Babbo Natale servo del capitale: Breve storia della desacralizzazione del Natale
- tentativo2ls
- 28 dic 2025
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Per i più romantici tra noi il Natale è il periodo più importante dell’anno, una vera e propria occasione per riscoprire il proprio lato più ingenuo ed infantile, per dimostrarsi gentile col prossimo, per coltivare i legami più significativi o, semplicemente, per trovare un attimo di sollievo dagli affanni della vita di tutti i giorni e, se è vera l’affermazione per cui il confine che distingue una società dai suoi riti – o dal suo spettacolo, che dir si voglia - è molto labile, forse anche inesistente, allora il Natale assume nuova importanza come piccola occasione di analisi.
Il Natale nasce per celebrare la nascita di Gesù Cristo, di cui i vangeli narrano la storia senza mai menzionare l’effettiva data e sostituisce, presumibilmente, la più antica festa romana dei Saturnali, che celebrava il solstizio di inverno, proprio intorno al 25 dicembre. Nel tempo il Natale acquista popolarità in tutta Europa amalgamandosi di volta in volta con le varie tradizioni dei diversi paesi, ogni paese ha il suo modo di festeggiare: in Inghilterra si festeggia per dodici giorni, durante i quali le università eleggono un Christmas King che dovrebbe regnare per tutto il periodo festivo; in Germania si diffonde l’usanza di arredare le proprie case con un abete, richiamandosi alle antiche tradizioni germaniche, dando vita a quello che è ancor oggi uno dei simboli fondamentali del Natale, il Tannenbaum, l’albero di Natale; è da ricercarsi nel folklore olandese. Invece, la figura di Babbo Natale è basata su Sinterklaas, personaggio leggendario che corrisponde a San Nicola, un antico vescovo le cui fattezze ricordano soltanto vagamente il mitico omone a cui tutti siamo abituati[1].
È nel diciannovesimo secolo che il modo di festeggiare il Natale cambia, con la rivoluzione industriale si diffondono nuove tradizioni, si pensi alle lucine colorate, ma è il personaggio di Babbo Natale a mutare radicalmente: Sinterklaas è una figura mitico-religiosa basata sull’antico vescovo di Myra che si presenta come un uomo alto, magro e bianco, vestito da sacerdote, che la notte di Natale viaggia in sella al suo cavallo per donare regali ai bambini buoni e punire quelli cattivi, aiutato da Zwarte Piet, il suo “collaboratore” nero, descritto come sbadato, talvolta cattivo e vestito in modo buffo e colorato; il moderno Santa Claus invece si presenta come l’elfo vecchio e paffuto che tutti conosciamo, a capo di una fabbrica di doni prodotti da elfi e alla guida di una slitta trainata da renne, che dona regali in modo gioioso e disinteressato, come appare nelle rappresentazioni di Thomas Nast prima e, successivamente, quando viene rilanciato con ancor più successo da Haddon Sundblom, che lo disegna su commissione della Coca-Cola nel 1931.
Questa breve prospettiva storica è utile per notare come la figura di Babbo Natale, a livello di immaginario, evolva contestualmente allo sviluppo del capitalismo: dapprima è un simil-vescovo che, fondamentalmente, ha uno schiavo e poi diventa il padrone di una fabbrica organizzata secondo il modello fordista, un vero e proprio esempio dello sviluppo capitalistico. Questa evoluzione si configura in un più lungo processo di desacralizzazione e razionalizzazione che ha poi contribuito a stabilizzare il Natale come la festa meramente laica che oggi festeggiamo. In quest’ottica va sottolineata l’accelerazione drastica che questo processo ha subito negli ultimi cento anni circa, a cui ha contribuito in maniera determinante la pubblicità e ancor di più il cinema, in virtù della capacità di plasmare l’immaginario collettivo propria di questi linguaggi.
In questo senso si può intendere la macchina cinematografica come una macchina mitologica, una macchina capace non solo di rendere accattivanti dei personaggi (come nel caso di Babbo Natale), ma di consolidarne di nuovi, fabbricando costantemente desideri e modi di desiderare: “Il cinema non ci dà immagini, ma un mondo.” (Deleuze, 1983)[2].
Seguendo una consecutio storica, possiamo quindi vedere l’evoluzione della figura di Babbo Natale, in senso cinematografico.
Nella pellicola del 1898 Santa Claus[3] (è in realtà un breve cortometraggio di poco più di un minuto), possiamo vedere un Babbo Natale ibrido: il Nostro indossa infatti abiti monacali ed un cappuccio. Il regista, in questo caso, ci mostra un Babbo sobrio, che assurge ancora a figura morale. Il Santa Claus della pellicola ripone difatti dei doni casuali all’interno delle calze, riposte alla fine del letto di due bambini. In questo gesto c’è ancora una dimensione sacrale, data dalla casualità del dono e dagli abiti del Babbo, i quali rimandano chiaramente ad una funzione religiosa. È inoltre interessante rilevare come nella pellicola siano assenti le configurazioni tipiche del moderno Babbo Natale: non ci sono ancora le renne né la slitta; questo è probabilmente dovuto all’ancora instabile dimensione del mito natalizio. Come abbiamo detto, difatti, tutti i Babbi Natale precedenti al 1931 non sono ancora connotati dalle caratteristiche del Babbo moderno (renne, fisico corpulento, assenza di abiti simil-vescovali ecc…).
Quando, negli anni Trenta, la Coca-cola codifica l’immagine del Babbo Natale che tutti noi oggi conosciamo, il cinema allora diviene il mezzo prediletto di stabilizzazione dell’immaginario.
Nel classico hollywoodiano Miracolo nella 34ª strada[4], avviene definitivamente la creazione e messa in scena del Babbo Natale moderno. Kris Kringle (il protagonista del film), lavora come Babbo Natale ufficiale dei grandi magazzini Macy’s a New York. Questo dato documenta la totale integrazione di Babbo Natale all’interno dell’apparato commerciale del Natale moderno: Babbo Natale non arriva più dalla chiesa o dal folklore popolare, ma dal cuore del consumo urbano. L’orizzonte simbolico (e reale) del nuovo Babbo Natale non è più la casa ma l’insieme dei negozi, delle vetrine, dei giocattoli e, perché no, dei consumatori di Coca Cola. Ed ora ecco il vero lampo di genio, Kris Kringle è la nuova figura morale del capitalismo moderno: il suo è un Babbo Natale morale perché indirizza i clienti verso altri negozi se Macy’s non ha il giocattolo desiderato, perché non diniega il profitto ma solo il profitto puro, perché difende la verità e la fiducia dei bambini (se consumatori!). Ecco, quindi, la nuova dimensione del Natale capitalista: il consumo è accettabile, ma solo se guidato da valori morali!
Il Babbo Natale moderno mantiene quindi l’eredità etica di San Nicola, senza però uscire dal sistema consumistico. Il “nuovo” Babbo Natale non è più una figura di fede religiosa, ma un mito civile, accettato dalla società e dal mercato.
In conclusione, si può dire che anche le moderne immagini di Babbo Natale, forniteci dal nuovo cinema cinico e dissacrante, sono in realtà un gioco che la macchina cinema fa con sé stessa: dopo aver difatti forgiato il nuovo Babbo, il cinema lo “distrugge”, salvo poi reintegralo nel sistema.
In Babbo Bastardo[5], si unisce l’immagine visiva e riconoscibile del Babbo Natale canuto e vestito di rosso al cinismo, l’egoismo e i furti che il protagonista fa nei grandi magazzini, in cui il Babbo del 1947, come quello del film, lavora.
La pellicola è già comica nei presupposti, proprio grazie alla nuova immagine “canonica” del Babbo moderno, proprio quell’immagine la cui aurora risale al 1931 e la cui definitiva messa in scena è il 1947.
Ed è così che il moderno Babbo Natale resta immediatamente riconoscibile, confermando la sua trasformazione da figura storica a mito popolare, legato alla dimensione del consumo e se tutti noi possiamo ridere del cinico Babbo di Babbo Bastardo, è proprio perché abbiamo imparato a conoscere il canuto e paffuto Babbo che la Coca Cola e poi il cinema hanno creato per noi.
[2] Deleuze, G. (1983). Cinema 1: L’immagine-movimento (trad. it.). Ubulibri.
[3] Smith, G. A. (1898). Santa Claus. Regno Unito: Hepworth Manufacturing Company.
[4] Seaton, G. (1947). Miracle on 34th Street. Stati Uniti: 20th Century Fox.
[5] Zwigoff, T. (2003). Bad Santa. Stati Uniti: Lions Gate Films.

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