Back to the 90s Capitolo I
- tentativo2ls
- 22 ago 2025
- Tempo di lettura: 5 min
“Quanto mi mancano gli anni Novanta!”. Un comunissimo e diffusissimo inno alla nostalgia che molti di noi avranno sentito migliaia di volte. “Ma ti ricordi che film che uscivano? Ma la musica, ne vogliamo parlare? E la Tv dei ragazzi? E il 3310?”. Un sentimento nostalgico del tutto normale, se non lo si trovasse spesso in bocca a persone (sottoscritto compreso) che di quegli anni Novanta hanno vissuti solo i titoli di coda, nascendo alla fine del secolo.
Un effetto nostalgia che si riflette in realtà anche sulla politica, quando a fronte della crisi odierna eleviamo a statisti o fenomeno pop la quasi totalità del mondo politico e imprenditoriale di quegli anni. Si veda specialmente cosa è successo in Italia dopo la morte di Silvio Berlusconi.
Ma perché ci mancano così tanto gli anni Novanta? Certo, se confrontati con un secolo “terribile” come il Novecento, fatto di guerre civili e mondiali, dittature sanguinarie e decenni di precario equilibrio del terrore sull’orlo dell’olocausto nucleare, il decennio compreso tra il 1990 e il 2000 sembra, tutto sommato, abbastanza tranquillo.
Dopo il crollo del muro di Berlino il mondo si assesta su un nuovo ordine mondiale, in realtà già entrato in crisi nei primi anni Duemila, fondato sulla globalizzazione, la fine del bipolarismo internazionale Usa-Urss e l’apparentemente definitiva vittoria del capitalismo neoliberista, con il crollo dei Paesi del socialismo reale. La famosa “fine della storia” di Francis Fukuyama.
Il 1989 segna la fine della Guerra fredda, gli attentati alle torri gemelle del 2001 l’inizio di un’era di crisi internazionale nella quale, volenti o nolenti, siamo immersi ancora oggi. E in mezzo? Beh, in mezzo ci sono gli anni Novanta.
Eppure, bisogna essere oggettivi, a ben vedere non si è trattato certo di un decennio felice. Gli anni Novanta furono un periodo fatto (anche) di ansie e paure per la confusione del nuovo sistema internazionale. In Italia sono gli anni di Mani Pulite, di Berlusconi e della fine della Prima Repubblica dalle cui ceneri, invece che nascerne una Seconda, se ne origina una versione 2.0. Si moltiplicano le guerre (solo per citarne alcune quella nel Golfo del 1991, in Jugoslavia tra 1992 e 1995 e poi nel 1999, In Somalia dal 1991, in Cecenia nel 1994, a cui si aggiungono genocidi terribili come quello perpetrato in Ruanda nel 1994).
Sono anni di grande crescita per la criminalità organizzata non solo in Italia, con gli attentati mafiosi del 1992, ma anche a livello internazionale. Si pensi ad un caso mediatico enorme, divenuto ormai pop dopo l’uscita della serie “Narcos”, come quello di Pablo Escobar in Colombia.
La sconfitta temporanea (o definitiva, a seconda dei punti di vista) del movimento operaio apre la strada ad una nuova primavera di nazionalismi, indipendentismi ed etnicismi che fiorirà soprattutto in Europa dell’Est (con conseguenze catastrofiche), ma troverà adepti anche in Italia, con la crescita elettorale della Lega Nord, ai tempi molto diversa da quella attuale, e nella quale, in certi ambienti, non si escludeva la possibilità di una lotta armata contro lo stato (si veda l’assalto del Tanko in Piazza San Marco a Venezia del 1997).
Anche i tentativi di pacificazione, più o meno ben voluta dalle parti coinvolte, si rivelarono per molti aspetti “monchi”, come in Irlanda del Nord, con gli accordi del Venerdì Santo del 1998 che posero fine alla lotta armata dell’Ira in vista di una riunificazione dell’isola, poi non avvenuta, e quelli di Olso del 1993, che chiusero la fase della prima Intifada in Palestina, ma che con l’omicidio del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin a Tel Aviv nel 1995, per mano di un nazionalista ed estremista della destra israeliana, vicino a Likud, porrà le basi per una nuova Intifada nel 2000.
Sono però anni di sperimentazione anche dal lato opposto della barricata, con i tentativi di rinascita di una sinistra sconfitta e confusa. Mentre nel vecchio continente si procede a passi rapidi nel corso del decennio alla fondazione dell’Unione Europea e la creazione della moneta unica, il ritorno dei democratici alla Casa Bianca con Bill Clinton nel 1993 genererà l’ondata di una “socialdemocrazia” neoliberista in grado di dominare, sul finire del secolo, le principali presidenze e cancellerie europee. Da Tony Blair nel Regno Unito a Massimo D’Alema in Italia, da Gerhard Schröder in Germania a Wim Kok nei Paesi Bassi, Kōstas Sīmitīs in Grecia e António Guterres in Portogallo (anche in Francia, sebbene l’era socialista si fosse chiusa nel 1995 con il passaggio della presidenza da François Mitterrand a Jacques Chirac, il nuovo presidente fu costretto dal 1997 ad una coabitazione con il primo ministro del Ps Lionel Jospin).
D’altro canto, quelli che sino al 1991 erano stati i partiti comunisti al potere in moltissimi Paesi si trovano, dopo la caduta dell’Urss, a dover fare i conti con un mondo diverso, nel quale appaiono come dei dinosauri.
Alcuni riusciranno a cambiare pelle mantenendosi al potere, altri crolleranno definitivamente sotto il peso dei tempi. Altri ancora, come i partiti comunisti in Cina, Vietnam, Cuba, Laos e Corea del Nord riusciranno a mantenersi saldi al comando, non senza mutamenti genetici profondi.
Cambiare per salvarsi, questo è il motto della sinistra radicale negli anni Novanta. Lo sa bene il Pci, la cui scissione porterà la sinistra italiana a sperimentare entrambe le strade “teorizzate” negli anni Novanta. Da un lato il Partito Democratico della Sinistra punta ad una socialdemocratizzazione ed un ritorno alle origini del socialismo riformista (in questi anni però confuso con il neoliberismo), dall’altro il Partito della Rifondazione Comunista tenterà la strada del movimentismo e della nascita di quella sinistra radicale che in buona parte vediamo ancora oggi.
A fungere da laboratorio politico straordinario in questa fase storica è senza dubbio l’America Latina, dove la rivolta in Messico dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, guidato dal Subcomandante Marcos, riaccende le speranze della sinistra rivoluzionaria mondiale, facendo da apri pista al movimento NoGlobal, mentre la vittoria elettorale di Hugo Chavez in Venezuela nel 1998, dà il via alla Rivoluzione bolivariana, oggi piuttosto acciaccata, ma anche a quella famosa “Pink Tide” che, tramite il Foro de São Paulo, ha dato vita a quell’esperimento del Socialismo del XXI secolo, basato sulle teorie del sociologo tedesco Heinz Dieterich, a lungo visto come il punto d’arrivo della sinistra novecentesca, pronta a compiere il salto nel nuovo millennio.
Gli anni Novanta sono stati anni di profondi cambiamenti nella politica internazionale. “Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente” se la si vuol dire con Mao,. .
Ciò che è importante sottolineare è che gli anni Novanta furono, anche a livello politico, un decennio di grande libertà e sperimentazione. L’allentamento (ma non ancora caduta) dei dogmi ideologici del Novecento permise alla politica mondiale di impegnarsi in toto in una fase di profondo ripensamento di sé. Per alcuni positiva, per altri alla base della crisi odierna. Certamente però è questa voglia di ripartire, di sperimentare e raggiungere nuovi orizzonti che, rispetto ad oggi, manca a noi tutti, anche a chi non c’era, degli anni Novanta.
Fonti:
F. Fukuyama, Fine della storia, Utet, 2020.
G. Crainz, Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione ad oggi, Donzelli Editore, 2016.
The '90s: The Last Great Decade, National Geographic – Fox Entertainment, 2014.
Russia 1985–1999: TraumaZone, BBC, 2022.

Commenti