diventata volto del capitalismo culturale: ogni emozione, personaggio o memoria è un asset economico.
George Lucas, che negli anni Settanta rifiutò la supervisione degli studios per proteggere la propria libertà creativa, finì per fondare un impero. La sua decisione di mantenere i diritti sul merchandising trasformò Star Wars in un laboratorio del futuro: il film non era più il fine, ma l’inizio di una catena di valore. L’economia della saga anticipò quella che oggi chiamiamo intellectual property economy, in cui la storia diventa un motore di redditività costante. Ogni spada laser venduta, ogni action figure, ogni parco a tema o serie spin-off è parte di un flusso commerciale continuo. Come nota un’analisi su Inomics, Star Wars ha mostrato come l’universo narrativo possa essere gestito come un portafoglio di investimenti: un’economia della fantasia.
Ma c’è anche un gesto fondativo che spiega la sua forza mitica: Star Wars iniziò dal “capitolo IV”. Lucas voleva dare allo spettatore la sensazione di entrare in un racconto già in corso, di assistere a un frammento di epopea più grande di lui. Quell’idea quasi biblica rendeva la storia più profonda e misteriosa, ma anche potenzialmente infinita. È la prima forma di “universo espanso”: una struttura aperta, pronta a essere riempita da sequel, prequel, spin-off, manuali e prodotti. In un certo senso, l’“Episodio IV” fu anche un’intuizione economica: un mondo narrativo progettato per non finire mai.
A ispirare la costruzione narrativa fu Il viaggio dell’eroe di Joseph Campbell, manuale di mitologia comparata che Lucas lesse ossessivamente. L’arco di Luke Skywalker segue passo per passo il modello dell’eroe universale: la chiamata all’avventura, il mentore, la discesa nell’abisso, la prova finale e il ritorno trasformato. Lucas voleva creare un mito moderno per una società postmoderna, un racconto che parlasse alle stesse emozioni arcaiche delle epopee antiche ma con l’estetica di un fumetto spaziale. È proprio questo equilibrio tra archetipico e popolare a rendere Star Wars così universale.
Ha senso l’hype per la saga? Nel 1977 nessuno aveva mai visto nulla del genere. L’impatto visivo fu sconvolgente: una stazione spaziale grande come una luna, un cavaliere oscuro mascherato, creature del deserto con occhi luminosi, una cantina popolata da alieni bizzarri, spade fatte di luce. Star Wars esplodeva sullo schermo con un’immaginazione che travalicava i confini della fantascienza. Lucas attingeva a mille fonti, come Dune, ma la sintesi era nuova, vitale, irresistibile. L’originalità visiva e il tono accessibile resero quel mondo familiare a chiunque: non il dramma esistenziale di Blade Runner o l’enigma di 2001: Odissea nello spazio, ma un’avventura universale, capace di parlare a tutti. La sua forza stava nella costruzione del mondo, nella sensazione che ogni angolo della galassia avesse una storia, e che il film ne mostrasse solo una piccola parte. È da quella vastità inesplorata che nasce il desiderio di immaginare, creare, partecipare: la vera origine della devozione dei fan, e il meritatissimo hype.
Quasi ogni scena della trilogia originale è un omaggio ai maestri del cinema, Kurosawa, Mifune, Eisenstein, Leone, Ford, Hawks, Lean, racchiusi in un cavallo di Troia di fantascienza popolare. Star Wars nasceva dal cinema, dal suo linguaggio e dalla sua memoria. Ed è forse per questo che tanto del resto del franchise appare sterile: la saga ha smesso di guardare al cinema per ispirarsi, compiacendosi invece della propria influenza.
Con l’acquisizione da parte di Disney nel 2012, questa trasformazione è diventata sistema. L’universo di Lucas è stato integrato in una macchina industriale che misura il successo in termini di engagement e longevità del brand. Ma invece di proseguire il racconto in avanti, Disney ha scelto di espandere Star Wars in orizzontale: moltiplicare le storie, gli spin-off, le linee temporali, le piattaforme. È un movimento centrifugo più che evolutivo, che tende a saturare ogni spazio dell’immaginario pur senza far avanzare davvero la narrazione. Ogni nuovo prodotto serve a mantenere il ciclo economico: produrre, vendere, fidelizzare. L’Impero, oggi, non è più un antagonista simbolico: è la struttura produttiva che tiene in vita la saga. In questa logica, il fandom non è più pubblico ma forza lavoro simbolica: crea contenuti, diffonde meme, mantiene il marchio in vita.
Star Wars è anche la dimostrazione di quanto il nostro immaginario collettivo abbia bisogno di miti condivisi: l’universo creato da Lucas ha offerto per decenni una mitologia riconoscibile, una lingua comune fatta di archetipi, eroi, cadute e redenzioni. La Forza come energia morale e spirituale, il Lato Oscuro come metafora della corruzione del potere: categorie semplici ma elastiche, capaci di adattarsi a qualsiasi epoca. È forse per questo che Star Wars sopravvive, anche dopo essere diventato un prodotto industriale. Perché continua a offrire un racconto collettivo, un rifugio simbolico.
Resta, però, qualcosa di irriducibile: la capacità di farci sognare. Star Wars è il mito fondativo del nostro immaginario moderno, il punto in cui il cinema ha generato un universo e il mercato lo ha trasformato in infrastruttura culturale.
Fonti
Essays, Not Rants! Thoughts and such by Joshua Tong. Star Wars as an Anti-Capitalist Discourse
makingstarwars, STAR WARS & NEOLIBERALISM: LUCASFILM'S CRITIQUE OF FREE MARKET CAPITALISM
Reddit: Perché Star Wars è così importante nel mondo del cinema? : r/TrueFilm

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