C'è bisogno di una nuova Onda: Se il cinema oggi è morto l’unico modo di salvarlo è con un maremoto.
- tentativo2ls
- 27 mar
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«La fotografia è verità, il cinema è verità ventiquattro volte al secondo». J.L. Godard L’uscita nelle sale del nuovo film di Richard Linklater ha riacceso in Italia i riflettori sulla storia di uno dei più importanti e rivoluzionari fenomeni cinematografici del XX secolo. Nouvelle Vague non è solo un “film feticcio”, volto a soddisfare i gusti di una ristretta e nostalgica cerchia di cinefili, ma un’opera in grado di trasportarci appieno nelle atmosfere della Parigi del 1960, alimentando una nuova riflessione non solo sulla natura stessa del mezzo cinematografico, ma anche sulla necessità di rivoluzionare in toto, ancora una volta, il mondo della produzione culturale contemporanea.
Studio del mezzo, crisi del cinema, necessità di un ricambio generazionale e sviluppo massiccio di nuove tecnologie (sempre più abbordabili) sono gli ingredienti alla base di quel desiderio di sperimentazione su cui si costruisce il fenomeno della Nouvelle Vague. Il movimento si fonda su due anime principali, identificate dalle opposte rive della Senna in cui trovano la propria origine.
Su una sponda François Truffaut, Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, Éric Rohmer e Jacques Rivette compiono il grande salto dalla critica cinematografica sulle pagine dei Cahiers du cinema alla regia. Partendo dalla base teorica acquisita nella stesura di migliaia di articoli e recensioni, questi tentano di rompere gli schemi cinematografici vigenti e creare un cinema nuovo. Sull’altra sponda, la Rive gauche, cineasti come Agnés Varda, Alain Resnais, Jean-Pierre Melville, Jean Rouch, Jacques Demy, Roger Vadim, Louis Malle e Chris Marker, spesso caratterizzati da un impegno politico di stampo marxista più spiccato rispetto al mondo “anarco-borghese” in cui si muovevano i colleghi dall’altro lato della Senna (primo Godard compreso), propongono cortometraggi, film e documentari che rivoluzionano temi e tabù del cinema francese classico.
Le Beau Serge di Chabrol, I Quattrocento colpi di Truffaut, Hiroshima mon amour di Resnais, Cleo dalle 5 alle 7 di Varda e Fino all’ultimo respiro di Godard (sulla cui incredibile storia produttiva si basa il film-omaggio di Linklater) non sono solo delle pellicole rivoluzionarie, ma il manifesto di una nuova idea di cinema. Basta teatri di posa, grandi studi hollywoodiani, sceneggiature epiche e fotografie perfette. Basta film che non riescono a cogliere le sfumature del quotidiano e i grandi temi sociali della contemporaneità. Con un approccio squisitamente neorealista, garantito dall’introduzione sul mercato di nuove e più economiche cineprese a 16mm, oltre a microfoni e luci più maneggevoli, la Nouvelle Vague porta il cinema di genere nelle strade.
Non solo si gira all’aperto, sfruttando il più possibile luci naturali e camera a mano per trasportare lo spettatore nelle vie di quella Parigi frenetica di fine anni ’50, ma finalmente i film iniziano a mettere in scena le grandi questioni umane e sociali del proprio tempo. Guerra d’Algeria, politica, scontri generazionali, questioni di genere, amori difficili, crisi identitarie, rottura delle convenzioni sociali. Dal punto di vista tecnico è esemplare proprio lo stravolgimento totale del linguaggio proposto nel 1960 da Godard in Fino all’ultimo respiro. Da un lato una scrittura e una produzione che rompono qualsiasi canone dell’industria cinematografica tradizionale, sia com’era intesa sino a quel momento, sia come è tornata ad essere oggi, con il ritorno dell’egemonia culturale hollywoodiana.
Dall’altro una reinvenzione totale della tecnica cinematografica attraverso sguardi in macchina, rotture della quarta parete, jump cut frenetici alternati a lunghi piani sequenza e un uso mai visto della fotografia. Il cinema si libera delle sue regole, da sempre rigidamente codificate, per sperimentare. Una rivoluzione del linguaggio che vuole portare in sala film in cui si racconta, in modo nuovo, la realtà. Ed è qui che lo spirito della Nouvelle Vague incontra la crisi del cinema contemporaneo. “Vogliono un’onda e avranno un maremoto” «La Nouvelle Vague non è né un movimento, né una scuola, né un gruppo.
È un concetto di qualità». F. Truffaut In un’epoca in cui il declino della sala cinematografica si fa sempre più evidente, con un pubblico apparentemente disinnamorato dal modello cinematografico imperante, i parallelismi tra la crisi del “cinema classico” alla fine degli anni ’50 e l’attuale crollo del sistema hollywoodiano appaiono evidenti. Sia chiaro, in entrambi i casi stiamo parlando di un “dissanguamento” lento, poco notato dal grande pubblico più disinformato, che, anzi, vede arrivare in sala enormi kolossal e blockbuster che sembrano sinonimo di un’industria florida e nel pieno della sua età dell’oro (e che poi sistematicamente incassano molto meno di quanto auspicato). Che sia il mastodontico fallimento di Cleopatra del 1963 o il flop del 2025 del live action Disney di Biancaneve (poco più di 205 milioni di dollari incassati a fronte di un budget di circa 350 milioni) poco cambia.
Gli spettatori si sono egualmente stancati di vedersi riproposta, seppur in cornici pompose ed esteticamente impeccabili, la solita minestra riscaldata. Soprattutto si sono stancati di sorbirsi in sala film di autori che non sembrano più in grado di cogliere la realtà sociale e politica nella quale quotidianamente ci troviamo immersi. Nonostante le rivoluzioni tecnologiche continue, che rendono potenzialmente tutti in grado, anche solo con il proprio cellulare, di girare un film, la Settima arte non si è democratizzata, ma è anzi andata incontro ad una nuova e più elitaria professionalizzazione.
A cavallo tra gli anni ’50 e ’60 il cinema francese seppe travolgere il cinema morente con quell’onda culturale nuova che, paradossalmente, non gli diede il colpo di grazia, ma gli permise di risorgere, reinventando il linguaggio cinematografico contemporaneo e ponendo le basi per la rinascita del cinema americano della New Hollywood. Oggi, guardando il film di Linklater con una strana sensazione di anemoia, non può non nascere in tutti i cinefili il desiderio di vedere tornare quello straordinario connubio tra sperimentazione, libertà creativa e tematiche concrete su cui si è costruita la rivoluzione della Nouvelle Vague. Parafrasando una battuta del film. Forse, se il cinema oggi è morto, come in molti dicono, l’unico modo di salvarlo è con un maremoto.
Bibliografia
G. Carluccio, L. Malavasi, F. Villa, Il cinema. Percorsi storici e questioni teoriche, Carrocci
editore, Roma, 2015.
R. Prédal, Cinema: cent’anni di storia, nuova edizione aggiornata, Milano, Baldini & Castoldi,
2014.
F. Truffaut, Il cinema secondo me, Il saggiatore, Milano, 2025.
Filmografia
Le beau Serge, regia di C. Chabrol, Francia, 1958.
Fino all’ultimo respiro (À bout de souffle), regia di J.L. Godard, Francia 1960.
Nouvelle Vague, regia di R. Linklater, Francia, 2025.
La jetée, regia di C. Marker, Francia, 1962.
Hiroshima mon amour, regia di A. Resnais, Francia-Giappone, 1959.
Parigi ci appartiene (Paris nous appartient), regia di J. Rivette, Francia, 1961.
Il segno del leone (Le signe du lion), regia di E. Rohmer, Francia, 1959.
I quattrocento colpi (Les quatre-cents coups), regia di F. Truffaut, Francia, 1959.
Cleo dalle 5 alle 7 (Cléo de 5 à 7), regia di A. Varda, 1962.

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