A SUD DEL NOMOS, QUALUNQUE ESSO SIA. Stati Uniti, Venezuela, America Latina: quando l’egemonia entra in crisi, il Sud del mondo torna terreno di predazione
- tentativo2ls
- 4 feb
- Tempo di lettura: 5 min
L’intervento degli Stati Uniti in Venezuela spazza via gli ultimi brandelli di retorica geopoliticante dietro cui le grandi potenze hanno a lungo infiocchettato le proprie imprese. Da tempo si discute della crisi dell’egemonia statunitense e del conseguente logoramento dell’intero sistema internazionale fondato su regole condivise, trattati e finzioni cooperative che il Leviatano liberale ha puntellato e plasmato a propria immagine e somiglianza. L’emergere di attori e fenomeni nuovi e ibridi – dal terrorismo transnazionale a Stati cattivoni capaci di prosperare nel caos e di imporsi come poli di attrazione, violando le regole esistenti e dettandone di alternative – è stato letto come il segnale di una scacchiera globale in cui i protagonisti hanno smesso di bluffare e si sono messi a giocare a carte scoperte – e negli scacchi carte non ce ne sono mica. Ancora una decina d’anni fa, una parte consistente della letteratura insisteva sulla necessità di “sgonfiare” lo spauracchio cinese, includendo Pechino nell’ordine esistente per evitarne derive destabilizzanti; di trattare l’orso russo come un vecchio amico un po’ molesto dopo il decimo bicchiere di vodka, ma tutto sommato gestibile. Erano gli anni in cui i populismi di destra venivano liquidati come patologie transitorie, scorie ideologiche destinate a dissolversi, mentre continuavano ostinatamente a riempire le urne. Eppure, si insisteva sulla necessità di preservare la “maniera atlantica” di risolvere le cose. Nonostante i passi falsi e le non poche criticità, gli Stati Uniti rimanevano, almeno in teoria, il modello democratico da difendere.
A dimostrazione di quanto limitata fosse la capacità di previsione, pochi – se non nessuno – avrebbero immaginato che, dopo la gestione della pandemia e soprattutto dopo la vergogna inscenata al Campidoglio nel gennaio 2021, il ciuffo biondo più malefico del mondo non solo avrebbe ripreso le redini del gigante a stelle e strisce, ma sarebbe tornato incarnando esattamente ciò che si temeva potesse rappresentare sin dall’inizio della sua ascesa politica. Con lui si va sdoganando una visione del mondo ridotta a programma televisivo vietato ai minori di quattordici anni almeno: uno spazio in cui anche un rutto è performance, in cui ci si nutre di applausi e fischi – soprattutto di fischi. Make America Great Again: tutto si contrae in questo slogan. Conta l’audience, schiacciare la concorrenza, occupare il centro della scena a ogni costo. È così che si torna “grandi”: non recuperando credibilità o ricomponendo il disordine globale, ma sguazzandoci dentro come porci nel fango. Diventando più sleali e più spregiudicati degli altri. Più porci degli altri.
La politica internazionale somiglia ormai a un episodio di Raw nell’era Attitude della WWE, o a una puntata di Boris: tutto è brutalmente ignorante, tutto è smarmellato.
È in questo contesto che Washington è tornata a presentarsi nel proprio giardino domestico come non faceva da tempo. Il fuoco aperto su Caracas richiama senza ambiguità gli interventi unilaterali dal retrogusto amaro del Novecento latinoamericano. Stavolta, però, la leadership reazionaria made in USA ha sollevato l’occhiello della porta, mostrando senza pudore gli interessi materiali che hanno sempre mosso azioni di questo tipo. Un ritorno al passato che assomiglia terribilmente a una fotografia del presente. Anzi: dell’eterno.
In fondo, una regola è stata rispettata. La più importante: l’asimmetria nella predazione. E se un tempo questa veniva impacchettata nelle dottrine politiche dei leader di turno, oggi chissenefrega. In ogni caso, resta un Nord che prende e un Sud che viene scavato. E il Sud globale, in America Latina, è stato letteralmente inventato.
Facciamo allora un passo indietro, di qualche secolo appena. Con la bolla papale Inter Caetera, il 4 maggio 1493, Alessandro VI Borgia spartì i territori emersi dalle traversate oceaniche tra Spagna e Portogallo. Il colonialismo europeo trovò in Sud America il proprio palcoscenico e, insieme, il proprio motore. Quella porzione di mondo è stata geografata secondo interessi e visioni esterne, e ancora oggi tutto ne riflette l’impostazione gerarchica. Il tempo ha imposto un’altra lingua e un’altra Storia; ha innestato modelli sociali e istituzionali strutturalmente esposti a pressioni esterne, con una presa debole sul tessuto comunitario. Qui non è stata saccheggiata soltanto la ricchezza materiale, ma l’essenza stessa delle società. È in questo spazio che l’estrattivismo economico ed epistemico si è affermato come principio ordinatore, ponendo le basi del capitalismo mondiale e della supremazia liberale.
Ma, oltre il conto in vite umane e in devastazione materiale e simbolica lasciato dal colonialismo, le vicende recenti del Venezuela confermano una costante della storia politica globale: il Potere ha sempre avuto bisogno del proprio Sud per darsi forma. Come riserva da depredare all’occorrenza e come necessario termine di paragone, a ogni mutamento del Nomos della Terra è rimasta invariata l’esistenza di un Sud destinato a orbitare attorno al proprio Nord. È stato così durante l’epoca d’oro del Vecchio Continente, e ha continuato a esserlo quando il baricentro decisionale del mondo si è spostato sull’altra sponda dell’Atlantico. Dapprima residuo della gloria coloniale europea, il Sud America si è progressivamente trasformato in una proprietà più o meno privata di Washington. Dalla Dottrina Monroe al corollario Roosevelt, dalle “azioni di polizia” ai colpi di Stato giustificati, fino alla rigidità ideologica della Guerra Fredda, cambiano le cornici, ma una costante rimane: il Sud deve restare Sud. Vuoto, ricattabile, controllabile, disciplinabile.
E quanto più lo status quo entra in crisi, tanto più questa asimmetria si irrigidisce. Che avvenga tramite l’intervento militare o attraverso forme più opache di influenza, è sempre nelle fasi di transizione che la predazione si intensifica, come se l’instabilità rendesse lecita ogni forzatura.
In questi giorni è tornato di moda evocare Gramsci e le sue riflessioni sull’egemonia. In effetti, nei Quaderni dal carcere, la crisi appare come uno spazio del niente, e il niente come incubatore dell’impensabile. Del morboso.
La fine del modello americano, quindi, non è affatto un evento subito, almeno non più. È diventato un processo che gli Stati Uniti stessi stanno accelerando, nel tentativo di imporsi anche nel mondo che verrà, a scapito delle regole ch’essi hanno contribuito a definire. A Sud, però, tutto resta com'era, nonostante i cambi di regime. Nonostante i soliti stantii auspici di transizioni pacifiche – verso cosa, vai a capire.
Sia chiaro, non c’è qui alcuna intenzione di glorificare Nicolás Maduro o di trasformarlo nel martire di una rivoluzione che non c'è mai stata. Anche la sua parentesi, per quanto traumatica, altro non è che un prodotto tossico dello spazio coloniale; una scoria residua difficile da smaltire. Resta però una domanda, o forse una speranza riposta piuttosto male: se e quando il Sud America, e il Sud globale in generale, smetteranno di essere costretti a scegliere tra un male e l’altro, a orientarsi verso il “meno peggio” nelle rare occasioni in cui di scelta si può ancora parlare. Se le tensioni ideologiche e i conflitti sociali riusciranno a convergere in una direzione autonoma, definita finalmente su interessi e visioni proprie, e non per riflesso o per reazione.
Forse allora si potrà parlare di un Nomos della Terra davvero nuovo. Ribaltato, ma proprio per questo “giusto”, nel senso più radicale e meno consolatorio del termine. Ahimè, questa è solo fantageopolitica. Per ora non ci resta che piangere, nella cronaca di un mondo smarmellato eppure terribilmente, assurdamente reale.
Chiudi, Duccio. Chiudi tutto.
Fonti:
Carl Schmitt, Il Nomos della Terra
John Ikenberry, Il Leviatano liberale
Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere

Commenti