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Algoritmo patriottico: perché la nuova legge sull’IA mette a rischio la sovranità popolare digitale

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    tentativo2ls
  • 19 ott 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

C’è entusiasmo, quasi euforia, nel mondo legale per la prima Legge sull’intelligenza artificiale, approvata dall’Italia il 17 settembre 2025 (Legge 23 settembre 2025, n. 132), che si è resa così il primo paese europeo ad adottare una normativa che applica a livello nazionale il Regolamento europeo sull’IA (AI Act). La legge, composta da 28 articoli, definisce principi di sicurezza, trasparenza e affidabilità per l’IA, disciplina l’uso di questi sistemi in ambiti come il lavoro, la sanità e la Pubblica Amministrazione, e istituisce un Osservatorio Nazionale per monitorare l’adozione dell’IA in ambito lavorativo


Alcuni tratti caratteristici della legge sull’intelligenza artificiale avevano però fatto discutere già durante l’esame parlamentare. E, a seguito della sua entrata in vigore, la Rete per i Diritti Umani Digitali - la prima Rete italiana formata da sei organizzazioni della società civile, Hermes Center, Amnesty International Italia, The Good Lobby Italia, Privacy Network, Period Think Tank e StraLi for Strategic Litigation, unite per vigilare sull’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale e promuovere una governance etica delle tecnologie – ha presentato una serie di critiche alla struttura della legge, evidenziando i temi controversi che solleva questa legge.


Innanzitutto, in tema di governance, la legge conferma un approccio governo-centrico, affidando l’intera governance al controllo diretto dell’esecutivo, effettuato per mezzo delle agenzie governative per la cybersicurezza nazionale (Acn) e per l’Italia digitale (AgID), i cui vertici sono nominati dal governo stesso, pur facendo salve le competenze delle authorities indipendenti.


La Rete per i Diritti Umani Digitali ha segnalato che la presenza delle due agenzie governative al posto di un’autorità indipendente potrebbe aprire le porte a indebite influenze sui finanziamenti e sugli indirizzi politici in materia di IA. Inoltre, in questo modo si sacrifica la prospettiva di un’IA in grado di generare fiducia nella cittadinanza, al contrario avvalorando la sensazione di poter essere sottoposti a sorveglianza di massa e a sfruttamento dei propri dati.


Tanto il rischio di attrito di competenze è alto, che alla Camera – con un emendamento – è stato creato un nuovo Comitato di raccordo presso la presidenza del Consiglio. Sia il Garante della privacy che l’Autorità per la garanzia nelle telecomunicazioni (Agcom) hanno espresso riserve: il primo perché ha visto diluire le sue competenze di controllo sul trattamento dei dati personali e della law enforcement; la seconda non solo è rimasta fuori dal Comitato, ma è preoccupata per la sovrapposizione di competenze rispetto a quanto già assegnatole dal Digital service act. Inoltre, è stata respinta la proposta di emendamento avanzata dal Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra e Movimento5stelle, che avrebbe assegnato al Garante per la protezione dei dati personali il compito di tutelare il “diritto alla spiegazione” di chi ritiene di aver subito una violazione dei propri diritti umani (i.e. il diritto alla salute, alla non discriminazione, alla libertà di opinione ed espressione) a causa di un sistema di intelligenza artificiale. L’AI Act prevede che gli Stati adottino un meccanismo di ricorso, alternativo al giudice, che consenta alle persone di ottenere chiarimenti su come è stata presa una decisione automatizzata. Il fatto che la legge italiana sull’IA non preveda tale strumento, riduce le opportunità di tutela previste dall’AI Act, penalizzando i cittadini e le organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani.


La legge italiana non presenta nessuna garanzia nemmeno sul fronte dell’utilizzo dell’IA a scopo di riconoscimento facciale, la c.d. intelligenza biometrica, in grado di riconoscere i tratti facciali e di conservarne memoria. Questo è un pericoloso vuoto normativo che potrebbe inaugurare una stagione di sorveglianza biometrica senza regole. Nonostante la lotta condotta dalla Rete per chiedere il divieto dell’utilizzo del riconoscimento biometrico negli spazi aperti al pubblico, e numerosi e significativi emendamenti proposti dalle opposizioni in tal senso, la maggioranza parlamentare ha deliberatamente scelto di non disciplinare la materia, ostacolando il dibattito parlamentare. Si lascia quindi mano libera all’esecutivo di proseguire con il suo ambizioso progetto di sorveglianza biometrica negli stadi italiani, che potrebbe potenzialmente estendersi anche ad altri luoghi della vita pubblica, come piazze, stazioni, supermercati, cinema e ospedali. Per comprendere la pericolosità di tale vuoto normativo, basta pensare alla legge di conversione del D.L. Sicurezza, che ha introdotto l’uso delle bodycam da parte delle forze di polizia senza richiamare espressamente l’opinione del Garante per la protezione dei dati personali in merito alle modalità di conservazione dei dati e alle finalità d’uso dei dispositivi. La Rete è chiara nel prevedere che l’assenza di una norma che sancisca queste tutele, e di codici identificativi univoci per gli agenti in servizio, potrebbe determinare il rischio che ogni persona ripresa potrebbe essere analizzata, identificata e schedata, anche a distanza di tempo, se ritenuta “rilevante” per un’indagine.


Questo approccio espone ogni persona al rischio di sorveglianza generalizzata, con gravi conseguenze per le libertà di espressione, manifestazione e partecipazione alla vita pubblica. Gli emendamenti volti a introdurre obblighi di trasparenza (come report periodici sull’uso dei sistemi biometrici e sulla percentuale di errore dei sistemi di riconoscimento in dotazione alle forze di polizia) sono stati bocciati in tutte le tre fasi di votazione.


FONTI:


 
 
 

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