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Analisi e Confronto del Tecno-feudalesimo e del Capitalismo della sorveglianza

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 2 apr 2025
  • Tempo di lettura: 11 min

Definizione di Tecno feudalesimo e Capitalismo della sorveglianza:  

  1. Tecno feudalesimo:

Nel suo “Capitalismo dell’antropocene” Kohei Saito afferma, senza dubbio alcuno, che nel capitalismo il potere politico è sublimato al potere economico, lo è sempre stato, dalla prima rivoluzione industriale al dominio della Silicon Valley americana. Lo stato però è rimasto al centro, per quasi 3 secoli, della “questione” e pur liquidandone, in realtà solo in maniera apparente, l’importanza, le grandi corporazioni, la finanza, gli oligarchi hanno sempre mantenuto con un certo occhio di riguardo la visione dello stato come equilibratore del mercato e centro burocratico. Ora però, più che mai, gli stati sono in crisi politica, senza fondi pubblici e più isolati, data la sfiducia crescente verso i meccanismi internazionali. E questo accade proprio mentre la disparità di ricchezza nel pianeta si innalza senza sosta e i miliardari, americani e non, entrano di prepotenza nelle stanze dei bottoni. Bisogna dunque chiedersi se ora il potere economico non sia diventato definitivamente il potere politico, annullandolo ed evolvendosi in maniera così netta da non aver bisogno dello Stato. Ci aspettano regni assoluti che non hanno più bisogno di confini? Questi regni esisteranno in un nuovo modello economico, il Tecno-fedualesimo?

Se si vuole parlare di Tecno-feudalesimo bisogna partire dall’omonimo libro dell’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis  (La Nave di Teseo, 2023) che ricostruisce una parziale realizzazione della visione di Marx per cui il capitalismo è effettivamente destinato a porre fine a se stesso. E questo, secondo Varoufakis, è successo ma, evidentemente, non attraverso l'ascesa del comunismo bensì con una mutazione forse peggiore di quanto ci si potesse attendere: il Cloud Capitalism

Il Cloud Capitalism ha cambiato il sistema su cui si è sempre basato il capitalismo, ha ucciso i mercati e li ha sostituiti con una sorta di feudo digitale in cui non solo i proletari ma anche i borghesi, i nuovi vassalli, producono plusvalore per chi possiede internet, il nuovo campo agricolo in cui si delimitano i feudi. I guadagni diventano rendite e le rendite sono l’opposto del profitto, il nucleo del capitalismo assieme alle monete emesse dalle banche centrali che hanno permesso la venuta del Cloud Capital ma che potrebbero svanire, sostituite dalle cryptocurrencies che i miliardari, non a caso, pubblicizzano a gran voce. 

In questo scenario distopico, ma reale, la gran parte della popolazione mondiale recita il ruolo di serva della gleba che nel sistema feudale non produceva capitale ma materie prime agricole. Ora gli utenti delle piattaforme, offrono la loro attenzione, la versione più aggiornata della manodopera, per produrre capitale Cloud. Il rapporto di potere non si è modificato di molto, ma la formazione del capitale sì: nessuno/a può evitare di far parte del meccanismo di alienazione.

Questo non significa che il tecno-feudalesimo sia indipendente dai meccanismi del capitalismo, rimane dipendente dagli altri settori economici come i feudatari erano dipendenti dall’agricoltura per il loro sostentamento. Anzi, esattamente come il capitalismo, questa divisione in classi di memoria medievale è un meccanismo parassitario di un meccanismo parassitario. Una volta i pascoli nell’Inghilterra del diciottesimo e diciannovesimo secolo vennero privatizzati dando inizio al capitalismo. Nello stesso modo, negli anni 90’, Bill Clinton diede inizio alla privatizzazione di Internet. In entrambi i casi l’accumulazione “primaria” è una stortura, un rapporto iniquo e permesso unicamente tramite l’alienazione del lavoro delle persone.

Questa nuova egemonia del tecno-feudalesimo sul capitalismo di stampo classico rende ancora più instabile la società di cui facciamo parte. Questi nuovi feudatari, convinti di poter conquistare ancora più potere, aggravano le disuguaglianze limitando quelle libertà che anche alla destra piacevano sotto il capitalismo.

Una trasformazione preoccupante, ma non inedita come sottolineato dall’antropologo David Graeber. Gli scambi di mercato sono un universale culturale ma la loro onnipresenza e potere sconfinato sulle altre relazioni sociali invece no. Questo significa che possono continuare a trasformarsi, scombussolando con successo la bilancia sociale, come ha fatto il capitalismo prima e il tecno-feudalesimo ora.

Il feudalesimo è scomparso una volta dalla nostra società ma solo perché è stato utilizzato per sviluppare un nuovo sistema d’oppressione. Ora è necessario capire se alla sua prossima, ed inevitabile, scomparsa ci sarà ad aspettarci un modulo per richiedere il reddito universale o un grande fratello. 


  1. Capitalismo della sorveglianza:  

Lo sviluppo tecnologico del ventunesimo secolo ha portato una rapida evoluzione dell’innovazione tecnologica, con una conseguente presenza sempre più invasiva della tecnologia nella nostra quotidianità. Con l’avvento dei personal computer e dei dispositivi mobili, il progetto dell’Internet libero e democratico nato negli anni novanta con il World Wide Web, è stato declinato ai processi di commercializzazione e privatizzazione dei neo tecno-capitalisti a partire dagli anni duemila. Attraverso la creazione delle prime piattaforme e dei primi progetti di business online, i nuovi capitalisti hanno incominciato a considerare lo spazio libero e accessibile del virtuale come un Nuovo Mondo da colonizzare e dominare, plasmando l'architettura della rete secondo i loro desideri. 

Il processo di computerizzazione è la nuova rivoluzione industriale che sta cambiando la dimensione fisica e metafisica dell’esperienza umana, conquistandone il territorio privato e incontaminato delle relazioni e della comunicazione interpersonale, con l’obiettivo sottile e subliminale di mutare il nostro modo di pensare, percepire e creare, con delle conseguenze ancora sconosciute. Il futuro che andremo ad abitare è un territorio incerto, e se per alcuni la prospettiva tecnologica potrebbe essere un elettrizzante occasione per la diffusione su larga scala della giustizia sociale, per altri l’immagine è quella di una caduta rapida e frenetica verso gli inferi più profondi del capitalismo.

Tra i visionari più pessimisti della nostra epoca, Shoshana Zuboff viviseziona il nostro tempo attraverso il suo saggio Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell'umanità nell'era dei nuovi poteri (2018), analizzando i nuovi comportamenti della tecnologia sotto una lente miscredente e dissacrante. Secondo Zuboff, la società sotto il potere dei tecno-capitalisti è indirizzata verso un’estrazione globale e socialmente trasversale di dati personali, al fine di indirizzare i consumatori verso degli acquisti più precisi e personalizzati. Il capitalismo della sorveglianza è un nuovo ordine economico che sfrutta l’esperienza umana come materia prima per trasformare i comportamenti umani in dati da rivendere, plasmando una nuova logica economica parassitaria legata alla produzioni di beni e servizi che subordina l’essere umano a una nuova infrastruttura, sotto la guida di poche persone molto ricche e ardentemente interessate al dominio sui comportamenti umani, con l’intimo desiderio di cambiarli.

L’origine di questo nuovo potere capitalistico impone il proprio dominio sulla società, sfidando la democrazia attraverso la sovversione della sovranità del popolo. Qualsiasi classe sociale, infatti, risulta sottomessa al lavoro costante e gratuito sulle piattaforme, regalando la promessa di poter ottenere la libertà dal capitalismo del mondo reale.

Nel Nuovo Mondo digitale l’estrazione dei dati umani viene barattata con una semplificazione di qualsiasi aspetto della vita quotidiana attraverso applicazioni, siti internet e dispositivi elettronici che promettono di farci vivere una vita più efficiente. Gli assistenti virtuali, i motori di ricerca e le piattaforme sono progettate per persuadere nel popolo un sentimento di fiducia universale verso la tecnologia, con una sensazione positiva di assoluta efficienza e dinamicità verso i sistemi cloud. Tuttavia, il web rimane esplicitamente subordinato all’ossessione consumistica del capitale, che riempiendolo in ogni suo angolo di pubblicità invadente e aggressiva, continua ad alimentare il progetto di crescita esponenziale dell’economia.

La nostra dipendenza, sottolinea Zuboff, è al cuore del progetto di sorveglianza commerciale, e la nostra necessità di una vita efficiente è in contrasto alla tentazione di resistere all’invasione di questa nuova dimensione del capitalismo nelle nostre vite. L’intontimento psichico che ne deriva, infatti, ci rende assuefatti a una realtà nella quale siamo tracciati, analizzati, sfruttati e modificati.

I nostri dati raccolti dalle tecno-aziende vengono usati parzialmente per migliorare i loro prodotti e servizi, mentre il resto diviene un surplus comportamentale privato che verrà rielaborato in prodotti predittivi in grado di sapere cosa faremo nell’immediato, tra poco o tra molto tempo. Tuttavia non siamo noi i clienti del capitalismo della sorveglianza. I meccanismi del web sono diventati i meccanismi del mercato e molte aziende hanno un bisogno famelico di conoscere i nostri comportamenti, alimentando così il mercato dei comportamenti futuri, che sta arricchendo straordinariamente alcuni capitalisti.

Nel suo saggio, Zuboff mette in evidenza come il capitalismo della sorveglianza rimanda alla vecchia immagine del capitalismo di Karl Marx — un vampiro che si ciba di lavoro — ma con una svolta inattesa: questa nuova declinazione del capitale ha trasformato qualsiasi aspetto della vita umana in lavoro. Questa nuova saga del capitalismo non è una tecnologia ma una logica che permea la tecnologia e la trasforma in azione ed espressione degli obiettivi economici.

Lo stretto legame che abbiamo con essa è una versione aggiornata del patto di Faust, per il quale non abbiamo alternative benché il prezzo da pagare è la distruzione del nostro modo di vivere. La civiltà dell’informazione che viviamo oggi, secondo Zuboff, sta prosperando a discapito della natura umana sotto la minaccia di distruggerla in maniera irreversibile.

Il capitalismo della sorveglianza è un nuovo capitolo del capitalismo che non ha intenzione di esserne l’ultimo atto, ma piuttosto una presa del potere dall’alto che, attraverso un rovesciamento della sovranità individuale, si impone come una forza preponderante verso la pericolosa deriva antidemocratica che sta minacciando le democrazie liberali occidentali.


FONTI:

Interview | Shoshana Zuboff: ‘Surveillance capitalism is an assault on human autonomy’, theguardian.com;

Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell'umanità nell'era dei nuovi poteri, Shoshana Zuboff 



Critica e utilità di questo nuovo stato: 

Ci stiamo muovendo verso (Fraenkel) uno stato discrezionale o stato delle misure che, libero dalle regole e svincolato da ogni considerazione sulla giustizia, serviva esclusivamente a salvaguardare il potere del partito nazista. 

Stato normativo che invece continuava a produrre pronunciamenti e sentenze nel rispetto della legge (e manteneva la calma fra le persone dedite allo stato ma preoccupate dell'ascesa del nazionalsocialismo).

La legge dice una cosa ma la “legge economica” ne dice un’altra, ed è più potente.


  1. Tecno Feudalesimo: 

Il tecno-feudalesimo è un’idea affascinante, provocatoria e un’ottima metafora per sottolineare le assurde discrepanze su cui la nostra società si basa. Discrepanze che il capitalismo accentua ma forse in maniera meno netta, per nostra sfortuna, di ciò che verrà dopo di esso. 

Parte del successo che l’idea di tecno-feudalesimo ha, o dovrebbe avere, sta proprio in questa visione di una società che si evolve in peggio ma che possedendo l’abilità di cambiare arbitrariamente in base ai rapporti di forza che si instaurano, apre a possibilità inedite, non solo per non entrare, più di quanto siamo adesso, nel tecno-feudalesimo, ma per rivoluzionare tutto ciò che è fonte di diseguaglianza. 

Ipotizzando un ritorno al medioevo e al suo sistema feudale si strizza l’occhio ad una visione ciclica della storia e quindi anche alla ricorrenza futura di un’altra età di rivoluzioni e di sconvolgimenti che plasmeranno un altro ordine ancora dopo il tecno-feudalesimo. Forse qui si trova il punto debole dell’idea, una mancanza di creatività, come accade per anche altre teorie, prima fra tutte l’accelerazionismo, che porta a spiegare il futuro dell’umanità unicamente utilizzando il suo passato e riproponendo in forme plausibili ma troppo ricalcate l’evoluzione di fenomeni complessi, come il capitalismo, in base a ciò che, a ben vedere, lo ha preceduto. 

In questo modo si descrive in maniera evocativa il presente, sfruttando anche la giustissima paura di un regredire della nostra società senza un’intervento deciso basato su ideali politici ben definiti, ma le soluzioni in cui riponiamo la speranza per il futuro si annichiliscono immediatamente perché si è già fallito una volta nella volontà di far collassare il sistema feudale, cosa dovrebbe cambiare a questo giro della ruota della storia? 

 A fronte di questa consapevolezza, il tecnofeudalesimo risulta essere una ricostruzione eccellente per mostrare i rischi che corre la nostra società, di come le conquiste sociali siano invertibili e di come i sistemi di sfruttamento possano evolversi e innestarsi fra di loro. Paragonare i cittadini degli stati moderni ai servi della gleba ci spoglia di ogni presunzione e di complesso di superiorità verso chi vive nei paesi a medio e basso reddito, ci divide solo un contratto più o meno conveniente e un feudatario più o meno incline allo sfruttamento, e questo è un principio fondamentale per creare risposte e culture più compatte in cui perfino l’antichissimo retaggio contadino, che la maggioranza dei popoli ha condiviso per buona parte della sua storia, rientra in scena prepotentemente come un livellatore sociale. Eravamo e saremo sempre villici con i forconi arrabbiati con i nobili.

Mai avrei pensato di provare un misto di pietà e nostalgia per il capitalismo vecchio stampo. 


  1. Capitalismo della sorveglianza:

Mentre il concetto di tecnofeudalesimo ricostruisce il contesto economico del presente, con il disegno del capitalismo della sorveglianza si esplora l’aspetto più antropologico del nuovo millennio. In questa nuova saga del capitalismo, l’essere umano si trasforma in una materia commerciabile che cerca disperatamente di sopravvivere dentro gli ingranaggi di un sistema tecno-economico aggressivo, che obbliga la dimensione individuale e collettiva a svanire dentro il sistema binario dei bit. Da questo punto di vista, il nuovo capitalismo sembra richiamare la visione futuristica e transumanista di Nick Bostrom, secondo il quale l’essere umano del futuro esisterà solo come flusso di dati distaccati dai corpi biologici, con la differenza che per Shoshana Zuboff è necessario mettere sotto accusa i tecno-capitalisti della Silicon Valley.

Tecnofeudalesimo e capitalismo della sorveglianza sono complementari nell’interpretazione della nuova dimensione socio-economica. Tuttavia, con il capitalismo della sorveglianza si rifiuta categoricamente l’utilizzo di terminologie “vecchie” che possano rievocare epoche passate, poiché rischierebbe di offuscare la percezione dell’originalità di questa nuova fase di trasformazione. 

La costruzione di una nuova terminologia è alla base del processo di analisi del capitalismo della sorveglianza, con l’intento di dare forma a un nuovo lessico che possa catalizzare la critica contro un sistema senza precedenti (i concetti di mercato dei comportamenti futuri e surplus comportamentale privato sono alcuni esempi). L’esercizio che impone questa nuova visione è rivolto all’acquisizione di una nuova consapevolezza capace di renderci in grado di decostruire la dimensione tecno-realista nella quale siamo immersi, con particolare riguardo alle giovani generazioni che non hanno mai conosciuto una dimensione di vita del tutto fuori dalla rete. Questo punto risulta fondamentale per Zuboff, considerando che la narrativa sul successo e sui benefici diversificati di questa tecno-economia è stata dominata dagli stessi capitalisti che la governano, alimentando, di conseguenza, un cieco consenso generalizzato per il sistema e le sue pratiche.

La trasformazione di tutte le dimensioni della nostra vita in fonte di guadagno per le tecno-aziende è la preoccupazione principale messa in evidenza nell’analisi. L’invasione della privacy, nel particolare, è l’aspetto più disturbante messo in luce da Zuboff, che risulta contemporaneamente il punto forte e il punto debole della critica. Infatti, benché Zuboff si impegni a mettere in evidenza gli aspetti più distopici di questo nuovo capitalismo, mettendoci di fronte a una prospettiva spiacevole e utilizzando frequentemente immagini allegoriche a carattere sensazionalistico e surreale, nel concreto manca una reale previsione futura sui rischi e le conseguenze della sorveglianza sulle nostre vite. Questa assenza di validità degli effetti potrebbe non essere efficace nel suscitare un senso d’urgenza nel lettore, che potrebbe rispondere con un fatale “e quindi?”, rimanendo di fatto del tutto indifferente sulla deriva antropologica del nuovo capitalismo.

L’altro elemento interessante ma altrettanto debole messo in evidenza è la futura perdita del libero arbitrio legato principalmente all’ossessione dei tecno-capitalisti di conoscere, prevedere e, in ultimo, modificare i nostri comportamenti. Secondo Zuboff questo è un elemento fondamentale, che porta una netta distinzione tra il “vecchio” e il nuovo capitalismo. Ma anche in questo caso, seppur mettendo in evidenza la gravità degli esperimenti di contagio di Facebook o della creazione di giochi in realtà aumentata come Pokémon Go, la ricerca di viralità e la tendenza all’imitazione tra gli utenti non dista così nettamente dalla moda all’acquisto del capitalismo delle merci, che ci porta a indossare in massa la stessa marca di scarpe, mangiare gli stessi alimenti ultra processati e andare alla ricerca delle stesse esperienze in viaggi o locali alla moda.

C’è da sottolineare che la critica mossa da Zuboff non è rivolta alla tecnologia in sé ma a chi la possiede e la sfrutta per imporre i propri imperativi economici. La tecnologia, quindi, è di per sé un mezzo neutro che prende forme diverse a seconda di chi ne detiene il potere, fornendoci la visione di un realismo tecno-capitalista dal quale potremmo uscirne attraverso una organizzazione collettiva di movimenti e azioni politiche. Zuboff, da questo punto di vista, invita il popolo a cambiare il corso degli eventi attraverso nuove forme di cooperazione, facendo leva “sulle cicatrici che il sistema lascia ogni giorno sulle nostre vite”, ma alla fine fallendo nell’intento poiché non fornisce indicazioni precise su come tale scopo dovrebbe essere raggiunto. Un’occasione persa, quindi, nel rendere il saggio uno strumento politico di riferimento per la lotta anticapitalista; lasciando, alla fine, il lettore da solo nella ricerca di soluzioni efficaci contro un problema collettivo generalizzato.


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