top of page

ANCHE TOLSTOJ SE FOSSE IN VITA MANGEREBBE I RICCHI

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 18 feb
  • Tempo di lettura: 4 min

Quando nel 1863 Lev Nikolajevic Tolstoj inizia a imbastire il suo indiscusso capolavoro “Guerra e Pace”, il progetto che visualizzava era diverso. Con il tempo, lo studio, e una forte intuizione, l’obiettivo della sua scrittura virerà, spinto dal bisogno di denunciare una narrativa per lui fasulla: la “teoria dei grandi uomini”. Tolstoj ripudia l’idea che il susseguirsi del tempo sia scandito da grandi uomini e dalle loro virtuose gesta, in cui le masse restano sullo sfondo, necessarie ma passive, prive di un’autentica capacità di determinare gli eventi.

 

Attraverso una riflessione che è al tempo stesso letteraria, storica e filosofica, egli demolisce il mito dell’eroe, mostrando l’inconsistenza dell’idea secondo cui singoli individui possano controllare o dirigere il corso della storia. Così facendo, però, non solo smonta il mito degli eroi storici dell’Ottocento, ma offre anche strumenti concettuali utili per comprendere una forma contemporanea di eroizzazione: quella dei super-ricchi, celebrati oggi come salvatori del progresso economico, tecnologico e persino morale.

 

Il collegamento tra la Russia dell’inizio dell’Ottocento e la contemporaneità può apparire, a prima vista, forzato. Tuttavia, il meccanismo ideologico è sorprendentemente simile: allora come oggi, si tende a personalizzare processi storici complessi, attribuendo a singole figure un potere che in realtà deriva da strutture collettive, economiche e sociali. In questo senso, la critica tolstojana agli eroi si rivela uno strumento filosofico prezioso per interrogare il presente.

 

Gli imprenditori di successo vengono oggi rappresentati dalla narrazione dominante come visionari capaci di anticipare il futuro, e la loro traiettoria biografica è spesso narrata secondo il modello del self-made man, che attribuisce il successo esclusivamente al merito individuale. Questa rappresentazione oscura sistematicamente il ruolo delle condizioni storiche, sociali e istituzionali che rendono possibile tale successo, riconducendo un processo strutturale a una vicenda personale.

 

A questa narrazione si affianca quella della filantropia, che presenta i grandi detentori di capitale come soggetti in grado di affrontare problemi globali attraverso l’iniziativa privata. Anche in questo caso, l’attenzione si concentra sull’intervento del singolo, mentre restano in ombra le dinamiche collettive e le strutture di potere che producono le disuguaglianze stesse. La soluzione individuale sostituisce così la riflessione politica sulle cause.

 

L’analogia con la teoria ottocentesca dei grandi uomini risulta ora evidente. Come nella storiografia eroica criticata da Tolstoj, anche oggi il cambiamento storico viene raccontato attraverso figure eccezionali, inserite in una narrazione che ne esalta il ruolo salvifico. Questa prospettiva comporta una sistematica rimozione del contesto: il successo del singolo oscura il contributo delle masse, delle istituzioni e delle condizioni materiali che rendono possibile ogni forma di potere.

 

In Guerra e pace, Kutuzov rappresenta un modello di leadership che rinuncia alla pretesa di controllare gli eventi e riconosce i limiti dell’azione individuale. La sua autorevolezza non deriva dall’imposizione, ma dalla capacità di non sovrapporre la propria volontà al corso della storia. I super-ricchi contemporanei incarnano invece l’idea opposta: la convinzione che il possesso di risorse economiche e tecnologiche conferisca anche una legittimazione politica e morale.

 

La figura del super-ricco come eroe contemporaneo costituisce dunque una versione attualizzata della stessa impostazione criticata da Tolstoj: l’attribuzione del movimento storico a pochi individui eccezionali. Nell’epoca della democratura, questa personalizzazione del potere appare particolarmente problematica, poiché si sviluppa all’interno di sistemi formalmente democratici, contribuendo a legittimare la concentrazione del potere sotto il linguaggio dell’innovazione e dell’efficienza.

 

Il successo dei miliardari presuppone l’esistenza di sistemi complessi: infrastrutture tecnologiche, mercati globali, quadri giuridici favorevoli, forza lavoro qualificata, reti di consumo planetarie. Ridurre tutto questo alla biografia di un singolo significa riprodurre, in forma moderna, la stessa illusione denunciata da Tolstoj nei confronti dei grandi condottieri: l’idea che il movimento della storia possa essere spiegato attraverso la volontà di pochi.

 

In Guerra e pace, Tolstoj mostra come i comandanti militari credano di dirigere la battaglia mentre, in realtà, ne subiscono lo svolgimento. Ordini fraintesi, coincidenze, paure, errori e reazioni impreviste determinano l’esito degli eventi molto più di qualsiasi piano strategico. Il comando appare così come un’illusione retrospettiva: si attribuisce al genio ciò che è avvenuto per necessità storica.

 

Questa dinamica trova un evidente parallelo nella figura del ricchissimo contemporaneo. Imprenditori e leader economici vengono rappresentati come artefici del progresso, capaci di “cambiare il mondo” grazie alla loro visione. In realtà, essi agiscono all’interno di strutture che non controllano pienamente: fluttuazioni dei mercati, automatismi finanziari, algoritmi, crisi sistemiche e – innegabilmente- molto stesso sfruttamento e illeciti. Come Napoleone, credono di guidare la storia, ma ne sono piuttosto il prodotto.

 

Tolstoj ci serve quindi perché insiste nel restituire centralità a coloro che la storia tende a cancellare: soldati anonimi, contadini, civili. Sono le loro azioni minime, spesso inconsapevoli, a determinare l’andamento degli eventi. Allo stesso modo, il potere economico contemporaneo si regge sul lavoro di milioni di individui invisibili: lavoratori, tecnici, consumatori, addetti alla logistica, utenti che alimentano dati e profitti.

 

Nel presente, dominato da crisi multiple e da una crescente concentrazione del potere, è facile ricadere nelle idealizzazioni che ci vengono offerte sotto forma di miti contemporanei. Proprio per questo diventa essenziale esercitare uno sguardo critico e metodico, capace di interrogare le strutture e i processi, invece di affidarsi a figure salvifiche. Il pensiero di Tolstoj, ancora oggi, ci invita a diffidare degli eroi e a riconoscere che la storia non ha protagonisti assoluti, ma nasce dall’intreccio delle azioni umane. Fare tesoro di questa lezione significa accettare la complessità del reale e assumersene la responsabilità, senza rifugiarsi nelle scorciatoie consolatorie dell’eroismo moderno.


 
 
 

Post recenti

Mostra tutti
Fenomenologia politica di George R. R. Martin

Valar morghulis : tutti gli uomini devono morire. Nell’opera di George R.R. Martin A Knight of the Seven Kingdoms , riadattata per il piccolo schermo da Ira Parker e appena conclusa su HBO, prende for

 
 
 

Commenti


bottom of page