Apologia del maschio performativo
- tentativo2ls
- 22 ott 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Tra Wittgenstein e TikTok, l’uomo contemporaneo alla ricerca di un’identità etica nella vetrina digitale.
Ciò che indossi è ciò che sei
«Il diavolo non muore, si reinventa». Ciò che consideriamo male – come nella più riflessiva e laconica delle filosofie orientali amate da lettori di Sun Tzu e da nostalgici sbandieratori della new age – non arriva mai ad una sua definitiva estinzione. Lasciando da parte la schmittiana teoria dei valori, così come il suo incessante conflitto che persevera da quando l’uomo ha smesso di essere un ramapiteco intento a dondolarsi sulle mangrovie, reputiamo ciò che è giusto o sbagliato in base ai nostri fabbisogni, o comunque in base alla realtà materiale e culturale in cui siamo immersi dalla nascita; ciò che è soggettivo in Occidente ha una qualche correlazione con ciò che è oggettivo nel piccolo anfratto in cui si nasce. La stessa cosa vale per il giudizio riguardo l’associazione tra ideologia politica e outfit.
Se i social ci hanno insegnato a riconoscere un cryptobro dalla t-shirt slim-fit monocromatica che espone i bicipiti e da jeans, scarpe e taglio di capelli da npc, dall’altra barricata esiste e lotta insieme a noi una categoria di uomini che, profetizzando alla perfezione la frase di inizio articolo, recupera elementi estetici tipici del passato accostandoli ad altri molto più inusuali, come libri femministi, litri di matcha latte e temibilissimi labubu appesi alla propria borsa di tela.
Chi è il performative male: l’equilibrio tra potenziale sincerità e mera apparenza
Secondo il cineasta e critico cinematografico Jean-Luc Godard la settima arte, alle porte della seconda guerra mondiale, aveva ormai abbandonato il suo mestiere di termometro politico, regolato in base alle scelte registiche e di sceneggiatura che venivano effettuate a seconda del periodo storico di riferimento, per far posto alla deviata e consumistica tendenza di utilizzare il cinema mondiale, spinto da Hollywood, come “fabbrica di cosmetici”: la riflessione sul contemporaneo traslata verso un divertissement fine a sé stesso. Allo stesso modo, si trova tra incudine e martello il protagonista del nostro articolo: il maschio performativo (performative male).
Per capire di chi stiamo parlando, è importante dire cosa faccia questo maschio: va in terapia, legge Judith Butler, ha le unghie smaltate e un mullet arruffato che combina alla perfezione con il suo baffo curato in modo maniacale (è anche solo impensabile poter diventare maschi performativi se si è stempiati o glabri). Una serie di passioni ed elementi estetici che non possono non essere paventati su ogni social media, mostrando quanto il progressismo e i diritti civili siano la solida base su cui poggia il loro comportamento e ruolo nella società.
Un calderone di atteggiamenti che, poco dopo l’esplosione del fenomeno, ha immediatamente ridestato il ricordo dei poser, quelle persone la cui conoscenza discografica degli Slipknot si fermava unicamente a Psychosocial nonostante ne indossassero la t-shirt. I maschi performativi sono mossi unicamente dal consenso delle donne progressiste, stop.
Un j’accuse troppo veemente e l’inconsistenza di tale azione: una sorta di panico metrosexual?
Essere sotto esame da parte di un vasto pubblico è ormai cosa conclamata, ignorata da chi ha le spalle larghe ma potenzialmente dannosa per altri. Eppure, il senso di additare come poser chi si comporta in questo modo quale sarebbe?
Una delle obiezioni potrebbe riguardare che i maschi performativi spingono alla svalutazione del messaggio rappresentato da un indumento – specie se radicato in una determinata cultura – estirpandolo del suo significato intrinseco e depotenziandone di conseguenza la causa che vogliono rappresentare. Ma si tratterebbe di un ennesimo processo alle intenzioni che non riguarda il nostro caso: il maschio performativo posa, comunica con il suo corpo e con il saggio di Angela Davis che finge di leggere in favore di fotocamera, ma non ammette mai esplicitamente il perché lo fa. Chi ci dà garanzie che in realtà sia un MAGA evangelista la cui vita delle donne ruota, a suo dire, attorno alla triade cucina – letto – chiesa?
«Alcuni di quei ragazzi sono performativi, certo, ma secondo me la reazione è antifemminista al 95%. È solo la seconda parte del panico metrosexual» asserisce un utente del subreddit r/AskFeminists, evidenziando come gli attacchi che prendono di mira gli uomini decostruiti vengano foraggiati per scoraggiare proprio quel processo di decostruzione del maschile.
Caterina Di Biasio su Rivista Studio mette in luce e in guardia dall’irresistibile richiamo del manicheismo quando si è chiamati a giudicare un comportamento o – precisamente – un’estetica che coinvolga una categoria di persone, in questo caso gli uomini: «o sei un uomo tossico oppure sei un uomo performativo. Non c’è spazio per le zone grigie, non c’è spazio per gli uomini che stanno nel mezzo, o in nessuna categoria».
L’estetica, l’etica e la schiavitù delle etichette
L’apparenza estetica viene oggi moralizzata e politicizzata, caricata di giudizi ideologici che puntualmente dà vita sul mondo dei social ad accuse poco o per nulla fondate. Una possibile comunanza tra estetica ed etica è un elemento di dibattito per il quale può essere d’aiuto il pensiero del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, grazie alla ripresa del trascendentale kantiano. Wittgestein asserisce che i due concetti sopracitati – estetica ed etica – stazionano al di là della logica e del linguaggio descrittivo, assumendo quindi un’entità puramente soggettiva e descrivibile non-universalmente. Ogni giudizio di valore assoluto che coinvolga estetica ed etica è destinato a cadere nel vuoto poiché totalmente insensato. Che il maschio performativo divenga la versione steroidea della “pick-me girl” diventa quindi totalmente obiettabile, che le Birkenstock richiamino una crociata contro le Oxford patriarcali e da maschio alfa è una tesi che lascia il tempo che trova.
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