Affollate solitudini: come abitiamo davvero le nostre città
- tentativo2ls
- 10 ago 2025
- Tempo di lettura: 4 min
“Viviamo affollate solitudini”. La formula coniata da Ugo La Pietra nel suo libro omonimo è più di un’osservazione: è un’epigrafe urbana. Una frase che, nel suo ossimoro apparente, contiene tutta la tensione del vivere contemporaneo: siamo immersi in spazi sovraffollati, iperstimolanti, in costante interazione, eppure ci sentiamo soli, non per caso, ma per struttura. Per architettura. Per progetto.
Quella di La Pietra è una diagnosi spaziale di un disagio diffuso. Parla di un bisogno collettivo di socialità che fatica a trovare forma, di una tensione condivisa che sbatte contro il vetro spesso di un ambiente urbano pensato per contenere, non per accogliere. Per indirizzare, non per ospitare. Così, mentre cerchiamo di fuggire dall’isolamento domestico, ci riversiamo nelle piazze, nei bar, nei centri commerciali, nelle vie dello struscio – senza però davvero trovare una dimensione relazionale autentica. Perché la città, dice La Pietra, non è stata costruita per questo.
C’è una contraddizione strutturale nella vita urbana contemporanea: da un lato, viviamo in una società sempre più estroversa, affamata di interazioni, spinta dalla solitudine a cercare esperienze collettive; dall’altro, ci muoviamo dentro spazi pubblici sempre più rigidi, controllati, poco generosi. È una città che promette moltissimo e restituisce poco. L’utopia di una “città ludica”, intesa come luogo di relazione, gioco, pausa, resta tale perché l’ambiente urbano – inteso come “espressione formalizzata di tutti gli elementi che costituiscono la nostra quotidianità” – continua a essere prodotto da logiche che uniformano, semplificano, normalizzano.
La città è diventata una macchina efficiente per il lavoro e il consumo, ma incapace di restituire il piacere dell’abitare. Gli spazi si sono specializzati: si lavora qui, si mangia là, si corre, si compra, si attraversa. Ma raramente ci si ferma, raramente si contempla e quasi mai si sta.
La Pietra ci invita a sovvertire questo paradigma, a pensare la città come si penserebbe una casa. Non solo corridoi e sale da pranzo (uffici, negozi, trasporti), ma anche soggiorni, salotti, balconi, stanze in cui sedersi, guardarsi, stare insieme senza scopi precisi. Luoghi di decompressione, dice: veri e propri “gazebo urbani” in cui non si fa altro che contemplare, riposare, guardare. Dove una panchina non serve solo a riposare le gambe, ma diventa postazione d’osservazione, punto di contatto con l’altro, con la città, con se stessi. Dove il verde non è più una recinzione o un ornamento, ma un invito a rallentare, a respirare, a ritrovare un senso. A “non fare niente”, finalmente.
Nella sua visione, “abitare la città” significa restituirle una dimensione domestica, affettiva. E questo implica una rivoluzione profonda nel modo in cui progettiamo e attraversiamo gli spazi. Significa superare il modello funzionalista che organizza l’esperienza urbana come una sequenza di atti produttivi, e riaprire la possibilità dell’imprevisto, della deriva, dell’incontro inatteso.
È un’idea che trova risonanza nelle pratiche dei surrealisti e dei situazionisti, con le loro derive psicogeografiche e i loro giochi urbani. Le esplorazioni assurde, senza scopo, rifiutavano la logica e la destinazione d’uso per riscoprire la città come territorio emotivo, sensoriale, aperto all’imprevisto. In quell’approccio c’era un gesto politico: sottrarre spazio e tempo alle regole dell’efficienza, per riappropriarsene in modo creativo, affettivo, umano.
Nel tempo, invece, abbiamo smesso di “stare in casa” – non perché ci siamo emancipati dall’intimità, ma perché la casa si è svuotata di significato, ridotta a spazio privato di consumo e solitudine. Il salotto, un tempo luogo di accoglienza e conversazione, è diventato un set da immobiliare, una quinta per lo smart working. I balconi, che un tempo rompevano il confine tra interno ed esterno, sono oggi spazi sacrificati, riempiti di scarpe, bidoni e condizionatori. Il pubblico e il privato si sono deformati a vicenda, perdendo senso. E quello che ne resta è un’architettura del non-incontro.
Così, la “movida urbana” si è imposta come risposta parziale e nevrotica a un desiderio reale ma disatteso: la voglia di stare insieme. Ma svago non è sempre socialità; affollare locali e strade non significa collettivizzare l’esperienza, se gli spazi non sono progettati per accogliere, se manca quella “architettura del soggiorno” che invita alla conversazione, al gioco, alla condivisione lenta.
La proposta di La Pietra non è nostalgica né conservatrice: è una sfida. Riguarda la nostra capacità di modificare l’ambiente – capacità che per l’autore è essenziale alla sopravvivenza umana. Ma modificare, qui, non significa solo costruire o demolire: significa interrogarsi su come viviamo, su cosa ci manca, su come dare forma all’invisibile. A quel bisogno di relazione che attraversa le nostre vite, ma non trova luogo.
È anche una proposta estetica e poetica, perché creare “gazebo urbani” non significa solo aggiungere panche, ma cambiare lo sguardo: smettere di pensare gli spazi come funzionali e iniziare a vederli come esperienziali. In un certo senso, come fanno gli artisti: osservare, spostare, immaginare nuovi usi. È un lavoro simbolico, che passa anche da piccoli gesti. Una sedia trascinata in mezzo a un cortile, un’amaca tra due alberi, un prato lasciato incolto dove ci si possa sdraiare.
Forse, allora, il compito dell’urbanistica oggi non è (solo) pianificare spazi, ma immaginare eccezioni. Aprire vuoti in cui l’imprevisto possa accadere. Luoghi senza funzione, liberi, ospitali. Dove la città smette di essere una corsa tra un punto e l’altro, e torna a essere una passeggiata, un incontro, una pausa. Dove si può finalmente abitare. Insieme.
Perché in fondo abitare non è solo avere un tetto: è sentire di appartenere, riconoscersi in uno spazio e sapere che quel luogo ci riconosce non come consumatori, non come utenti, ma come persone. Con il nostro tempo lento, la nostra fame di contatto, le nostre affollate solitudini da condividere.

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