Avanti sorelle! L’importanza delle comunità e delle riletture femministe
- tentativo2ls
- 17 nov 2025
- Tempo di lettura: 6 min
Quando si parla di femminismo, soprattutto nei media, si incontrano molte volte polemiche rispetto alla sua definizione e a come possa impattare positivamente nella società odierna. Questo “misterioso” argomento è quindi spesso mal interpretato, non lasciando l’adeguato spazio alle voci che sono in grado di parlarne a favore di una visione che rimane in superficie e non analizza a fondo quello che veramente è questa pratica. Prima di tutto, è necessario chiarire che si parla di “femminismi” al plurale, nel corso del tempo infatti il femminismo si è ramificato a seconda delle diverse correnti di pensiero rispetto al rapporto con la religione, la sessualità, la razza e persino la definizione di genere stesso. Solo una volta messo in chiaro che di femminismi ne esistono molti si può veramente parlare dei suoi possibili sviluppi all’interno della contemporaneità.
“Avanti sorelle! L’importanza della comunità e la necessità della rilettura” è una ricerca che si concentra su uno studio del margine, di ciò che sta intorno e come da esso sia possibile osservare non solo un punto di vista alternativo ma anche scoprire modalità sociali differenti, potenzialmente in grado di decostruire le narrazioni dominanti patriarcali dalle quali siamo ormai assuefatti. L’intera struttura sociale è sviluppata all’interno di una dialettica patriarcale in cui l’uomo è considerato misura universale e la donna come soggetto altro, periferico ed imprevisto. È proprio da questa posizione laterale che ha preso forma uno sguardo critico e situato con l’obiettivo, non di integrarsi all’interno dell’ordine esistente, bensì di attuare una radicale decostruzione di quest’ultimo.
“Perché gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone. Ci possono permettere di batterlo temporaneamente al suo stesso gioco, ma non ci metteranno mai in condizione di attuare un vero cambiamento.” (1)
Ciò significa che per poter attuare una vera rivoluzione non è possibile “stare al gioco”, rimanere all’interno degli schemi, anzi è necessario cambiare prospettiva e ricostruire da zero tenendo a mente l’intersezionalità dell’argomento. L’approccio intersezionale sovrappone le diverse identità sociali (sesso, razza, orientamento sessuale e classe sociale) e analizza come le forme di oppressione si intersechino ed interagiscano, creando esperienze uniche di discriminazione e privilegio.
Esiste un vero e proprio processo di adattamento, di addestramento al patriarcato al quale siamo sottopost* ogni giorno e in cui la scuola ricopre un ruolo fondamentale. Esiste, infatti, una profonda distinzione nella maniera in cui le bambine e i bambini vengono cresciuti ed indirizzati verso le rispettive “funzioni” basate sugli stereotipi di genere binari. Non solo dal punto di vista di gestione delle emozioni ma anche l’educazione al proprio corpo si differenzia: il bambino viene spinto alla curiosità verso se stesso e soprattutto i suoi organi genitali, nei quali si identifica e riconosce come espressione della propria mascolinità. La bambina, al contrario, quasi è senza sesso e viene spinta ad identificarsi nella bambola, un oggetto esterno ad inerte, che lei lusinga e adorna giocando a fare la mamma.
La connessione stessa tra madre e figlia si confronta con le complicate dinamiche presenti nei legami fra donne, in particolare in generazioni diverse, i conseguenti conflitti vengono normalizzati e promossi dall’organismo patriarcale. Molte figlie raccontano di essersi sentite dire dalle proprie madri “che le amavano ma che non gli piacevano”, un amore incondizionato dettato dalle regole ma non dai sentimenti. Questo sappiamo, grazie agli studi femministi, esser dovuto alla tendenza che il patriarcato ha di spingere le donne a sopprimere i propri desideri per poter rientrare nei ruoli di figlie, mogli e madri. Parrebbe naturale che una donna precedentemente ostacolata nel suo sviluppo incoraggi il realizzarsi della figlia ma, in genere, la scarsa autostima della madre la porta a manifestare sentimenti ben opposti come rabbia, invidia e competizione. È un legame carico di tensioni per cui lo scontro appare inevitabile. La figlia rappresenta per la madre tutto ciò che è stata e potenzialmente quello che non è mai riuscita ad essere, il suo passato e futuro. Colette Dowling a tal proposito analizza come sia necessaria una rilettura e reinterpretazione del ruolo di madre, del rapporto che ha con sé stessa e di conseguenza con la figlia.
Un elemento sul quale bell hooks insiste molto è il senso di comunione. Infatti tramite esso è possibile creare una collettività anche emotiva, in cui si collabora e si costruisce insieme un nuovo modo di vivere. Il patriarcato insegna a dividere, addestra le donne a pensare di doversi caricare dell’intero bagaglio emotivo perché “biologicamente” più portate. Tale nozione non soltanto è falsa ma giustifica la mancanza del lavoro di autocoscienza che gli uomini sarebbero in grado e anzi dovrebbero impiegare non solo e soltanto perché la società patriarcale danneggia anche loro, ma perché malsana ed iniqua. Dal patriarcato che divide, il femminismo non può che unire, per combattere il sistema.
La forza dell’alleanza è il fulcro centrale attraverso il quale grandi movimenti di donne sono stati in grado di creare linguaggi completamente nuovi e di come continuino a farlo. Un esempio è l’intero movimento del femminismo islamico, il quale attraverso anche la rilettura del Corano, vuole combattere la visione coloniale e il femminismo liberale bianco come unici e veri modi di vivere. La loro volontà è di ricercare continuamente uno sguardo “altro” e di sperimentare ulteriori approcci non solo nell’arte ma anche nel modo di lavorare e nei rapporti umani. In The Eros of Everyday Life, Susan Griffin spiega come il fatto dell’esistere in uno stato di comunione voglia dire essere consapevoli della natura stessa dell’esistenza. È in questo punto dove ecologia e giustizia sociale si incontrano, con la consapevolezza che la vita è in comune. Avere coscienza che noi esistiamo perché scambiamo è cruciale per la salute dell’anima. (3)
Uno dei più grandi episodi di ecofemminismo transnazionale è il Greenham Common Women's Peace Camp, esempio di unità e comunione al femminile contro una causa comune. Nel settembre del 1981 Eunice Stallard e altre 35 donne si incatenarono alla recinzione della base militare a RAF Greenham Common in Inghilterra. La particolarità di questo evento non fu solo la sua portata numerica ma anche la sua durata: dal 1981 fino al 2000 le dimostranti furono in grado di conservare degli accampamenti nella zona. La dinamicità del campo permise la collaborazione di personalità diverse, dando luce alla creazione di opere e performance forti e d’impatto come quelle di Thalia Campbell e Margaret Harrison, le quali contribuirono ideando striscioni e bandiere che raccoglievano i messaggi contro l’armamento proposto dal governo inglese.
Da sempre le artiste e le attiviste hanno sperimentato con metodi alternativi e tra questi l’editoria è stato un modo per le donne di esplorare nuovi modi di fare attivismo: poster, riviste e booklet permettevano l’espressione artistica e al contempo erano in grado di trasmettere un messaggio politico di rivoluzione, si crea un universo parallelo dove poter sperimentare liberamente. Ad esempio nell'Inghilterra degli Settanta, da un punto di vista politico, l’ambiente appariva progressista rispetto a molte cause sociali (la discriminazione in base al genere era punita in diverse aree, l'omosessualità era legale ed era stata stabilita una paga pari fra i sessi). Tuttavia la realtà dei fatti era ben diversa siccome le riunioni ed i convegni a cui prendevano parte le donne impegnate politicamente erano in realtà tenuti da uomini. Il movimento femminista non veniva preso seriamente in considerazione e le donne rimanevano marginalizzate, persino nelle loro campagne erano invitate a rimanere nei retroscena. Segregate nel loro ruolo di madri e alla casa, con “l’hobby” per le campagne per i diritti umani. Lo slogan "il personale è politico” prende sempre più piede, spesso attribuito a Carol Hanisch:
“[…] i problemi personali sono problemi politici. Non esistono soluzioni personali al momento. Esiste solo un’azione collettiva per una soluzione collettiva.” (3)
È in questo contesto di fermento che la stampa si interessò sempre di più al movimento e nel 1974 nacque See Red Women’s Workshop attivo fino al 1990 a Londra. Lo studio, gestito dal collettivo femminista, produceva materiale dedito alla distruzione delle immagini sessiste delle donne, contribuendo alla cultura visuale del Women’s Liberation Movement. La comunicazione visuale era ormai diventata necessaria e poteva essere usata sia come strumento di sensibilizzazione che come metodo educativo per la causa. All’epoca la stampa serigrafica permetteva immagini in grandi tirature, bassi costi e poca attrezzatura, rendendola facilmente accessibile. Il loro modo di lavorare in maniera collettiva, senza una precisa gerarchia ma unite dal bisogno di trasmettere il messaggio politico, lo si ritrova anche in Italia. La rivista Effe, attiva dal 1973 fino al 1982, è stata uno degli esempi più importanti di editorialità parallela autogestita. Sin dalle sue origini l’impostazione grafica si distacca dalla tradizione, avvalendosi di illustratrici più che fotografe e adoperando uno stile libero. Nel corso del tempo, insieme agli argomenti cambia anche l’estetica, vengono eliminate le pubblicità all’interno della rivista pur sapendo che avrebbe voluto dire stare stretti con i costi. La sperimentazione di Effe consisteva anche nel modo di gestire il potere decisionale, incoraggiando lo scambio di ruoli in un ambiente dinamico e frenetico.
È necessario, a parer mio, osservare ed imparare da queste istanze di comunità poiché rappresentano chiari esempi di un nuovo modo di concepire la vita, il lavoro e il proprio rapporto con gli altri. La pratica politica, come quella transfemminista, proprio perché nata da una “diversità” è in grado di creare un sistema parallelo che si distacca completamente dal mainstream e di conseguenza dalle logiche patriarcali profondamente radicate all’interno della società contemporanea.
Fonti:
(1) Audre Lorde, Commento agli interventi su “Il personale è politico” nella “Second Sex Conference”, New York, 19 settembre 1979.
(2) Susan Griffin, The Eros of Everyday Life: Essays on Ecology, Gender and Society, Knopf Doubleday Publishing Group, Stati Uniti, 1996.
(3) Carol Hanisch, The Personal Is Political, Notes from the Second Year: Women’s Liberation, New York, 1970, (traduzione a cura dell'autrice).

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